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Durante quella notevolissima guerra che gli Ateniesi e gli Spartani fecero tra loro con un enorme dispiegamento di forze, il grandissimo Pericle, capo della sua città sia per prestigio che per eloquenza e per intelligenza, poiché, eclissatosi il sole, si era fatto buio all'improvviso, e poiché un grandissimo terrore aveva pervaso gli animi degli Ateniesi, si dice che spiegò ai suoi concittadini ciò che egli stesso aveva appreso da Anassagora, del quale era stato allievo: che quella cosa si verificava in un momento preciso e fisso, quando la luna si era collocata completamente dietro alla sfera del sole. Quindi spiegò che ciò non poteva che verificarsi, se non ogni novilunio, comunque a scadenze regolari di cicli lunari. Dopo aver spiegato ciò, con la discussione e per mezzo di argomentazioni razionali, liberò il popolo dalla paura; allora infatti, era una teoria nuova e sconosciuta che il sole, collocandosi di fronte alla luna, fosse solito eclissarsi, un fenomeno che, dicono, che abbia visto per primo Talete di Mileto. Così il popolo non rimase all'oscuro, grazie alla cultura di Pericle.
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Per tre volte volli offrire uno spettacolo di gladiatori a mio nome e per cinque volte a nome dei miei figli o dei nipoti. In questi spettacoli andarono a scontrarsi tra loro circa diecimila uomini. Per due volte offrii a mio nome al popolo uno spettacolo di atleti fatti venire da ovunque e una terza volta a nome di mio nipote. Per ventisei volte, a nome mio o dei miei figli o dei nipoti, offrii al popolo spettacoli di caccia di bestie feroci africane nel circo, nel foro o negli anfiteatri, durante questi spettacoli furono uccise circa tremilacinquecento bestie. Al di là del Tevere, dopo aver scavato il terreno per milleottocento piedi in lunghezza e milleduecento in larghezza, offrii al popolo uno spettacolo di battaglia navale. In questa battaglia si scontrarono tra loro trenta navi con i rostri, triremi o biremi e molte migliaia di uomini vennero a Roma poiché volevano vedere lo spettacolo. In queste flotte combatterono, oltre ai rematori, circa tremila uomini.
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Bisogna darci un taglio al bighellonaggio, qual è quello di una gran parte di uomini che vagabondano per case, teatri e piazze: si offrono per le attività di altri, somiglianti a chi sta sempre facendo qualcosa. Se chiederai a qualcuno di questi mentre esce da casa: "Dove vai? A cosa pensi?", ti risponderà: "Per Ercole non lo so! Ma questo non mi annoia: vedrò gli altri, qualcosa farò! Questa vita mi piace." Si incamminano senza scopo per le vie della città, cercando affari, e non fanno le cose che hanno stabilito, ma le cose nelle quali si sono imbattuti. Proverai compassione di certi che corrono come verso un incendio: a tal punto essi si scontrano con i passanti, e fanno cadere se stessi e gli altri, proprio mentre sono corsi o per salutare qualcuno non intenzionato a ricambiare il saluto o a seguire il funerale di uno sconosciuto, o al processo di uno che è spesso in lite, o alle nozze di una donna che si sposa spesso. Poi, tornando a casa con inconcludente fatica, spesso si vergognano di una simile vita e, se si chiede loro la ragione di quel genere di vita, loro stessi non sanno per quale ragione siano usciti, in quali vie siano andati e dove si siano fermati, intenzionati a vagare il giorno successivo su quei medesimi passi.
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A molti filosofi non importava affatto vivere o morire, e non avevano alcuna cura della sepoltura: non ammiriamo forse la fermezza di Teodoro, filosofo Cirenaico non privo di fama? Infatti, mentre il tiranno Lisimaco minacciava di crocifiggerlo, disse: Minaccia (pure) queste cose spaventose a codesti tuoi cortigiani, i quali temono continuamente la morte e il dolore! Ma a Teodoro, cosa importa se marcisce sulla terra o sollevato in aria? Anche Socrate, la cui saggezza era stimata moltissimo, dopo aver discusso a proposito dell'immortalità delle anime, poiché si avvicinava ormai il tempo della morte, interrogato da Critone riguardo al luogo in cui volesse essere sepolto, disse: O amici, ho sprecato inutilmente molto lavoro! Infatti non ho persuaso il nostro Critone del fatto che, dopo la morte, io volerò via di qui, senza lasciare nulla di me in questo luogo. Tuttavia, o Critone, se riuscirai ad avermi, seppelliscimi là dove ti sembrerà opportuno. Ma, credimi, allorché mi sarò allontanato di qui, nessuno di voi mi raggiungerà. Più duro, da Cinico qual era, fu Diogene, il quale ordinò d'essere abbandonato insepolto in un luogo qualsiasi. Allora gli amici: Ti lasceremo forse agli uccelli e alle fiere? Nient'affatto – disse – anzi, ponete presso di me un bastone, affinché io allontani le bestie! Come potrai, se non sentirai nulla? E allora, a me, che non potrò sentire nulla, non importerà niente di ciò che le fiere faranno del mio corpo con i (loro) morsi.
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Dopo che la maggior parte dell'esercito dei Romani si era calato in un grande avvallamento, all'improvviso i nemici si mostrarono da tutte le parti, e attaccavano gli uomini dell'ultima fila, impedivano la risalita a quelli della prima fila, e ingaggiavano la battaglia in un luogo estremamente sfavorevole per i nostri. Solo allora Titurio, poiché non aveva previsto nulla, trepidava e correva da un parte all'altra e disponeva le coorti. Invece Cotta, poiché nell'animo aveva previsto questi pericoli durante la marcia, non veniva meno alla salvezza collettiva sotto alcun aspetto, e nella battaglia svolgeva anche le mansioni di soldato. Poiché, a causa della lunghezza dello schieramento, i comandanti non potevano provvedere a tutto di persona, ordinarono ai soldati di abbandonare le salmerie e di disporsi in cerchio. Questa decisione tuttavia capitò a sproposito: infatti da un lato diminuì la fiducia nei nostri soldati, dall'altro rese più motivati alla battaglia i nemici, poiché (sogg. i nostri soldati), per via della grandissima paura, presero quest'ordine per un segnale di disperazione. Quindi da ogni parte i soldati si allontanarono dalle insegne e tutte le cose si riempirono di grida e di pianto.
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