Quid restat, iudices, nisi ut orem obtesterque vos ut eam misericordiam tribuatis fortissimo viro, quam ipse non implorat, ego, etiam illo repugnante, implaro et exposco? Cum in nostro omnium fletu nullam lacrimam aspexeritis Milanis, sed vultum semper eundem, vocem, orationem, stabilem ac non mutatam videatis, eum damnabitis. Haud scio an multo magis etiam adiuvandus sit. Etenim in gladiatoriis pugnis, et in infimi generis hominum condicione atque fortuna, timidos et supplices et, ut vivere liceat, obsecrantes etiam odisse solemus, fortes et animosos servari cupimus, eorumque nos magis miseret, qui nostram misericordiam non requirunt, quam qui illam efflagitant. Quanto magis hoc pro fortissimis civibus facere debemus!
Cosa resta, giudici, se non di chiamarvi a testimoni per pregarvi di attribuire questa misericordia ad un uomo fortissimo, che egli stesso non implora, io, anche resistendo quello, imploro e chiedo con insistenza? Voi non avendo scorto alcuna lacrima di Milone nel nostro pianto di tutti, ma vedendo sempre lo stesso volto, la stessa voce, l'orazione, stabile e non mutata, lo avete condannato. Non so se bisognerebbe giovarlo anche molto di più. Ed infatti negli scontri gladiatorii, e nella condizione e nella sorte dell'infimo genere di uomini, soliamo odiare i timorosi e i supplichevoli e, anche quelli che scongiurano, affinché sia lecito vivere, desideriamo che siano preservati i forti e gli animosi, e noi abbiamo avuto compassione di costoro, che non ricercarono la nostra misericordia più di coloro che la chiesero con insistenza. Quanto più dovremmo fare ciò per i cittadini più forti!
(By Maria D.)
Versione tratta da Cicerone