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LE RACCOMANDAZIONI DI AMORE Versione latino traduzione libro Nuovo comprendere e tradurre
Quella notte il marito parlò così alla sua Psiche dolcissima e cara moglie un pericolo ti minaccia il quale ritengo che debba essere trattato con una cautela particolarmente attenta. Di già le tue sorelle sconvolte dalla credenza della tua morte e alla ricerca delle tue tracce, giungeranno senza aspettare presso questa rupe: quando sentirai i loro lamenti, certamente non rispondere ne assolutamente osserva altrimenti procurerai a me certamente un gravissimo dolore, a te invece una grandissima rovina. Psiche annuì e promise che avrebbe fatto secondo la volontà del marito ma quando egli svanì insieme alla notte, la misera passò tutto il giorni in lacrime e in pianti, affermando che ora era veramente morta, poiché protetta dalle mura del ricco carcere e privata di umani colloqui, non avrebbe certamente potuto vedere le sue sorelle rattristarsi su di lei. Senza essersi ristorata né con un bagno né con del cibo né infine con qualche riposo piangendo abbondantemente si addormentò. Allora quella, mentre minaccia che sarebbe morta, ottiene dal marito di vedere le sorelle e inoltre di donare loro dei monili d’oro. Tuttavia il marito l’ammonisce con insistenza a non, lasciatasi persuadere dal pericoloso consiglio delle sorelle, a voler sapere sull’aspetto del marito: se infatti facesse ciò con una curiosità empia si getterebbe proprio giù da un tanto elevato vertice della fortuna e perderebbe il suo abbraccio. Ringraziò il marito e ormai con animo più lieto disse: ”Ma morirei cento volte prima di privarmi di questo dolcissimo matrimonio con te. ”Infatti io ti amo, chiunque tu sia, e ti ho a cuore ardentemente, ne ti paragono allo stesso Cupido.
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Nec mora, cum cena nuptialis affluens exhibetur. Accumbebat summum torum maritus Psychen gremio suo complexus. Sic et cum sua Iunone Iuppiter ac deinde per ordinem toti dei. Tunc poculum nectaris, quod vinum deorum est, Iovi quidem suus pocillator ille rusticus puer, ceteris vero Liber ministrabat, Vulcanus cenam coquebat; Horae rosis et ceteris floribus purpurabant omnia, Gratiae spargebant balsama, Musae quoque canora personabant. Tunc Apollo cantavit ad citharam, Venus suavi musicae superingressa formonsa saltavit, scaena sibi sic concinnata, ut Musae quidem chorum canerent, tibias inflaret Saturus, et Paniscus ad fistulam diceret. Sic rite Psyche convenit in manum Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem nominamus".
All'istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era seduto al posto d'onore e teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine d'importanza, tutti gli altri dei. Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo servì il suo coppiere, il famoso pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d'altri fiori, le Grazie spargevano balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominciò a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un'orchestra ch'ella stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna. «Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà. »
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Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, at vero puellae iunioris tam praecipua tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. Multi denique civium et advenae copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis admiratione stupidi et admoventes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem residente ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis adorationibus. Iamque proximas civitates et attiguas regiones fama pervaserat deam quam caerulum profundum pelagi peperit et ros spumantium fluctuum educavit iam numinis sui passim tributa venia in mediis conversari populi coetibus, vel certe rursum novo caelestium stillarum germine non maria sed terras Venerem aliam virginali flore praeditam pullulasse. Sic immensum procedit in dies opinio, sic insulas iam proxumas et terrae plusculum provinciasque plurimas fama porrecta pervagatur. Iam multi mortalium longis itineribus atque altissimis maris meatibus ad saeculi specimen gloriosum confluebant. Paphon nemo, Cnidon nemo ac ne ipsa quidem Cythera ad conspectum deae Veneris navigabant; sacra differuntur, templa deformantur, pulvinaria praetereuntur, caerimoniae negleguntur; incoronata simulacra et arae viduae frigido cinere foedatae. Puellae suplicatur et in humanis vultibus deae tantae numina placantur, et in matutino progressu virginis victimis et epulis Veneris absentis nomen propitiatu
Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie, le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla. «Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l'indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. «Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un'altra Venere, anch'essa bellissima, nella sua grazia virginale. Così la fama andava crescendo sempre più di giorno in giorno, si spandeva, si diffondeva già nelle vicine isole e anche in moltissime regioni della terra. Già molti dei mortali accorrevano per vedere la nuova meraviglia del secolo compiendo lunghi viaggi e traversando mari profondissimi. Nessuno più navigava verso Pafo, nessuno verso Cnido, e neppure alla stessa Citera in cospetto della dea Venere. I sacrifici si differivano, i templi si spogliavano del loro splendore, si passava senza far caso davanti ai templi, si trascuravano le cerimonie; senza corone erano i simulacri, disadorni gli altari e bruttati di fredda cenere. Si dicevano preghiere alla fanciulla e si voleva implorare la maestà di una dea così grande nel volto umano di quella. Nelle mattutine passeggiate della vergine si propiziava il nome di Venere assente con vittime e banchetti
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Is gracili pauperie laborans fabriles operas praebendo parvis illis mercedibus vitam tenebat. Erat ei tamen uxorcula etiam satis quidem tenuit et ipsa, verum tamen postrema lascivia famigerabilis. Sed die quadam, dum matutino ille ad opus susceptum proficiscitur, statim latenter inrepti eius hospitium temerarius adulter. Ac dum Veneris conluctationibus securius operantur, maritus ignarus rerum ac nihil etiam tum tale suspicans inprovisus hospitium repetit. Iam clausis et obseratis foribus uxoris laudata continentia ianuam pulsat, sibilo etiam praesentiam suam denuntiante. Tunc mulier callida et ad huius modi flagitia perastutula tenacissimis amplexibus expeditum hominem dolio, quod erat in angulo semiobrutum, sed alias vacuum, dissimulanter abscondit, et patefactis aedibus adhuc introeuntem maritum aspero sermone accipit: "Sinice vacuus et otiosus insinuatis manibus ambulabis mihi nec obito consueto labore vitae nostrae prospicies et aliquid cibatui parabis? At ego misera pernox et perdia lanificio nervos meos contorqueo, ut intra cellulam nostram saltem lucerna luceat. Quanto me felicior Daphne vicina, quae mero et prandio matutino saucia cum suis adulteris volutatur!"
Traduzione
Dunque, quest'uomo che lavorava da fabbro faceva la miseria nera e, con quel che guadagnava, appena appena riusciva a vivere. Anche sua moglie, come lui, non aveva il becco d'un quattrino ma, in compenso, era libidinosa al massimo, e tutti lo sapevano. Un giorno, di buon'ora, appena il marito se ne uscì per andare al lavoro, subito un amante, con estrema sfacciataggine, s'infilò in casa. Ma ecco che mentre i due s'azzuffavano alla bell'e meglio sul letto, l'ignaro marito, senza sospettare di nulla, tornò sui suoi passi e, trovando la porta chiusa e sprangata, fra sé compiacendosi dell'onestà della moglie, picchiò all'uscio e le dette anche un fischio per farsi riconoscere. La moglie, furba e pratica in imbrogli di questo genere, si staccò dall'uomo che teneva stretto fra le braccia e, come se niente fosse, lo nascose in una botte vuota, seminterrata in un angolo; poi, aperta la porta, aggredì il marito che ancora nemmeno era entrato: «Ah, è così? Ora mi vai anche a spasso, con le mani in tasca, come uno sfaccendato, buono a nulla. Perché non sei andato a lavorare? Alla famiglia non ci pensi, no? Cos'è che mangeremo oggi? E io, disgraziata, che me ne sto notte e giorno a rompermi le braccia filando lana perché in questa stanzetta almeno ci sia accesa la lampada. Guarda Dafne, quella qui vicino invece, com'è più fortunata di me: mangia e beve da prima mattina e si rivoltola ora con uno ora con un altro. »
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Amore e Psiche L'IRA DI VENERE VERSIONE latino APULEIO VERSIONE DA LIBRO Nuovo comprendere e tradurre
Questo eccessivo trasferimento di onori divini al culto di una ragazza mortale grandemente infiammò i sentimenti della Vera Venere. Allora Venere; divampando d’ira chiamò subito quel famoso ragazzo con le ali e abbastanza scavezzacollo che armato di fiamme e frecce correndo di notte per le case altrui e distruggendo i matrimoni di tutti, senza essere punito commette tanti grandi scandali e non fa proprio niente di buono. Lo inviò in quella città e mostrò Psiche infatti con questo nome veniva chiamata la fanciulla e raccontata tutta quella storia a proposito della concorrenza della bellezza, gemendo e fremendo per l’indignazione: ”Per l’amore materno che mi devi, io ti supplico: offri a tua madre una vendetta e per di più piena: quella vergine sia presa da un amore molto ardente per l’uomo peggiore che esista e di una condizione tanto umile da non trovarsi in tutto il mondo una uguale alla sua miseria.