Tantus est igitur innatus in nobis cognitionis amor et scientiae, ut nemo dubitare possit quin ad eas res hominum natura nullo emolumento invitata rapiatur. Videmusne ut pueri ne verberibus quidem a contemplandis rebus perquirendisque deterreantur? ut pulsi recurrant? ut aliquid scire se gaudeant? ut id aliis narrare gestiant? ut pompa, ludis atque eius modi spectaculis teneantur ob eamque rem vel famem et sitim perferant? quid vero? qui ingenuis studiis atque artibus delectantur, nonne videmus eos nec valitudinis nec rei familiaris habere rationem omniaque perpeti ipsa cognitione et scientia captos et cum maximis curis et laboribus compensare eam, quam ex discendo capiant, voluptatem?

Tanto grande, è innato in noi un desiderio di conoscere e di sperimentare che nessuno potrebbe nutrire dubbi sul fatto che la natura umana è, senza alcun interesse, conquistata a tali cose. Non vediamo forse come i fanciulli, neanche coi rimbrotti, siano distolti dallo scoprire e ad investigare le cose? Come, allontanati, vi ritornino? Come provino piacere ad imparare qualcosa (di nuovo)? Come smanino di riferirlo ad altri? Come assistano rapiti a manifestazioni, giochi e (altri) spettacoli di tal fatta, al punto da sopportare la fame e sete? E dunque coloro che si profondono negli studi filosofici e scientifici, non vediamo che non badano né alla salute né alle occorrenze domestiche e s'adattano a tutto, rapiti dal sapere e dalla scienza in sé stessa e pagano con grandissimi affanni e fatiche quel piacere che traggono dalla conoscenza?