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AMORE FILIALE DI MANLIO TORQUATO
Versione greco Appiano TRADUZIONE dal libro
Antropon odoi - pagina 230 numero 262
Il tale Manlio Torquato era un console abile. Per questo il padre era gretto e si comportava trascuratamente verso di lui. Teneva questo nei campi, e lavorava e cresceva con i servi. Pomponio il demarco accusando questo per le molte ingiustizie e stando per dire qualcosa anche riguardo al maltrattamento verso il bambino, questo fanciullo Manlio andava, nascondendo un pugnale, verso la casa del demarco, e si degnò di parlare solo a lui, poiché riteneva che fosse qualcosa di utile per la giustizia. Esssendo stato accolto dunque e cominciando a parlare chiuse le porte e minacciava il dimerca di ucciderlo stringendo il pugnale, se non prometteva di lasciare libero il padre.
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Antropon odoi Pagina 164
Mario, tornando l’esercito dalla Libia, ottiene il trionfo, mostrando ai Romani l’incredibile spettacolo di Giugurta prigioniero: questo era infatti un uomo scaltro essendo ardito e dando prova di grande abilità. Mentre dunque durante il trionfo Giugura è portato in prigione, alcuni gli lacerano con violenza il chitone, altri strappandogli con forza un orecchino d’oro gli staccano al tempo stesso il lobo. Infine viene scaraventato nudo in una fossa: combattendo sei giorni con la fame e fino all’ultima ora attaccandosi al desiderio di vita, espia la giusta colpa dei misfatti. Nel trionfo dicono che portasse con sé 3007 libbre di oro, 5775 d’argento, 5700 dracme di moneta moltiplicate per 28 miriadi.(by Geppetto)
Altro tentativo di traduzione
Mario tornando dalla Libia con l'esercito, celebra il trionfo mostrando ai romani come incredibile premio, Giugurta prigioniero; egli infatti era un uomo astuto che aveva un animo passionale mescolato a molta malvagità. Dunque essendo condotto Giugurta in trionfo verso la prigione, alcuni gli lacerano con forza la tunica, altri togliendogli con forza l'orecchino d'oro, gli spezzano allo stesso tempo il lobo. Infine è lasciato cadere nudo nel baratro; combattendo tutto il tempo la fame e dipendendo fino all'ultima ora dal desiderio di vivere, sconta la giusta pena per l'essere empio. In trionfo dicono che fossero trasportate trentamila e sette libbre d'oro, cinquemilasettecentosettantacinque d'argento, settemila per diecimilaventotto dracme di moneta (SOMMA= settanta milioni cento novantaseimila .
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ATENE ALLO STREMO
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
TRADUZIONE dal libro Anthropon odoi
INIZIO: Οι δ Αθηναιοι πολιορκουμενοι κατα γην και κατα θαλατταν
FINE: ελεγε γαρ ουκ ειναι κυριος αυτος
Gli Ateniesi, assediati sia per terra che per mare, non sapevano cosa bisognasse fare, non avendo né navi né alleati né cibo; ritenevano che non ci fosse alcuna salvezza, e che stavano per subire per quelle cose che non fecero vendicandosi, ma a causa della tracotanza se la rifacevano con gli abitanti delle piccole città non per un altro motivo se non perché combattevano con gli Spartani. E morendo molti nella città per la fame, non discutevano per la riconciliazione. Poiché il cibo mancava ormai del tutto, inviarono un ambasciatore presso Agide, volendo essere alleati degli Spartani, avendo le mura e il Pireo, e (volendo) fare con loro i trattati. Quello ordinava a loro di andare dagli Spartani; diceva infatti di non essere lui il capo.
Da altro libro
Assediati per terra e per mare, gli Ateniesi non sapevano che fare, non avendo più navi né alleati né viveri; pensavano che fosse per loro ormai inevitabile subire la stessa sorte inflitta agli abitanti di tante piccole città non per vendicare un torto, ma per pura prepotenza, non avendo essi altra colpa che quella di essere alleati di Sparta. Per questo, restituito il diritto di cittadinanza a chi ne era stato privato, continuavano a resistere, e anche se molti in città morivano di fame, rifiutavano di trattare la resa. Ma quando vennero a mancare ormai del tutto i viveri, inviarono un'ambasceria ad Agide, dichiarando di essere disposti ad allearsi con Sparta a patto di conservare le mura e il Pireo, e a concludere il trattato solo a queste condizioni. Ma egli li mandò a Sparta, dicendo che non aveva l'autorità per decidere. Gli ambasciatori riportarono la risposta ad Atene e furono inviati a Sparta. Quando però furono a Sellasia, ai confini della Laconia, e gli efori vennero a sapere che le loro proposte erano le stesse già presentate ad Agide, ordinarono loro di andarsene immediatamente: se proprio volevano la pace, ritornassero dopo essersi meglio consigliati. Tornati in patria, gli ambasciatori riferirono il messaggio alla città e tutti furono presi da grande sconforto, perché pensavano che sarebbero stati ridotti in schiavitù e che, in attesa dell'esito di un'altra ambasceria, molti sarebbero morti di fame. Ma nessuno osava presentare proposte sulla distruzione delle mura, perché Arche-strato, quando aveva dichiarato in Consiglio che era meglio fare la pace con gli Spartani alle condizioni da loro offerte, venne arrestato; le condizioni erano appunto di abbattere dieci stadi delle Lunghe Mura da entrambi i lati. E fu approvato un decreto che vietava di presentare proposte su quest'argomento. Così stando le cose, Teramene dichiarò in Assemblea che, se erano disposti a inviarlo presso Lisandro, sarebbe tornato sapendo se gli Spartani insistevano sulla questione delle mura perché volevano ridurre in schiavitù la città o per avere una garanzia. Venne quindi mandato, e si trattenne presso Lisandro più di tre mesi, aspettando il momento in cui gli Ateniesi, per l'assoluta mancanza di viveri, avrebbero accettato qualsiasi condizione. II quarto mese ritornò e riferì in Assemblea che Lisandro l'aveva trattenuto fino ad allora, esortandolo poi ad andare a Sparta perché non aveva l'autorità per rispondere alle sue domande, ma toccava agli efori. Fu quindi nominato ambasciatore con pieni poteri e inviato a Sparta insieme on altri nove. Intanto Lisandro mandò Aristotele, un esule ateniese, insieme con altri Spartani, a riferire agli efori la risposta data a Teramene: che spettava a loro decidere in fatto di pace e di guerra. Quando Teramene e gli altri dell'ambasceria furono a Sellasia, interrogati a che titolo fossero venuti, risposero che avevano piena autorità per trattare la pace, quindi gli efori diedero ordine di farli passare. Al loro arrivo convocarono un'assemblea30 in cui soprattutto Corinzi e Tebani, ma anche molti altri Greci, si opposero alle trattative con Atene, proponendo di distruggerla. Gli Spartani, invece, dichiararono che non avrebbero ridotto in schiavitù una città greca che aveva reso alla Grecia grandi servigi nei momenti di maggior pericolo, ma erano anzi disposti a concludere la pace a queste condizioni: che gli Ateniesi abbattessero le Lunghe Mura e le fortificazioni del Pireo; consegnassero la flotta, escluse dodici navi; riammettessero in patria i fuorusciti; riconoscessero gli stessi nemici e amici degli Spartani, seguendo questi ultimi per terra e per mare, dovunque li guidassero.
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FORMAZIONE DI PLATONE
VERSIONE DI GRECO di Diogene Laerzio
TRADUZIONE dal libro Antropon odoi
TRADUZIONE
Platone fu educato nella scrittura da Dionigi, fu allevato da Aristene nella scuola di Argo; da allora fu chiamato Platone, per il suo vigore, prima chiamato Aristocle dal nonno. ALcuni dicono che fu chiamato così per l' ampiezza dell' espressione o perché era largo di fronte. CI sono anche alcuni che dicono che questo gareggiò ai giochi sull' istmo e che scrisse opere, per prima di Tirambi, in seguito canti e tragedie. Si dice anche che Socrate ebbe il sognò di avere un piccolo di cigno sulle gioncchia, il quale al momento che metteva le ali si infiammava, strepitando dolcemente; si dice che il giorno dopo Platone si recò da lui e che Socrate disse che questo era il cigno.
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Il pescatore e Policrate
VERSIONE DI GRECO di Erodoto
TRADUZIONE dal libro Antropon Odoi
TRADUZIONE
Un uomo pescatore prendeva un pesce grande e bello e lo riteneva un dono degno da dare a Policrate. Quindi portatolo alle porte e dirigendosi alla vista di Policrate, diceva : " O re, io non ho voluto portare un pesce tale al mercato, ma mi sembrava fosse degno di te e della tua autorità; quindi portandotelo lo do a te ". Ed egli si rallegrava per le parole e rispondeva con queste (parole): " facevi certamente molto bene, e due volte grazie per le parole e per il dono; e ti invitiamo a pranzo ". Da una parte il pescatore tenendo in grande considerazione queste cose, andava a casa. Dall'altra i servitori tagliando il pesce trovano che c'era nel suo stomaco l'anello con il sigillo di Policrate. Subito lo prendevano e lo portavano presso Policrate, danogli poi l'anello con il sigillo raccontavano in che modo era stato trovato. Quello comprendeva che quello fosse un fatto divino.