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Nulli nocendum: si quis vero laeserit, multandum simili iure fabella admonet. Vulpes ad cenam dicitur ciconiam prior invitasse et illi in patina liquidam posuisse sorbitionem, quam nullo modo gustare esuriens potuerit ciconia. Quae vulpem cum revocasse, intrito cibo plenam lagonam posuit: huic rostrum inserens satiatur ipsa et torquet convivam fame. Quae lagonae collum frustra lambens peregrinam sic locutam volucrem accepimus: «Sua quisque exempla debet aequo animo pati».
Versione dal libro latino a colori
Vulpes ad cenam dicitur ciconiam prior invitasse et illi in patinam liquidam posuisse ...
La volpe e la cigogna versione latino Igino
Non si deve far del male a nessuno: ma se qualcuno avrà recato danno, la favoletta insegna che deve essere ripagato con la stessa moneta. Si racconta che la volpe per prima avesse invitato a pranzo la cicogna e le avesse imbandito, in un piatto largo, una vivanda liquida, che la cicogna in nessun modo poté assaggiare, pur essendo affamata. Ma questa, avendo a sua volta invitato la volpe, le pose davanti una bottiglia piena di cibo tritato: inserendovi il becco, lei stessa si sazia e tormenta con la fame l'invitata. E mentre quella leccava invano il collo della bottiglia, sappiamo che l'uccello migratore così parlò: «Ciascuno dève sopportare con rassegnazione gli esempi dati (agli altri)».
Traduzione dal libro latino a colori
vulpes ad cenam dicitur ciconiam prior invitasse et illi in patinam liquidam posuisse
Si racconta che la volpe abbia invitato per prima a cena la cicogna e le abbia messo nel piatto una brodaglia liquida, che in nessun modo l'affamata cicogna potè gustare. Avendo lei invitato la volpe in contraccambio, le pose davanti uno stretto vaso pieno di cibo triturato: lei si sazia inserendovi il becco, e tortura il convitato con la fame.
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Arachne, virgo ex Lydia oriunda, telas summo artificio texebat atque mirifice acu pingebat. Quia eius peritia magnis laudibus tota Lydia celebrabatur, olim Arachne magna cum superbia coram omnibus cum Minerva, artium dea, se comparaverat. Tum dea, cum rem cognovit, anili habitu in Lydiam ad virginam venit et monuit: "Nulla mortalis mulier artificio te vincit, sed certe Minervae deae impar es!". Quod Arachne Minervae arroganter responderat: "Quoniam telae meae mirabilis sunt, ego Minervae impar non sum: ne dea quidem Arachnem peritia superat!", dea irata exclamavit: "Cum poenam ob superbiam tuam cognoveris, frustra veniam meam petes. Semper filo dependebi, fila deduces telasque in aeternum texes", statimque miseram virginem in araneam convertit.
Aracne, fanciulla originaria della Lidia, tesseva con grande arte le tele e le ricamava (pingere acu) meravigliosamente. Poiché la sua arte era celebrata con grandi elogi in tutta la Lidia, un giorno Aracne si era messa a confronto con gran superbia con Minerva, dea delle arti, davanti a tutti. Allora la dea, quando venne a sapere (questo) fatto, giunse in Lidia dalla fanciulla con sembianze da vecchia e l’ammonì: “Nessuna donna mortale ti supera nell’arte, ma certamente tu sei inferiore alla dea Minerva!”. Poiché Aracne superbamente aveva risposto a Minerva: “ Dal momento che le mie tele sono meravigliose, io non sono inferiore a Minerva: neppure una dea supera Aracne in abilità!”, la dea irritata esclamò: “Quando conoscerai il castigo per la tua superbia, invano cercherai il mio perdono. Penderai per sempre da un filo, trarrai i fili e tesserai tele in eterno”, e subito mutò la povera fanciulla in ragno.
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La storia di Paride Alessandro
versione latino Igino
da miti di Igino, Fabulae, libro XCI
Priamus, laomedontis filius, cum multos liberos...
Priamo, figlio di Laomedonte, aveva già avuto molti figli da Ecuba, figlia di Cisseo o di Dimante, quando sua moglie, di nuovo incinta, sognò di partorire una fiaccola ardente da cui uscivano tanti serpenti Tutti gli indovini ai quali venne riferita questa visione ordinarono di uccidere il nascituro, chiunque mai fosse, perché non portasse la patria alla rovina. Quando Ecuba partorì Alessandro, il bambino fu dato ai servi perché lo uccidessero, ma questi per pietà lo esposero; alcuni pastori lo trovarono, lo allevarono come se fosse stato figlio loro e lo chiamarono Paride. Il ragazzo, giunto all’adolescenza, si era molto affezionato a un certo toro. Alcuni servi, che erano stati mandati da Priamo a prendere un toro da dare in premio nei giochi funebri in onore dello stesso Paride, cominciarono a condurre via il toro di Paride, il quale li inseguì, chiedendo dove lo portassero; quelli risposero che lo stavano portando a Priamo, per darlo al vincitore dei ludi funebri in onore di Alessandro. Allora Paride, per amore del suo toro, partecipò alle gare e le vinse tutte, battendo anche i suoi fratelli. Deifobo, in preda all’ira, sguainò la spada contro di lui, ma Paride saltò sull’altare di Giove Erceo. Cassandra dichiarò, ispirata, che quello era loro fratello, al che Priamo lo riconobbe e lo accolse nella reggia.
dal libro Nova Lexis plus
La storia di Paride Alessandro parte 1
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La patetica storia di Protesilao e Laodamia
versione latino igino dal libro latino laboratorio 1
Inizio: Achivis Apollinis fuit responsum eum qui primus litora Troianorum ... Fine: quo se Laudamia, dolorem non sustinens, immisit atque usta est.
Venne profetizzato agli Achei che il primo a mettere piede sulla spiaggia di Troia vi avrebbe perso la vita, sicché una volta gettata l’ancora tutti esitavano; allora Iolao, figlio di Ificlo e Diomeda, saltò a terra per primo e venne subito ucciso da Ettore: perciò lo chiamarono Protesilao, perché era stato il primo tra tutti a morire. Quando sua moglie Laodamia, figlia di Acasto, venne a sapere che il marito era morto, supplicò piangendo gli Dèi di concederle un colloquio di tre ore con lui. La preghiera di Laodamia fu esaudita: Protesilao le fu riportato da Mercurio e per tre ore ella s’intrattenne con lui, ma quando poi morì per la seconda volta, Laodamia non resse al dolore.
Traduzione da altro libro testo diverso
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Hylas enim in Moesia a nymphis iuxta Cion flumenque Ascanium raptus est, quem dum Hercules et Polyphemus requirunt, uento rapta naue deserti sunt. Polyphemus ab Hercule quoque relictus, condita in Moesia ciuitate, periit apud Chalybas. Tiphys autem morbo absumptus est in Mariandynis in Propontide apud Lycum regem; pro quo nauem rexit Colchos Ancaeus Neptuni filius. Idmon autem Apollinis filius ibi apud Lycum cum stramentatum exisset, ab apro percussus decidit; ultor Idmonis fuit Idas Apharei filius, qui aprum occidit. Butes Teleontis filius quamuis cantibus et cithara Orphei auocabatur, uictus tamen est dulcedine Sirenum et nataturus ad eas in mare se praecipitauit; eum Venus delatum fluctibus Lilybaeo seruauit. hi sunt qui non peruenerunt Colchos; in reuersione autem perierunt Eurybates Teleontis filius et Canthus +ceriontis filius; interfecti sunt in Libya a pastore Cephalione Nasamonis fratre, filio Tritonidis Nymphae et Amphithemidis, cuius pecus depopulabantur.
Ila infatti fu rapito dalle Ninfe in Misia, presso Cione e il fiume Ascanio; e mentre Ercole e Polifemo lo stavano cercando, furono lasciati indietro, avendo il vento spinto allargo la nave. E Polifemo, abbandonato anche da Ercole, dopo avere fondato una città in Misia, morì presso i Calibi. Tifi morì di malattia tra i Mariandini in Propontide, presso il re Lico; al posto suo prese il timone Anceo, figlio di Nettuno. Idmone, figlio di Apollo, uscito presso lo stesso re Lico a cercare frumento, morì ucciso da un cinghiale; a vendicare Idmone fu Ida, figlio di Mareo, che uccise il cinghiale. Bute, figlio di Teleone, benché Orfeo tentasse di richiamarlo con i suoi canti e con la cetra, fu comunque vinto dal dolce canto delle Sirene e si gettò in mare per nuotare sino a loro; portato dai flutti, Venere lo salvò al Lilibeo. Questi non giunsero fino alla Colchide. Durante il ritorno morirono Euribate, figlio di Teleone, e Canto, figlio di Cerionte; essi furono uccisi in Libia dal pastore Cefalione, fratello di Nasamone, figlio della Ninfa Tritonide e di Anfitemi, del quale stavano razziando le greggi. Mopso, figlio di Arnpico, morì in Mirica per il morso di un serpente.