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C. Furius Cresimus e servitute liberatus in pauperrimo agello multo largiores fructus percipiebat, quam ex amplissimus agris vicinatis. Quamobrem in invidia erat maxima et plures eum de veneficiis accusabant. Itaque in iudicium vocatus est. Tum Cresimus a Spurio Albino, curuli aedile, metuens damnationem, instrumentum rusticum omne in forum adduxit et familiam suam validissimam atque bene curatam ac vestitam, ferramenta egregie facta, graves ligones, vomeres ponderosos, boves saturos. Postea dixit: "Ecce, Quirites, veneficia mea, nec possum vobis ostendere aut in forum adducere lucubrationes meas, virgiliasque et sudores". Omnium sententiis itaque absolutus est
Caio Furio Cresimo liberato dalla schiavitù, ottenendo in un piccolissimo campicello frutti molto più generosi, che dai più ampi, cadeva vittima di grande invidia, come se attirasse nel proprio campo le altrui messe con incantesimi. Per la qual cosa temendo la condanna dall'edile curule Spurio Albino un giorno prefissato, dovendo andare a voto le tribù, portò al foro tutti gli attrezzi agricoli e condusse la forte servitù e come dice Pisone ben curata e vestita, gli attrezzi di ferro fatti benissimo, le pesanti zappe, i vomeri poderosi, i buoi forti. Dopo disse: "Questi, o Quiriti, sono i miei incantesimi, e non posso mostrarvi o portare nel foro i miei lavori notturni e le mie veglie e sudori". Dunque fu liberato con sentenza di tutti
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C. Furius Cresimus e servitute liberatus in pauperrimo agello multo largiores fructus percipiebat, quam ex amplissimus agris vicinatis. Quamobrem in invidia erat maxima et plures eum de veneficiis accusabant. Itaque in iudicium vocatus est. Tum Cresimus a Spurio Albino, curuli aedile, metuens damnationem, instrumentum rusticum omne in forum adduxit et familiam suam validissimam atque bene curatam ac vestitam, ferramenta egregie facta, graves ligones, vomeres ponderosos, boves saturos. Postea dixit: "Ecce, Quirites, veneficia mea, nec possum vobis ostendere aut in forum adducere lucubrationes meas, virgiliasque et sudores". Omnium sententiis itaque absolutus est
Caio Furio Cresimo liberato dalla schiavitù, ottenendo in un piccolissimo campicello frutti molto più generosi, che dai più ampi, cadeva vittima di grande invidia, come se attirasse nel proprio campo le altrui messe con incantesimi. Per la qual cosa temendo la condanna dall'edile curule Spurio Albino un giorno prefissato, dovendo andare a voto le tribù, portò al foro tutti gli attrezzi agricoli e condusse la forte servitù e come dice Pisone ben curata e vestita, gli attrezzi di ferro fatti benissimo, le pesanti zappe, i vomeri poderosi, i buoi forti. Dopo disse: "Questi, o Quiriti, sono i miei incantesimi, e non posso mostrarvi o portare nel foro i miei lavori notturni e le mie veglie e sudori". Dunque fu liberato con sentenza di tutti
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Parrhasius descendisse in certamen cum Zeuxide traditur, et cum Zeuxis detulisset uvas pictas tanto successu ut in scaenam aves advolarent, Parrhasius detulisse linteum pictum ita veritate repraesentata, ut Zeuxis flagitaret remoto linteo ostendi picturam. Intellecto errore, concessit palmam, quoniam ipse volucres fefellisset, Parrhasius autem se artificem. Fertur et postea Zeuxis pinxisse puerum uvas tenentem, ad quas cum advolassent aves, processit iratus operi, et dixit: "Uvas melius pinxi quam puerum, quoniam si et hunc consumassem, aves timere debuerant". Parrhasius primus symmetriam picturae dedit, primus argutias voltus, elegantiam capilli, venustatem oris, confessione artificum in liniis extremis palmam adeptus est.
Si tramanda che Parrasio fosse sceso in una gara con Zeusi, e che, quando Zeusi ebbe dipinto dei grappoli d'uva con così grande efficacia che sulla scena accorsero gli uccelli, 8e che) Parrasio avesse dipinto una tenda finta raffigurata con un realismo così veritiero che Zeusi, scostata la tenda, volle che gli venisse mostrato il quadro. Compreso l'errore, concesse la palma, poiché egli aveva tratto in inganno gli uccelli, mentre Parrasio aveva ingannato lui stesso che era un artista. Si narra anche che dopo in un'altra occasione Zeusi avesse dipinto un ragazzo con in mano dei grappoli d'uva, e quando gli uccelli accorsero all'uva, andò avanti sdegnato nel lavoro, e disse: "Ho dipinto meglio l'uva del ragazzo, poiché se avessi perfezionato anche questo, gli uccelli avrebbero dovuto temerlo". Parrasio per primo diede simmetria alla pittura, per primo l'espressività del volto, l'eleganza della chioma, la grazia della bocca, e con il riconoscimento degli artisti conseguì la palma nelle linee di contorno
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Terra nos nascentes excipit, natos (= part. perf. acc. pl. ) alit, semelque editos (= part. perf. acc. pl. ) sustinet semper; novissime (= da ultimo) gremio complectitur novissime conplexa gremio iam a reliqua natura abdicatos, tum maxime ut mater operiens, nullo magis sacra merito quam quo nos quoque sacros facit, etiam monimenta ac titulos gerens nomenque prorogans nostrum et memoriam extendens contra brevitatem aevi, cuius numen ultimum iam nullis precamur irati grave, tamquam nesciamus hanc esse solam quae numquam irascatur homini. Aquae subeunt in imbres, rigescunt in grandines, tumescunt in fluctus, praecipitantur in torrentes, aer densatur nubibus, furit procellis: at haec benigna, mitis, indulgens ususque mortalium semper ancilla, quae coacta generat, quae sponte fundit, quos odores saporesque, quos sucos, quos tactus, quos colores! quam bona fide creditum faenus reddit!
La terra ci accoglie quando nasciamo, una volta nati ci nutre, e generati una sola volta ci sostiene sempre; da ultimo ci accoglie nel proprio grembo. quando già siamo stati abbandonati da tutto il resto della natura, allora specialmente accogliendoci come madre, per nessun altro merito più sacra che perché rende sacri anche noi, portando anche monumenti e scritte e conservando il nostro nome e prolungando il nostro ricordo a dispetto della brevità del tempo. Quando siamo adirati, il suo nume è l'ultimo il cui peso invochiamo sui morti, come se non sapessimo che essa è la sola, che non si adira mai con l'uomo. Le acque si trasformano in pioggia, gelano in grandine, si gonfiano in flutti, si precipitano in torrenti; l'aria si addensa in nubi, infuria in tempesta: essa invece benevola, mite, indulgente, sempre al servizio dei bisogni dell'uomo, quali cose è costretta a generare, quali produce spontaneamente in abbondanza, quali odori e sapori, quali succhi, quali odori! con quanta lealtà restituisce il capitale affidatole!
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Urbem tris portas habentem Romulus reliquit aut, ut plurimas tradentibus credamus, IIII. moenia eius collegere ambitu imperatoribus censoribusque Vespasianis anno conditae DCCCXXVI m. p. XIII·CC, conplexa montes septem. ipsa dividitur in regiones XIIII, compita Larum CCLXV. eiusdem spatium mensura currente a miliario in capite Romani fori statuto ad singulas portas, quae sunt hodie numero XXXVII, ita ut XII portae semel numerentur praetereantur ex veteribus VII, quae esse desierunt, efficit passuum per directum XX·M·DCCLXV. ad extrema vero tectorum cum castris praetoriis ab eodem miliario per vicos omnium viarum mensura colligit paulo amplius LX p. quod si quis altitudinem tectorum addat, dignam profecto aestimationem concipiat fateaturque nullius urbis magnitudinem in toto orbe potuisse ei comparari. clauditur ab oriente aggere Tarquini Superbi, inter prima opere mirabili; namque eum muris aequavit qua maxime patebat aditu plano. cetera munita erat praecelsis muris aut abruptis montibus, nisi quod exspatiantia tecta multas addidere urbes.
Romolo lasciò Roma, che aveva tre porte o quattro, per credere a coloro che ne riportano le più. Le sue mura sotto i Vespasiani imperatori e censori, l’anno ottocento e ventotto dalla fondazione, compresero nel suo giro tredicimiladuecento passi, che abbracciano sette monti. Essa è divisa in quattordici regioni e duecentosettantacinque compiti dei Lari. La misura dello spazio della medesima, per chi percorra direttamente dal migliaio stabilito in capo del Foro Romano, fino a ciascuna porta (che sono oggi in numero di trentasette, così che le dodici porte si numerino una sola volta, e se ne tralascino sette delle vecchie che non sono più di uso) forma per dritto trentamilasettecentosettantacinque passi: al fine delle case però col Castro Pretorio dallo stesso migliaio per i borghi (o isole) di tutte le vie la misura comprende poco più di settanta mila passi. Dove se qualcuno vi vorrà aggiungere l'alterzza dei tetti la giudicherà degna di grande stima e confesserà che non c 'è città in tutto il mondo, che se le possa esser uguale di grandezza. E' serrata verso levante dall'argine di Tarquinio il superbo opera meravigliosa fra le prime. Egli lo pareggiò con le mura dove l'entrata era più piana. Altrove era fortificata da altissime mura o dai monti discoscesi senonchè i tetti, che escono fuori dal loro spazio, vi aggiunsero di molte città.