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Postquam Medea, aeetae et idyae filia, ex iasone iam filios Mermerum et Pherentem procreavit, obiciebatur et, qui summa concordia vivebant, hominem tam fortem ac formosus ac nobilem uxorem advenam atque veneficam habere. Huic creon, rex corinthius, filiam suam minorem glaucen dedit uxorem. Medea, cum vidit se, erga iasonem bene merentem, a iasone tanta contumelia esse affectam, coronam ex venenis fecit auream eamque muneri filios suos iussit novercae dare. Creusa, postquam munus accepit, cum iasone et creonte conflagravit. Medea ubi regiam ardere vidit, natos suos ex iasone Mermerum et Pherentem interfecit et profugit corintho.
Dopo che Medea, figlia di Eeta e di Idia, procreò da Giasone i figli, Mermero e Ferete, le veniva rimproverato che un uomo tanto forte, bello e nobile aveva una moglie straniera e avvelenatrice. A questo Creonte, re di Corinto, diede in sposa sua figlia minore Glauce. Medea, quando vide di essere stata così offesa da Giasone, realizzo dai suoi veleni una corona d'oro e ordinò ai suoi figli di offrirla in dono alla matrigna. Ricevuto il dono, Creusa (Glauce) bruciò insieme a Giasone e Creonte. Medea quando vide bruciare la reggia, uccise i suoi figli avuti da Giasone, Mermero e Ferete, e fuggì da Corinto.
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Minerva, cum tibias ex osse cervino fecisset, venit ad convivium deorum ut eos cantu delectaret. Sed, cum buccas inflaret ut in tibias insufflaret, Iuno et Venus eam irridebant, quia foedum os eius videbatur. Quare, cum in Idam silvam ad fontem fugisset, se ab oculis irridentium subactura, et suas buccas inflatas in aquarum speculo vidisset, tibias abiecit quo facilius cantu abstineret. Quas tibias Marsias, Oeagri filius, unus e satyrorum turba, invenit et collegit ut ad cantum adhiberet. Sic faciendo sonum suaviorem in dies faciebat. In quo cum mirabiliter processisset, ad secum certandum cantu Apollinem provocavit. Venit certatum Apollo et Musas invitavit ut iudices certaminis essent. Suavissimum sonum deus ex cithara elicuit et, cum victor evasisset, ne ultro superbia adrogantiaque adversarii maior fieret, eum ad arborem deligavit et quendam Scytham arcessit qui eum membratim cute separaret. Cruor ater, qui ex corpore miseri profluit, flumen efficit, quod incolae eius regionis ad perpetuam memoriam facti Marsiam appellavere.
Minerva, avendo ricavato un flauto da ossa di cervo, si recò al banchetto degli dèi, per dilettarli col (proprio) canto. Ma quando gonfiava le gote per soffiare nel flauto, Giunone e Venere si prendevano gioco di lei [poiché le fattezze del suo viso apparivano deformate. Ragion per cui, fuggita nella selva dell’Ida, presso una fonte, per sottrarsi alla vista delle denigratrici, avendo notato, nello specchio d’acqua (della fonte), (che) le proprie gote (erano effettivamente) gonfiate (per lo sforzo), gettò il flauto per sfuggire più facilmente alla tentazione di cantare. Marsia, uno dei Satiri, figlio di Eagro, trovò e raccolse il flauto, per esercitarsi al canto. Così facendo, riusciva a modulare, di giorno in giorno, un suono (sempre) più dolce. Divenuto particolarmente bravo, (Misia) sfidò Apollo a contendere con lui in una gara di canto. Apollo venne per cantare e invitò le Muse a far da giudici della competizione. Il dio stillò dalla cetra una dolcissima melodia e, riuscito vincitore, per impedire che, immotivatamente, la superbia e l’arroganza dell’avversario crescessero, lo legò ad un albero e mandò a chiamare un tale di Scizia ché lo scuoiasse, un membro dopo l’altro. Il nero sangue, che uscì a fiotti dal corpo del malcapitato, andò a formare un corso d’acqua, che gli abitanti di quella zona, ad eterna memoria dell’avvenimento, chiamarono “Marsia”. Marsia, figlio di Eagro, uno del corteo dei Satiri, trovò questo flauto e lo prese per usarlo per suonare. Così facendo rendeva di giorno in giorno il suono più dolce. Essendo andato avanti mirabilmente in questa cosa sfidò Apollo a gareggiare con lui nell'abilità di musico. Venne a gareggiare Apollo e chiamò le Muse perché fossero giudici della gara. Il dio produsse un suono dolcissimo dalla lira e, riuscito vincitore, affinché la superbia e l’arroganza dell’avversario non diventassero maggiori, lo legò a un albero e fece venire uno Scita per scorticarlo pezzo a pezzo. Il nero sangue, che fluì dal corpo del disgraziato, formò un fiume, che gli abitanti di quella regione a perpetua memoria di quel fatto chiamarono Marsia.
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Minerva, cum tibias ex osse cervino fecisset, venit ad convivium deorum ut eos cantu delectaret. Sed, cum buccas inflaret ut in tibias insufflaret, iuno et Venus eamn irridebant, quia foedum os eius videbatur. Quare, cum in Idam silvam ad fontem fugisset, se ab oculis irridentium subactura, et suas buccas inflatas in aquarum speculo vidisset, tibias abiecit quo facilius cantu abstineret. Quas tibias Marsias, Oeagri filius, unus e satyrorum turba, invenit et collegit ut ad cantum adhiberet. Sic faciendo sonum suaviorem in dies faciebat. In quo cum mirabiliter processisset, ad secum certandum cantu Apollinem provocavit. Venit cartatum Apollo et Musas invitavit ut iudices certaminis essent. Suavissimum sonum deus ex cithara elicuit et, cum victor evasisset, ne ultro superbia adrogantiaque adversarii maior fieret, eum ad arborem deligavit et quendam Scytham arcessit qui eum membratim cute separaret. Cruor ater, qui ex corpore miseri profluit, flumen effecit, quod incolae eius regionis ad perpetuam memoriam facti Marsiam appellavere.
Minerva, avendo ricavato un flauto da ossa di cervo, si recò al banchetto degli dèi, per dilettarli col (proprio) canto. Ma quando gonfiava le gote per soffiare nel flauto, Giunone e Venere si prendevano gioco di lei -->
Si dice che Minerva fu la prima a costruire un flauto con le ossa di un cervo e si presentò al banchetto degli Dei suonandolo. Poiché Giunone e Venere la prendevano in giro perché aveva gli occhi cerulei e le gote gonfie, irrisa per la sua musica e per il suo aspetto, la Dea giunse a una fonte nel bosco dell'Ida. Qui si vide riflessa nell'acqua mentre suonava e capi che avevano avuto ragione a schernirla, per cui buttò via il flauto e giurò che chiunque l'avesse raccolto avrebbe subito una terribile punizione. Uno dei Satiri, il pastore Marsia, figlio di Eagro, lo trovò ed iniziò ad esercitarsi assiduamente con lo strumento, ricavandone giorno dopo giorno suoni più dolci, al punto che sfidò Apollo a gareggiare con lui suonando la lira. Apollo accettò; scelsero le Muse come giudici. Marsia stava vincendo, ma Apollo ribaltò la sua cetra e suonò la stessa musica, cosa che Marsia, con il flauto, non fu in grado di fare. E così Apollo legò Marsia, sconfitto, ad un albero e lo consegnò ad uno Scita, che lo scorticò vivo, membro dopo membro; poi consegnò ciò che restava del corpo del Satiro al suo discepolo Olimpo per dargli sepoltura; il fiume Marsia prende il nome dal suo sangue
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Ulixes cum ab Ilio in patriam Ithacam rediret tempestate ad Ciconas est delatus, quorum oppidum Ismarum expugnavit praedamque sociis distribuit. Inde ad Lotophagos, homines minime malos, qui loton ex foliis florem procreatum edebant, qui cibus tantam suavitatem praestabat, ut qui gustabant oblivionem caperent domum reditionis. Ad eos socii duo missi ab Ulixe cum gustarent herbas ab eis datas, ad naves obliti sunt reverti; quos vinctos ipse reduxit. Inde ad Cyclopem Polyphemum Neptuni filium. Huic responsum erat ab augure Telemo Eurymi filio ut caveret ne ab Ulixe excaecaretur. Hic in media fronte unum oculum habebat et carnem humanam epulabatur: qui postquam pecus in speluncam redegerat, molem saxeam ingentem ad ianuam opponebat. Qui Ulixem cum sociis inclusit sociosque eius consumere coepit. Ulixes cum videret eius immanitati atque feritati resistere se non posse, vino quod a Marone acceperat eum inebriavit, seque Utin vocari dixit. Itaque cum oculum eius trunco ardenti exureret, ille clamore suo ceteros Cyclopas convocavit, eisque spelunca praeclusa dixit: "Utis me excaecat. " Illi credentes eum deridendi gratia dicere neglexerunt. At Ulixes socios suos ad pecora alligavit et ipse se ad arietem, et ita exierunt.
Ulisse, mentre ritornava da Troia verso la patria Itaca fu spinto da una tempesta presso il popolo dei Ciconi, dei quali espugnò la roccaforte di Ismoro e divise il bottino con i compagni. In seguito, presso i Lotofagi, uomini per niente cattivi, i quali mangiavano loto, fiore prodotto da foglie, cibo che forniva tanta dolcezza che coloro che assaggiavano venivano presi dall’oblio di dover tornare in patria. Due dei compagni mandati presso di loro da Ulisse, poiché avevano assaggiato le erbe date da quelli, dimenticarono di tornare alle navi; dopo averli legati, lui stesso li riportò indietro. In seguito giunse dal ciclope Polifemo, figlio di Nettuno. A costui era stato predetto dall’indovino Telemo, figlio di Eurimo, di fare attenzione per non venir accecato da Ulisse. Costui aveva un solo occhio in mezzo alla fronte e si nutriva di carne umana. Egli (Polifemo), dopo aver radunato nella caverna il gregge collocava alla porta un grande macigno di pietra. Egli chiuse dentro Ulisse e i suoi compagni e cominciò a mangiare i suoi compagni. Ulisse, vedendo che non poteva resistere alla sua crudeltà e ferocia, lo inebriò con il vino che aveva ricevuto da Merone e gli disse di chiamarsi Nessuno. E così, dopo aver bruciato il suo occhio (di Polifemo) con un tronco ardente, egli (Polifemo) con le sue urla richiamò gli altri ciclopi e disse loro dalla grotta chiusa: “Nessuno mi acceca". Quelli, credendo che lo dicesse per beffarsi di loro non lo tennero in considerazione. Ma Ulisse attaccò i suoi compagni alle pecore e lui stesso ad un ariete e così uscirono.
Traduzione dal libro Lectio Facilio
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Agamemnon Briseidam Brisae sacerdotis filiam ex Moesia captivam propter formae dignitatem, quam Achilles ceperat, ab Achille abduxit eo tempore quo Chryseida Chrysi sacerdoti Apollinis Zminthei reddidit; quam ob iram Achilles in proelium non prodibat sed cithara in tabernaculo se exercebat. Cum Argivi ab Hectore fugarentur, Achilles obiurgatus a Patroclo arma sua tradidit, quibus ille Troianos fugavit, aestimantes Achillem esse, Sarpedonemque Iovis et Europae filium occidit. Postea ipse Patroclus ab Hectore interficitur, armaque eius sunt detracta Patroclo occiso. Achilles cum Agamemnone redit in gratiam, Briseidamque ei reddidit. Tum contra Hectorem cum inermis prodisset, Thetis mater a Vulcano arma ei impetravit, quae Nereides per mare attulerunt. Quibus armis ille Hectorem occidit astrictumque ad currum traxit circa muros Troianorum, quem sepeliendum cum patri nollet dare, Priamus, Iovis iussu, duce Mercurio, in castra Danaorum venit et filii corpus auro repensum accepit, quem sepulturae tradidit
Agamennone tolse ad Achille la bellissima Briseide, figlia del sacerdote Brise, che Achille aveva portato come prigioniera dalla Misia: questo avvenne all’epoca in cui dovette restituire la figlia Criseide a Crise, sacerdote di Apollo Sminteo. Irato per lei, Achille non scendeva più in battaglia e rimaneva sotto la sua tenda a suonare la cetra. Quando gli Argivi furono messi in fuga da Ettore, Achille, sollecitato da Patroclo, gli affidò le sue armi, con le quali egli mise in fuga i Troiani che pensavano di avere di fronte Achille. Patroclo uccise Sarpedonte, figlio di Giove ed Europa, ma poi fu lui stesso ucciso da Ettore che tolse le armi al morto. Achille si rappacificò con Agamennone che gli restituì Briseide; poi, poi che si era avviato senz’armi contro Ettore, la madre Tetide ottenne che Vulcano gli forgiasse una nuova armatura, che le Nereidi gli portarono attraverso il mare. Rivestito di queste armi, uccise Ettore e, dopo averlo legato al suo carro, lo trascinò attorno alle mura di Troia; poiché si rifiutava di concederlo al padre per la sepoltura, Priamo, per volontà di Giove e guidato da Mercurio, andò all’accampamento dei Danai e riscattò a peso d’oro il corpo del figlio, che seppellì
Dal libro navigare pagina 55 numero 3