Hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse; nonnulli Stoici negant quemquam esse virum bonum nisi sapientem. Sit ita sane, sed illi tamen eam sapientiam interpretantur quam adhuc mortalis nemo consecutus est, nos autem ea quae sunt in usu vitaque communi, non ea quae finguntur aut optantur, spectare debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M. Curium, Ti. Coruncanium?, quos sapientes nostri maiores iudicabant, ad istorum normam fuisse sapientes. Quare Stoici sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et obscurum, sed concedant ut viri boni fuěrint. Probarem hoc; sed ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi.
Io percepisco prima di tutto quanto segue, che non ci può essere amicizia se non tra i buoni; alcuni stoici negano che ognuno potrebbe essere un uomo buono anche se non un sapiente. Sia giustamente così, ma tuttavia quelli interpretano tale sapienza che ancora nessun mortale consegue, noi invece dobbiamo considerare quelle cose che sono in uso e nella vita comune, non quelle cose che sono immaginate o desiderate. Io non direi mai che C Fabrizio, M Curio, Ti Coruncazio, che i nostri antenati giudicavano sapienti, furono sapienti secondo il criterio di costoro. Per tale motivazione gli stoici consideravano il nome della sapienza invidioso e oscuro a loro stessi, ma ammettevano che c'erano gli uomini buoni. Dovrei approvare ciò; ma neppure faranno ciò, negheranno ciò a meno che potesse esser concesso al sapiente.
(By Maria D. )
Versione tratta da Cicerone