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Narrant Iovem Discordiam deam ad Pelei et Thetidis nuptias non arcessivisse. Constat a dea tam gravem iniuriam ... aureum pomum igitur Veneri tribuatur!».
Narrano che Giove non invitò alle nozze di Peleo e di Teti la dea Discordia. Risulta che la dea non tollerò un'offesa così grande. Per questo motivo, al fine di perturbare la letizia dei convitati, collocò di nascosto nella sala del banchetto delle nozze una mela d'oro, sulla quale aveva scritto queste parole: "Alla più bella delle dee!". Scoppiò subito un'asprissima contesa fra Giunone, Minerva e Venere, ciascuna delle quali sosteneva di essere la più bella di tutte. Allora Giove disse alle dee irate: "Recatevi sul monte Ida in fretta e lì interrogate Paride, giovane figlio di Priamo! Egli indicherà la più bella fra di voi". Da lui sarà giudicata la più bella fra voi". Essendo le tre dee arrivate presso il monte, tramandano che Paride pronunciò questa famosa frase: "Ritengo che Venere sia la più bella tra tutte le dee: perciò il pomo d'oro sia assegnato a Venere!".
Versione tratta da Igino
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Anno trecentesimo vicesimo tertio a. Ch, n., cum a Romanis bellum.... Simulque lictoribus imperavit ut filius ad palum deligaretur eique caput rescinderetur.
Nell'(anno) 323 a.C., combattendosi una guerra da i Romani con i Latini, Manlio Torquato, condottiero dei Romani, aveva avvertito affinchè i suoi soldati non dessero inizio battaglia con i nemici in quella circostanza. Narrano che Tito Manlio, figlio del generale, si avvicinò fortuitamente ai posti di guardia dei nemici tra gli altri esploratori. È noto che uno dei guardiani, dopo aver visto il giovane, lo sfidò a duello. Allora il giovane, immemore dell'ordine del padre, si precipitò nel combattimento e, combattendo coraggiosamente, uccise l'incauto nemico. Dopo che ebbe saputo ciò, l'ira del padre fu così grande che radunò subito un'assemblea per punire il figlio. Dopo aver mandato a chiamare Tito Manlio, lo rimproverò con (queste) parole assai dure. "Poiché - disse - hai combattuto incautamente contro il mio ordine, sconterai la pena per il tuo crimine, affinché il tuo errore venga ricordato da tutti". E allo stesso tempo ordinò ai littori di legare il figlio al palo e e di tagliargli la testa.
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Anno quadringentesimo septuagesimo tertio...ab honestate averti potest!"
Nell'anno 473esimo dalla fondazione di Roma, Fabrizio, mandato contro Pirro, re dell'Epiro, schierato un grande esercito, intraprese una guerra per respingerlo dai confini dell'Italia. Pirro conosceva la fama dell'onestà dello straordinario uomo, ma desiderando metterlo alla prova con grandi promesse, mandò da Fabrizio il suo medico, perché corromperlo (puoi tradurre anche: affinché lo corrompesse). Il medico segretamente entrò nella tenda di Fabrizio, promettendo che se lui avesse ucciso con il veleno il re Pirro, dai Romani gli sarebbe stato proposto un premio conveniente. Ma - incredibile a dirsi – raccontano che Fabrizio, rifiutata quell'ignobile proposta, avesse ordinato di mettere in catene il medico e di riaccompagnarlo dal re. Inoltre attraverso un suo ambasciatore subito dopo riferì a Pirro la proposta del suo medico. Allora il re, mosso da grande ammirazione esclamò: "Costui è certamente Fabrizio, che in nessun modo può essere allontanato dall'onestà".
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Caesar, cum ad Ariovistum, Sueborum principem, legatos misisset ad postulandum ab eo ut locum colloquio deligeret,... Hoc responso motus, Caesar statuit in Ariovistum sine mora copias movere.
Cesare, dopo chè inviò ambasciatori ad Ariovisto, capo degli Svevi, per domandargli di scegliere un luogo al fine di un incontro, ricevette, incredibile a dirsi, una risposta insolente. Per questo motivo stabilì che si inviassero di nuovo ambasciatori, dicendo che le sue ingiurie contro gli Edui non sarebbero state ignorate. Allora è noto che Ariovisto rispose che era diritto di guerra che, pichè erano stati vinti gli Edui sconfitti dagli Svevi, i vincitori imponessero condizioni ai vinti. Aggiunse che non sarebbero stati restituiti ostaggi agli Edui. Allo stesso tempo avvertiva Cesare con queste parole: "nessuno combatte con me senza la sua rovina". Agitato da questa risposta, Cesare stabilì di muovere le truppe contro Ariovisto senza indugio.
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Tanta est vis eloquentiae, idest potestas bene dicendi, ut per eam discamus quae ignoramus et quae cognoscimus etiam aliis tradamus....quidam linguam «plectrum» et dentes «chordas» appellaverunt.
Sulla forza dell'eloquenza
La forza dell'eloquenza è così grande cioè la capacità di parlare correttamente, che grazie a lei apprendiamo le cose che ignoriamo, e trasmettiamo anche agli altri quelle che sappiamo. Quando dentro di noi c'è la forza dell'eloquenza, abbiamo la capacità di convincere, e di attenuare le pene dei miseri e di tutti quelli che hanno bisogno di consolazione e stanno per perdere la speranza. Un'altro compito dell'eloquenza è (quello) di cancellare il timore nei paurosi e rimuovere i capricci e la collera per riconquistare la pace dell'anima. I vantaggi dell'eloquenza sono così tanto numerosi che a buon diritto la (l'eloquenza) chiamiamo "arte divina". Perché la forza dell'eloquenza è simile alla forza dell'arte della musica, alcuni filosofi chiamarono la lingua "plettro" e i denti "corde".