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Mali homines, qui aliis insidias parant, semper sibi timere debent, ut monet fabella de accipitre et luscinia. Olim accipiter in altos arboris ramos advolaverat loca vicina exploraturus, et nidum lusciniae cum parvis pullis invenerat. Sed cito revertens luscinia cum esca accipitrem orabat ne pullos suos voraret. Tum improbus rapax: "Faciam quod vis, - inquit - si mihi bene cantaveris". Misera mater, metu coacta, ut filios servaret, cantabat. Accipiter vero, praedae cupidus, sponsionem rupit dicens: "Non bene modo cantavisti!"; et aviculas apprehensurus laceraturusque erat, cum repente post tergum auceps supervenit, silenter calamum levavit, accipitrem contractum visco in terram deiecit cepitaque.
Gli uomini cattivi che tendono agli altri insidie, devono sempre aver timore per se stessi, come (ci) insegna la favola del nibbio e dell'usignolo. Una volta un nibbio mentra stava volando in cerca di luoghi vicini, aveva trovato un nido con degli uccellini piccolini. Ma ritornando improvvisamente l'usignolo con il cibo pregava il nibbio di non divorare i suoi uccellini. Allora il cattivo rapace disse: " Farò come vuoi (tu), se canterai bene per me". La povera madre, spinta dalla paura, per salvare i figli, cantava. In vero il nibbio, bramoso della preda, non mantenne la scommessa dicendo: " Non hai cantato bene affatto!"; e stava per afferrare e divorare gli uccellini, quando all'improvviso alle spalle giunse un cacciatore, alzò la canna silenziosamente, e colpì l'avaro nibbio e (lo) fece cadere a terra (morto).
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1legatus Rhodiorum orationem habuit invisam senatui, inutilem sibi et civitati suae
l'ambasciatore dei Rodiesi tenne un discorso odioso per il senato, inutile per sè e per il suo popolo
2Si legem agrariam vobis. quirites. accommodatam atque utilem esse intelligerem auctor eius atque adiutor essem
se comprendessi, o Quiriti, che la legge agraria è appropriata e utile avoi, ne sarei promotore e fautore
3Intererat epulis pugil et ob nimiam virtutem virium etiam regi pernotus et gratus
partecipava al banchetto un pugile notissimo e gradito al re per la straordinaria qualità del suo fisico
4Piso in Hispaniam quaestor missus est adnitente Crasso quod eum infestum inimicum Cn Pompeio cognoverat
Pisone fu inviato in Spagna come questore, sotto l'appoggio di Crasso ( appoggiandolo Crasso ), poiché aveva saputo che lui era un accanito nemico di Pompeo.
le altre 5 sono a pag 21 numero 31
1Mihi populus Romanus universus illa in contione non unius diei gratulationem sed aeternitatem immortalitatemque donavit
l'intero popolo romano mi donò in quella assemblea non la dimostrazione di riconoscenza di un solo giorno, ma l'eternità e l'immortalità
2Scipio contione advocata Masinissam cirta oppido et ceteris urbibus agrisque quae ex regno Syphacis in populi romani potestatem venissent donavit
Scipione, convocata l'assemblea, donò a Massinissa la città di Cirta e le altre città e territori, che dal regno di Siface fossero cadute sotto il potere dei Romani
3eumeni regi donatae sunt a senatu omnes Asiae civitates quas Antiochus bello perdiderat
al re Eumene furono donate dal senato tutte le città dell'Asia, che Antioco aveva perso in guerra
4Lucius Dentatus dicitur coronis esse donatus aureris
Si dice che a Lucio Dentato fosero state regalate corone d'oro
5Ariovistus castra fecit eo consilio ut frumento commeatuque caesarem intercluderet
Ariovisto costruì l'accampamento con quel progetto, cioè di impedire a Cesare il rifornimento di grano e di viveri.
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Frasi latino italiano latino per il triennio di tantucci pag 17 numero 23 le ultime 8 frasi
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1Fauces Rubri maris septem milibus passuum et quingentis ab Arabia distant
l'imboccatura del mar Rosso dista sette miglia e mezzo dall'Arabia
2A germanis cum Caesar paucorum dierum iter abesset legati ab his venerunt
Essendo Cesare distante pochi giorni di viaggio dai Germani, vennero da questi degli ambasciatori
3Erat inter oppidum Ilerdam et proximum collem planities circiter passuum trecentorum
c'era fra la città di Ilerda e il colle più vicino una pianura di circa trecento passi
4T Pomponius Atticus sepultus est iuxta viam Appiam ad quintum lapidem in monumento Q Caecilii avunculi sui
Pomponio Attico fu sepolto nei pressi della via Appia presso la quinta pietra miliare, nel sepolcro dello zio Cecilio
5Ennius mortuus est Caepione et Philippo consulibus cum ego quinque et sexaginta annos natus legem Voconiam magna voce et bonis lateribus suasi
Ennio morì sotto il consolato di Cepione e Filippo, quando io, all'età di sessantacinque anni, sostenni il progetto della legge Voconia a gran voce e buoni polmoni
6Duodequadriginta annos tyrannus Syracusarum fuit Dionysius cum quinque et viginti natus annos dominatum occupavisset
Dionigi fu tiranno di Siracusa per trentotto anni, dopo aver occupato il dominio all'età di 25 anni.
7Gorgias leontinus cum centesimum et septimum annum ageret, interrogatus quapropter diu vellet in vita manere quia inquit nihil habeo quod meam senectutem accusem
Gorgia di Lentini, quando aveva centosei anni, interrogato sul perché volesse rimanere tanto a lungo, disse : « perché non ho nulla da accusare alla mia vecchiaia »
8 Sextus filius Tarquinii qui maximus ex tribus erat transfugit Gabios
Sesto, il figlio di Tarquinio che era il più grande dei tre (che aveva), fuggì a Gabi
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Africanus superior non solum contusam et confractam belli Punici armis rem publicam, sed paene iam exsanguem atque morientem Carthaginis dominam reddidit. Cuius clarissima opera iniuriis pensando cives ignobilis eum ac desertae paludis accolam fecerunt. Eiusque voluntarii exilii acerbitatem non tacitus ad inferos tulit, sepulcro suo inscribi iubendo 'ingrata patria, ne ossa quidem mea habes'. Quid ista aut necessitate indignius aut querella iustius aut ultione moderatius? Cineres ei suos negavit, quam in cinerem conlabi passus non fuerat. Igitur hanc unam Scipionis vindictam ingrati animi urbs Romana sensit, maiorem me hercule Coriolani violentia: ille enim patriam metu pulsavi hic verecundia. De qua ne queri quidem tanta verae pietatis constantia nisi post fata sustinuit.
Traduzione L’Africano Maggiore rese la Republica signora di Cartagine non solo essendo indebolita e ridotta a mal partito per le armi della guerra Punica ma quasi mentre era già priva di forze e morente. I cittadini ricambiando con insulti le sue splendide imprese lo resero abitante di un oscuro villaggio e di una palude deserta. Non avendo taciuto la durezza del suo volontario esilio la porto agli inferi, ordinando che si scolpisse sul suo sepolcro “ Patria ingrata neppure le mie ossa possiedi”. Cosa c’è più indegno sia di codesta costrizione sia più equo di codesta denunzia sia più moderato di codesta vendetta? Negò le proprie ceneri a quella che non aveva lasciato fosse ridotta in cenere. Dunque la città di Roma di un animo ingrato provò questa sola vendetta di Scipione maggiore, per Ercole, della violenza di Coriolano: egli colpì la patria con il terrore questi con la vergogna. Di questo fatto si trattenne per neanche lamentarsi se non dopo la morte tanto grande (è) la fermezza dell’autentica fedeltà.
altra proposta di traduzione
L'Africano Maggiore rese la Repubblica signora di Cartagine, quando ( Roma era) non solo malconcia e distrutta, per via delle armi della guerra punica, ma praticamente già sfinita e morente. I concittadini ricompensando con oltraggi le sue straordinarie imprese lo mandarono in esilio in un oscuro villaggio e lo resero abitante di deserta palude. (ma Scipione) non avendo taciuto l'amarezza di questo esilio volontario portò la sua acerbità fin nell'oltretomba, ordinando che fosse scolpito (ciò) sulla sua tomba: "Patria ingrata, non hai neanche le mie ossa". Che cosa (vi è) di più indegno di una simile imposizione, o più legittimo di questa accusa, o (che cosa vi è) di più moderato della vendetta di costui? Negò le proprie ceneri a quella (cioè a Roma), (proprio lui ) che non aveva permesso fosse ridotta in cenere. E dunque, Roma provò quest'unica vendetta di Scipione, dell'ingratitudine (ricevuta da Roma). (La vendetta fu), per Ercole, maggiore che la violenza di Coriolano quello infatti, colpì la patria col terrore, questo con la vergogna. Della qual cosa si trattenne anche dal lamentarsi, se non dopo la propria morte così grande è la costanza del vero amore.
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Cum Liber pater ad homines descendisset ut suorum fructuum suavitatem atque iucunditatem ostenderet, ad Icarium et Erigonam in hospitium liberale devenit. Iis utrem plenum vini donavit, ut in reliquas terras vinum propagarent. Icarius, plaustro onerato, cum Erigone filia et cane Maera in terram Atticam ad pastores devenit et vini suavitatem ostendit. Sed pastores, cum immoderatius bibissent, ebrii conciderunt; postea, existimantes Icarium sibi malum medicamentum dedisse, fustibus eum interfecerunt. Canis autem Maera ululans Erigonae monstravit ubi pater insepultus iaceret; at virgo, cum in locum venisset, super corpus parentis in arbore suspendio se necavit. Ob id factum Liber pater iratus Atheniensium filias simili poena afflixit. Athenienses de ea re ab Apolline responsum petierunt, iisque responsum est id evenisse quod Icarii et Erigones mortem neglexissent. Ideo de pastoribus supplicium sumpserunt et Erigonae diem festum instituerunt
Quando il padre Libero era sceso presso gli uomini per rivelare la dolcezza e l'amabilità dei suoi frutti, si recò presso Icario ed Erìgone e fu da loro generosamente ospitato. Ad essi donò un otre pieno di vino, perché diffondessero il vino in tutte le altre terre. Icario, caricato il carro, giunse con la figlia Erìgone ed il cane Mera presso i pastori nella regione Attica, e mostrò la dolcezza del vino. Ma i pastori, dopo aver bevuto in modo piuttosto smodato, caddero (a terra) ubriachi; poi, pensando che Icario avesse dato loro una pozione malefica, lo uccisero a bastonate. Allora il cane Mera, ululando, mostrò ad Erìgone dove il padre giacesse insepolto; ma la vergine, dopo essersi recata sul luogo, si uccise impiccandosi ad un albero sopra il corpo del genitore. Il padre Libero, adirato per questo fatto, colpì con una pena simile le figlie degli Ateniesi. Gli Ateniesi chiesero ad Apollo un responso su questo avvenimento, e fu loro risposto che questo era accaduto perché non si erano curati della morte di Icario e di Erìgone. Perciò inflissero un castigo ai pastori ed istituirono un giorno festivo in onore di Erigone