Ὁ Σωκράτης Χαρμίδην δὲ τὸν Γλαύκωνος ὁρῶν ἀξιόλογον μὲν ἄνδρα ὄντα καὶ πολλῷ δυνατώτερον τῶν τὰ πολιτικὰ τότε πραττόντων, ὀκνοῦντα δὲ προσιέναι τῷ δήμῳ καὶ τῶν τῆς πόλεως πραγμάτων ἐπιμελεῖσθαι· «Εἰπέ μοι' – ἔφη – ὦ Χαρμίδη· ... (Senofonte)

Socrate, vedendo che Charmide, figlio di Glaucone, era un uomo notevole e molto più capace di quelli che allora facevano politica, ma che esitava ad avvicinarsi al popolo e a occuparsi degli affari della città, (gli) disse: "Dimmi, Charmide, se uno, pur essendo capace di vincere le gare insignite di corone e per questo essere onorato lui stesso e rendere la sua patria più illustre in Grecia, non volesse gareggiare, che tipo di uomo pensi che sarebbe questo?". "È chiaro che sarebbe un uomo pigro e vile", rispose. Disse (anche) "Se invece uno, pur essendo capace di occuparsi degli affari della città e di accrescere la città, e per questo essere onorato lui stesso, esitasse a farlo, non sarebbe considerato giustamente vile?". "Forse", rispose. "Ma perché mi chiedi queste cose?". "Perché", disse, "penso che tu, pur essendo capace, esiti ad occupartene, mentre a te è necessario che tu prenda parte a queste cose essendo un cittadino.