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Invitata Psyche talium locorum oblectatione, proprius accessit et paulo fidentior intra limen sese facit, ubi horrae sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. Nec est quicquam, quod ibi non est. Sed praeter ceteram tantarum divitiarum admirationem, hoc erat praecipue mirificum, quod nullo vinculo, nullo claustro, nullo custode totius orbis thesaurus ille muniebatur. Haec ei summa cum voluptate visenti, offert sese vox quaedam, corporis sui nuda, et: "Quid-inquit-domina, tantis obstupescis opibus? Tua sunt haec omnia. Prohinc cubiculo te refer et lectulo lassitudinem refove et ex arbitrio lavacrum pete. Nos, quarum voces accipis, tuae famulae sumus"
Attratta dall'incanto del luogo Psiche s'avanzò, poi fattasi coraggio varcò la soglia e, presa dalla curiosità di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa. Vide così, in un'altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c'era tutto quanto si potesse desiderare e immaginare. «Ma la cosa più straordinaria, più ancora di tutte quelle meraviglie, era che nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezze. «Mentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sentì una voce misteriosa che le disse: 'Signora, perché stupisci di fronte a tanta ricchezza? Ciò che vedi è tuo. Entra in camera e lasciati andare sul letto e comanda per il bagno, come ti piace. Queste voci sono quelle delle tue ancelle. '
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Servus quidam, cui cunctam familiae tutelam dominus permiserat, suus quique possessionem maximam illam, in quam deverteramus, vilicabat, habens ex eodem famulitio conservam coniugam, liberae cuiusdam extrariaeque mulieris flagrabat cupidine. Quo dolore paelicatus uxor eius instricta cunctas mariti rationes et quicquid horreo reconditum continebatur admoto combussit igne. Nec tali damno tori sui contumeliam vindicasse contenta, iam contra sua saeviens viscera laqueum sibi nectit, infantulumque, quem de eodem marito iam dudum susceperat, eodem funiculo nectit seque per altissimum puteum adpendicem parvulum trahens praecipitat. Quam mortem dominus eorum aegerrime sustinens adreptum servulum, qui causam tanti sceleris luxurie sua praestiterat, nudum ac totum melle perlitum firmiter alligavit arbori ficulneae, cuius in ipso carioso stipite inhabitantium formicarum nidificia bulliebant et ultro citro commeabant multiiuga scaturrigine. Quae simul dulcem ac mellitum corporis nidorem persentiscunt, parvis quidem sed numerosis et continuis morsiunculis penitus inhaerentes, per longi temporis cruciatum ita, carnibus atque ipsis visceribus adesis, homine consumpto membra nudarunt, ut ossa tantum viduata pulpis nitore nimio candentia funestae cohaererent arbori.
Uno schiavo, al quale il padrone aveva affidato la sorveglianza di tutta la servitù e, praticamente, la sovrintendenza della sua vasta proprietà, quella dove noi c'eravamo fermati, aveva preso in moglie una schiava che lavorava nella medesima casa, ma s'era follemente innamorato di un'altra donna, di condizione libera e per giunta forestiera. La moglie tradita, accecata dalla gelosia, diede alle fiamme i registri del marito e tutto quanto egli aveva raccolto nel granaio. Non soddisfatta del danno procurato, che non lavava sufficientemente l'onta del tradimento, la donna infierì contro il suo stesso sangue: si legò a una corda insieme con un figliuoletto che aveva avuto a suo tempo dal marito e si precipitò in un pozzo profondissimo, tirandosi dietro come un'appendice quella povera creaturina. Il padrone, profondamente turbato per quella morte, arrestò il servo che con la sua condotta aveva provocato una simile tragedia e lo fece legare nudo e tutto ricoperto di miele a un albero di fico il cui tronco tarlato era tutto un brulicare di formiche che andavano su e giù per il legno, entrando e uscendo da tutti i fori
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Summa cum trepidatione inrepit cubiculum et pyxidem depromit arcula. Quam ego amplexus ac deosculatus prius utque mihi prosperis faveret volatibus deprecatus abiectis propere laciniis totis avide manus immersi et haurito plusculo uncto corporis mei membra perfricui. Iamque alternis conatibus libratis brachiis in avem similis gestiebam; nec ullae plumulae nec usquam pinnulae, sed plane pili mei crassantur in setas et cutis tenella duratur in corium et in extimis palmulis perdito numero toti digiti coguntur in singulas ungulas et de spinae meae termino grandis cauda procedit. Iam facies enormis et os prolixum et nares hiantes et labiae pendulae; sic et aures inmodicis horripilant auctibus. Nec ullum miserae reformationis video solacium, nisi quod mihi iam nequeunti tenere Photidem natura crescebat.
Entrò tutta emozionata in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi avidamente le dita nel barattolo e preso un bel pò di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e giù mi misi a fare l'uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com'era, a farsi dura come il cuoio, alle estremità degli arti le dita si confusero, riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spuntò una gran coda. Poi eccomi con una faccia enorme, una bocca allungata, le narici spalancate, le labbra penzoloni, mentre smisuratamente pelose mi erano cresciute le orecchie. Nulla in quell'orribile metamorfosi di cui potessi per qualche verso compiacermi, se non per il mio arnese diventato grossissimo, ma proprio quando, ormai, non potevo più tener Fotide tra le mie braccia.
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UNA BELLEZZA MALEDETTA Versione latino Apuleio traduzione libro Nuovo Comprendere e tradurre
Frattanto Psiche destò nessun frutto con la sua evidente bellezza. È guardata da tutti, è lodata da tutti, non si avvicina ne il re ne un principe ne un plebeo per prenderla in matrimonio. Almeno ammirano la divina bellezza ma tutti la guardano come una statua abilmente scolpita. e due maggiori sorelle, con le quali bellezza moderata era, erano state richieste dai pretendenti di sangue reale e felicemente maritate, ma Psiche rimasta in casa piange la sua deserta solitudine, malata nel corpo e nell’anima e odia in se stessa la sua bellezza. Così il padre infelice di quella fanciulla sventurata, temendo un odio e un’ira degli dei del cielo andò dall’antichissimo oracolo del dio di Mileto e con tante preghiere chiese un matrimonio e un marito. Ma la necessità di obbedire agli ordini divini premeva la misera Psiche a subire al più presto la pena destinata. Dunque, in mezzo alla tristezza, furono fatte tutte le cose che aveva prescritto l’oracolo; fu accompagnata da tutto il popolo la lacrimosa Psiche non alla nozze ma all’esequie. iunsero così alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a strapiombo e lì lasciarono la fanciulla e lì lasciarono le fiaccole, spente dalle loro lacrime. E certamente i genitori, distrutti da tanta sciagura, chiusi nell’ombra più fitta della casa, si abbandonarono alla notte senza fine. no splendido palazzo e uno sposo misterioso siche intanto, spaurita e tremante, là in cima alla rupe, si struggeva in lacrime, quand'ecco l'alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la sollevò da terra e sostenendola col suo soffio leggero, giù giù lungo il pendio del monte, la depose nel cavo di una valle in grembo all'erbe e ai fiori. Psiche giacente su tenero ed erboso luogo soave, dolcemente si riposò e calmo la tanta perturbazione della mente. E ora, bastato un sonno, risorse con placido animo. Vide un bosco piantato con vari arbusti col vetro vide una sorgente d‘acqua cristallina, in mezzo al bosco c‘è una casa regale, costruita non da mani umane ma da mestieri divini. Psiche, allettata dalla delizia di un luogo come quello si avvicinò e oltrepassò la soglia. Mentre Psiche osserva queste cose con grandissimo piacere, una voce che non usciva da nessun corpo si manifesta e dice: ”perché, o padrona, ti stupisci di tante grandi ricchezze?Queste sono tutte tue. Perciò ritorna nella camera da letto e allevia la stanchezza nel letto e cerca un lavacro. Noi, di cui senti le voci, siamo le tue serve All’istante, senza che nessuno servisse, ma come spinte da un soffio, le vennero recati vini pregiati e svariate pietanze. Tuttavia questa non riusciva a vedere nessuno ma sentiva soltanto un rimbalzar di parole e come serve aveva soltanto voci. Dopo quel pranzo squisito un tale entrò e cantò e un altro suonò la cetra ma tuttavia non vedeva nessuno, né il cantatore né il citraredo. Quando si fece sera Psiche andò a dormire. Essendo già notte avanzata un dolce suono le giunse all’orecchio. E ora era andato l’incognito marito ed era salito sul letto.
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LE RACCOMANDAZIONI DI AMORE
E L'INVIDIA DELLE SORELLE VERSIONE DI LATINO DI APULEIO E TRADUZIONE
Quella notte il marito parlò così alla sua Psiche dolcissima e cara moglie un pericolo ti minaccia il quale ritengo che debba essere trattato con una cautela particolarmente attenta. Di già le tue sorelle sconvolte dalla credenza della tua morte e alla ricerca delle tue tracce, giungeranno senza aspettare presso questa rupe: quando sentirai i loro lamenti, certamente non rispondere ne assolutamente osserva altrimenti procurerai a me certamente un gravissimo dolore, a te invece una grandissima rovina. Psiche annuì e promise che avrebbe fatto secondo la volontà del marito ma quando egli svanì insieme alla notte, la misera passò tutto il giorni in lacrime e in pianti, affermando che ora era veramente morta, poiché protetta dalle mura del ricco carcere e privata di umani colloqui, non avrebbe certamente potuto vedere le sue sorelle rattristarsi su di lei. Senza essersi ristorata né con un bagno né con del cibo né infine con qualche riposo piangendo abbondantemente si addormentò. Allora quella, mentre minaccia che sarebbe morta, ottiene dal marito di vedere le sorelle e inoltre di donare loro dei monili d’oro. Tuttavia il marito l’ammonisce con insistenza a non, lasciatasi persuadere dal pericoloso consiglio delle sorelle, a voler sapere sull’aspetto del marito: se infatti facesse ciò con una curiosità empia si getterebbe proprio giù da un tanto elevato vertice della fortuna e perderebbe il suo abbraccio. Ringraziò il marito e ormai con animo più lieto disse: ”Ma morirei cento volte prima di privarmi di questo dolcissimo matrimonio con te. ”Infatti io ti amo, chiunque tu sia, e ti ho a cuore ardentemente, ne ti paragono allo stesso Cupido.