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Ad reliqua transeamus animalia et primum terrestria. Maximum est elephans proximumque humanis sensibus, quippe intellectus illi (est) sermonis patrii et imperiorum obbedientia, officiorum quae didicere memoria, amoris et gloriae voluptas, immo vero, quae etiam in homine rara, probitas, prudentia, aequitas, religio quoque siderum solisque ac lunae veneratio. Auctores sunt ( attestano) in Mauretaniae saltibus ad quendam amnem, cui nomen est Amilo, nitiscente luna nova greges eorum descendere ibique se purificantes sollemniter aqua cicumspergi atque, ita salutato sidere, in silvas reverti, vitulorum fatigatos prae se ferentes. Gregatim semper ingrediuntur: ducit agmen maximus natu, cogit aetate proximus. Amnem transituri minimos praemittunt, ne maiorum ingressu atterente alveum crescaat gurgit altitudo.
Veniamo agli altri animali, in primo luogo a quelli terrestri. L'elefante è il più grande e il più vicino alle sensazioni umane, infatti ha conoscenza del linguaggio del luogo e obbedienza ai comandi, tra le caratteristiche che hanno appreso, (ci sono) la memoria, desiderio di amore e gloria, e perfino cose che anche nell' uomo sono rare: onestà, prudenza, imparzialità, e anche credenza delle stelle e del sole e venerazione della luna. Gli autori Attestano che, nei boschi della Mauritania, presso un fiume, il cui nome è Amilo, scendono, al risplendere della nuova luna, branchi di essi e che qui si aspergono, lavandosi solennemente con acqua, e che, dopo aver salutato in tal modo l’astro (la luna), tornano nei boschi, quelli stanchi dei cuccioli]. Avanzano sempre in branco: guida la schiera il piu vecchio, la chiude il più giovane. Mandano sempre avanti i più giovani quando si accingono a guadare un fiume, affinché con l’ingresso dei più anziani che schiaccia l’alveo non aumenti la profondità dell’acqua.
traduzione versione stesso titolo
dal libro tesserae volume 3 pagina 178 e
dal libro contextere
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Descrizione della villa di Plinio versione latino
Plinio il Vecchio Nove pagina 12 numero 5
inizio: villa in colle imo sita prospicit quasi ex summo fine: ... balineim laxum et hilarem excipit
La villa, situata ai piedi del colle, ha una visuale come dalla sommità. Alle spalle si trova l'Appenino, ma alquanto lontano. Da questo in un giorno limpido e tranquillo riceve dei venti, non tuttavia violenti ed eccessivi, ma affaticati e privi di vigore dalla stessa lontananza. é rivolta per la maggior pate di sè verso sud, e attrare in un certo modo il sole estivo dalla sesta ora, il sole invernale alquanto più precedente verso l'ampio portico. All'incirca di fronte al portico centrale si discosta un po un padiglione; circonda un piccolo cortile, che viene ombreggiato da quattro platani. Tra questi dell'acqua trabocca da una fontana di marmo. All'estremità del portico si presenta una vastissima stanza da letto (che)si imbatte in una sala da pranzo; il portico coperto si può osservare da alcune finestre, da altre il prato e la piscina gradita per il rumore e lo spettacolo. La stessa stanza da letto è assai tiepida d'inverno, dato che viene invasa da moltissimo sole. Di li una stanza per il bagno freddo, nella quale una vasca ampia e ombrosa comprende uno spogliatoio del bagno spazioso e vivace.
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Mundum et hoc quodcumque nomine alio caelum appellare libuit, cuius circumflexu degunt cuncta, numen esse credi par est, aeternum, inmensum, neque genitum neque interiturum umquam. Huius extera indagare nec interest hominum nec capit humanae coniectura mentis. Sacer est, aeternus, inmensus, totus in toto, immo vero ipse totum, infinitus et finito similis, omnium rerum certus et similis incerto, extra intra cuncta conplexus in se idemque rerum naturae opus et rerum ipsa natura. Furor est mensuram eius animo quosdam agitasse atque prodere ausos, alios rursus occasione hic sumpta aut his data innumerabiles tradidisse mundos, ut totidem rerum naturas credi oporteret, aut, si una omnes incubaret, totidem tamen soles totidemque lunas et cetera etiam in uno et inmensa et innumerabilia sidera, quasi non eaedem quaestiones semper in termino cogitationi sint occursurae desiderio finis alicuius aut, si haec infinitas naturae omnium artifici possit adsignari, non idem illud in uno facilius sit intellegi, tanto praesertim opere. Furor est, profecto furor, egredi ex eo et, tamquam interna eius cuncta plane iam nota sint, ita scrutari extera, quasi vero mensuram ullius rei possit agere qui sui nesciat, aut mens hominis possit videre quae mundus ipse non capiat. Formam eius in speciem orbis absoluti globatam esse nomen in primis et consensus in eo mortalium orbem appellantium, sed et argumenta rerum docent, non solum quia talis figura omnibus sui partibus vergit in sese ac sibi ipsa toleranda est seque includit et continet nullarum egens compagium nec finem aut initium ullis sui partibus sentiens, nec quia ad motum, quo subinde verti mox adparebit, talis aptissima est, sed oculorum quoque probatione, quod convexus mediusque quacumque cernatur, cum id accidere in alia non possit figura. Hanc ergo formam eius aetemo et inrequieto ambitu, inenarrabili celeritate, viginti quattuor horarum spatio circumagi solis exortus et occasus haut dubium reliquere. An sit inmensus et ideo sensum aurium excedens tantae molis rotatae vertigine adsidua sonitus non equidem facile dixerim, non, Hercule, magis quam circumactorum simul tinnitus siderum suosque volventium orbes an dulcis quidam et incredibili suavitate concentus. Nobis qui intus agimus iuxta diebus noctibusque tacitus labitur mundus.
L’universo e questo complesso che con altro nome è piaciuto chiamare cielo che con la sua volta racchiude la vita del creato, non si sbaglia a ritenerlo una divinità, senza limiti nel tempo e nello spazio, non generato e non destinato a morire. Ricercare ciò che è al di fuori di esso non ha importanza per l’uomo e sfugge alla capacità della mente umana. È un’entità sacra, eterna, immensa, tutta quanta compresa nel tutto: anzi è precisamente «il tutto»; infinita, eppure simile al finito; determinata in tutto, eppure simile all’indeterminato; capace di tenere insieme il tutto, fuori e dentro di essa; creazione della natura e natura creante essa stessa. È una vera e propria pazzia che alcuni abbiano pensato di calcolarne le dimensioni e abbiano avuto l’ardire di renderle pubbliche e che altri, sia che a loro volta da costoro hanno colto l’occasione o che l’hanno loro offerta, abbiano insegnato che esistono innumerevoli universi: al punto che bisognerebbe credere all’esistenza di altrettante nature, oppure, se una le comprendesse tutte, all’esistenza di altrettanti soli e di altrettante lune e di tutti gli altri astri che anche per un solo universo sono cosi immensi e innumerevoli; come se gli stessi problemi non siano alla conclusione destinati a presentarsi sempre alla mente umana, per il bisogno di trovare un limite, ovvero, quand’anche questa mancanza di limite si possa attribuire al creatore dell’universo, non sia più facile comprendere questo stesso concetto considerandolo in una sola entità, specialmente se di tali dimensioni. Pazzia è dunque, vera e propria pazzia, oltrepassare i limiti dell’universo e, come se avessimo piena conoscenza di tutto ciò che è in esso compreso, indagare con altrettanta attenzione ciò che ne è di fuori, quasi chi non conosce la propria potesse calcolare la misura di qualche altro essere creato, o come se la mente umana potesse scorgere quello che l’universo stesso non riesce a contenere in sé. Che la sua forma sia rotonda, a mo’ di sfera perfetta, lo prova anzitutto il nome e il consenso di tutti gli uomini a chiamarlo globo. Inoltre ce ne fanno edotti delle prove di fatto, non solo perché questa figura geometrica gravita su se stessa in tutte le sue parti e deve sostenersi e in sé risulta chiusa e compatta, senza aver bisogno d’alcuna connessione e senza presentare in nessuna delle sue parti alcun indizio donde cominci e dove abbia termine; e non perché un corpo di tal fatta è particolarmente idoneo al moto, con cui, come vedremo presto, continuamente ruota, ma anche perché ce lo prova la vista stessa, dal momento che l’universo, dovunque lo si contempli, appare convesso e come visto dal centro: particolarità questa che non è dato di riscontrare in nessun’altra figura geometrica. Il nascere e il tramontar del sole ci hanno dato la certezza che questo corpo celeste sferico compie nel tempo di ventiquattro ore una rivoluzione che è eterna e senza soste, a una velocità incredibile. Se poi abbia una intensità non misurabile e sia per questo che sfugga all’udito il suono prodotto da una tale mole in rotazione continua, non sono in grado di affermarlo con sicurezza: e neppure, per Ercole, se sia altrettanto inafferrabile l’acuto suono stridente degli astri nel loro giro orbitale, o se sia un dolce concerto di indicibile soavità. Per noi che ci viviamo all’interno l’universo scorre silenzioso dì e notte
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Plena vita est vaticiinis, sad saepius falsa sunt, sicut ingenti exempl docebimus. Bello Siculo Gabienus. Ex Caeris classiariis fortissimus, captus a Sexto Pompeio iussuque eius gravissime vulneratus, aicuit in litore toto die. Deinde, cum advesperavisset, gemitu precibusque congregata multitudine, cum iam moriturus esset, petiit ut Pompeius ad se veniret aut aliquem ex amicis ad se mitteret.
La vita è piena di profezie, ma spesso sono false, come insegneremo con grandi esempi. Nella guerra Sicula Gabino, il più forte del soldati di Cesare fu preso per ordine di Sesto; Pompeo fu ferito molto gravemente e giacque in spiaggiatutto il giorno. In seguito facendosi sera, ricevuto la folla con gemiti e preghiere, come se stesse per morire chiese a Pompeo di andare da sè e di mandare qualcuno dei suoi amici.