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Dii in Aegypto cum Typhonis immanitatem metuerent, Pan iussit eos ut in feras bestias se conuerterent quo facilius eum deciperent; quem Iouis postea fulmine interfecit. Pan deorum uoluntate, quod eius monitu uim Typhonis euitarant, in astrorum numerum relatus, et quod se in capram eo tempore conuerterat, inde Aegocerus est dictus, quem nos Capricornum dicimus.
Poichè gli Dèi in Egitto temevano Tifone per le sue enormi dimensioni, Fauno li istigò a trasformarsi in belve feroci, per ingannarlo più facilmente; in seguito Giove lo uccise con un fulmine. Per volontà degli Dèi, che grazie al suo consiglio avevano evitato la violenza di Tifone, Fauno fu annoverato fra le stelle; e poiché a quei tempi si era mutato in capra, fu chiamato Egocero - quello che noi chiamiamo Capricorno
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Inde ad Cyclopem Polyphemum, Neptuni filium, Ulixes pervenit. Hiuc responsum erat ab augure Telemo ut caveret ab Ulixe excaecaretur. Hic media fronte unum oculum habebat et carnem humanam edebat. Polyphemus, cum pecus in speluncam redegisset, molem saxeam ingentem ad ianuam adposuit et, cum Ulixem cum sociis inclusisset, aliquos eorum consumere coepit. Ulixes, cum videret eius immanitati atque feritati se resistere non posse, vino, quod a Marone acceperat, eum inebriavit, seque Utim vocari dixit. Iaque cum oculum eius trunco ardenti exureret, ille clamore suo ceteros Cyclopas convocavit eisque dixit: -Utis me excaecat!-. Illi, cum crederent eum id dicere ut fratres derideret, neglexerunt. At Ulixes socios suos ad pecora alligavit et ipse se ad arietem, et ita fugerunt.
Quindi giunsero presso il ciclope Polifemo, figlio di Nettuno, al quale era stato predetto dall’indovino Telemo, figlio di Eurimo, di guardarsi da Ulisse, che l’avrebbe accecato. Questo aveva un solo occhio in mezzo alla fronte e si cibava di carne umana. Polifemo, dopo aver ricondotto il suo gregge nella caverna, ne bloccava l’entrata con un macigno enorme. Chiuse nella spelonca anche Ulisse e i suoi compagni e cominciò a mangiarseli. Ulisse, vedendo che non poteva competere con la sua ferocia e con le sue dimensioni gigantesche, lo fece ubriacare con il vino che gli aveva donato Marone egli disse di chiamarsi Nessuno. Sicché, quando poi gli bruciò l’occhio con un tronco ardente e Polifemo fece accorrere gli altri Ciclopi con le sue urla gridando, dalla caverna sbarrata: «Nessuno mi acceca!» quelli pensarono che li stesse prendendo in giro e non gli diedero retta. Ulisse allora legò i suoi compagni alle pecore e se stesso al montone e così fuggirono.
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Achilles, victoria elatus, ad urbem ipsam adire ausus est. Cum iam portas refringere incepissent, Apollo ei infestus occurrit. "Noli longius prodire, ne quis immortalium te perdat". At ille: "Cur Troianis auxilium tulisti? Ad superorum sede redi, ne manus tibi inferam, quamquam deus es". Quae cum dixisset, pedem rettulit et Troianorum eos, quos fors ei obtulerat, aggressus est, qui perterriti in omnes partes ferebantur. Apollo autem ne verba illa temere dicta impune ferret, Paridem cohortatus est ut sagittam in Achillis calcem immitteret. Hic mortiferum vulnus sibi illatum sensit et Apollinem suae mortis auctorem cognovit, cum recordatus esset quid mater olim sibi praedixisset. Summis doloribus affectus, procubuit, sed ne morti quidem cedens, rursus surrexit et cladem hostium fecit, dum exanimatus concidit.
Achille, alzato alle nuvole dalla vittoria, ebbe il coraggio di andare persino verso la città. Avendo già incominciato a spezzare le porte, Apollo gli andò incontro ostile. "Non voler avanzare di più affinché qualcuno degli immortali non ti distrugga" ma quello : "Perchè hai portato aiuto ai Troiani? Torna alla dimora degli immortali affinché io facciaviolenza a qualcuno sebbene tu sia un Dio". Dopo aver detto queste parole, indietreggiò e assalì quei Troiani, che la sorte gli aveva portato incontro, che atterriti si erano divulgati in tutte le parti. Ma Apollo per non lasciar impunite quelle parole dette senza ragioneesortò Paride, affinché mandasse una freccia nel calcagno di Achille. Questo sentì la ferita mortale apportatagli e riconobbe Apollo come autore della sua morte, essendosi ricordato cosa gli aveva predetto una volta la madre. Colpito da grandissimi dolori, si distese, ma per non cedere alla morte, si sollevò di nuovo e fece una strage di nemici, finchè cadde esanime.
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Mida il re arrogante
Versione di latino di Igino e traduzione
Midas, rex mygdonius ex sumptus est eo tempore quo cum Marsya Apollo fistula certavit. Cum Tmolus victoriam Apollini daret, Midas dixit victoriam Marsyae potius dandam. Tunc Apollo indignatus Midae dixit: " Quale cor in iudicando habuisti, tales etiam auriculas habebis". Quibus Dictis, effecit ut asininas haberet aures. Eo tempore cum Liber pater exercitum in Indiam duceret, Silenus aberravit, quem Midas hospitio liberaliter accepit atque ducem dedic, qui eum in comitatum Liberi deduceret. Et Midae Liber pater ob beneficium dedit potestatem ut (che) quidquid vellet a se peteret. Petivit Midas ut quidquid tetigisset, id aurum fieret. Hoc cum impetrasset et in regiam suam rediisset, quicquid tetigerat aurum fiebat. Cum iam fame cruciaretur, quia cibi ipsi aurum fiebant, petivit a Libero ut sibi speciosum donum eriperet. Tunc eum Liber iussit in flumine Pactolo se abluereret, cum eius corpus aquam tetigisset, ipsa facta est colore aureo. Quare illud fulmen nunc Chryssophorum appellatur. Traduzione
Mida, re Frigio fu scelto come giudice in quella circostanza in cui Apollo gareggiò con Marsia al flauto. Poichè Tmolo aveva dato la vittoria ad Apollo, Mida disse che la vittoria piuttosto doveva essere data a Marsia. Allora Apollo indignato disse a Mida: " Avrai le orecchie tale e quali all'intelligenza che hai avuto nel giudicare". Detto questo, fece in modo che avesse le orecchie d'asino. In quel tempo quando il padre Libero conduceva l'esercito in India, si perse Sileno, che Mida accolse in ospitalità generosamente e gli diede una guida, per ricondurlo al seguito di Libero. E il padre Libero per il favore ricevuto diede a Mida la possibilità di chiedere a lui qualunque cosa volesse. Mida chiese che qualunque cosa toccasse, diventasse oro. Questo quando ottenne il favore e quando tornò nella sua reggia, aveva toccato qualcosa che diventava oro. Ormai quando si tormentava dalla fame, poiché i cibi stessi diventavano oro, chiese a Libero di togliergli il magnifico dono. Allora Libero gli ordinò di immergersi nel fiume Pattolo, dopo che il suo corpo ebbe toccato l'acqua, essa stessa diventò di colore oro. Per ciò ora quel fiume viene chiamato Crisoforo (=Portatore d'oro).
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MELEAGRO versione latino Igino e traduzione
Inizio: "ALTHEA, THESTII FILIA, EX OENEO PEPERIT MELEAGRUM ...
Altea, figlia di Testio, partorì Meleagro da Eneo; si dice che allora nella reggia sia apparso un tizzone ardente. Giunsero colà le Parche e predissero il Fato di Meleagro: sarebbe vissuto fintantoché il tizzone fosse rimasto intatto. Altea lo chiuse allora in un cofano e lo serbò con cura. Nel frattempo Diana, adirata con Eneo perché non le aveva offerto i sacrifici annuali, mandò un cinghiale di enormi dimensioni a devastare i campi di Calidone. Meleagro lo uccise insieme ad altri scelti giovani greci e donò la pelle dell’animale alla vergine Atalanta, per la sua virtù. I fratelli di Altea, Ideo, Plessippo e Linceo, vollero sottrargliela, al che la giovane chiese aiuto a Meleagro, che intervenne e, anteponendo l’amore ai legami familiari, uccise gli zii. Quando la madre Altea venne a sapere che suo figlio aveva commesso un così empio delitto, memore del monito delle Parche, trasse il tizzone dal cofano e lo gettò nel fuoco; e così, per vendicare i propri fratelli, uccise suo figlio. Ma per volere divino tutte le sue sorelle, tranne Gorge e Deianira, per il loro gran PIANGERE furono trasformate in uccelli, detti Meleagridi; e la moglie di lui, Alcione, morì di dolore per il suo lutto.