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Iam Sora capta erat, cum consules prima luce advenere et quos reliquos fortuna ex nocturna caede ac fuga fecerat in deditionem accipiunt. Ex his ducentos viginti quinque, qui omnium consensu destinabantur et infandae colonorum caedis et defectionis auctores, vinctos Romam deducunt; ceteram multitudinem incolumem praesidio imposito Sorae relinquunt. Omnes qui Romam deducti erant virgis in foro caesi ac securi percussi summo gaudio plebis, cuius maxime intererat tutam ubique quae passim in colonias mitteretur multitudinem esse
Sora era già conquistata, quando all'alba arrivarono i consoli che accettarono la resa di quelli sopravvissuto per fortuna dopo la strage notturna e la fuga. Tra questi conducono a Roma vinti, duecentoventicinque, quelli che l'opinione pubblica additava come primi autori dell'infausto massacro di coloni e della defezione, Lasciano Il resto della popolazione incolume a Sora, imposto un presidio. Tutti quelli che erano stati deportati a Roma furono uccisi nel Foro con bastoni e decapitati con la scure con grande gioia della plebe, premeva la sicurezza dei cittadini inviati nelle colonie.
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Hectore sepulto, cum Achilles circa moenia Troianorum vagaretur, ac diceret se solum Troiam expugnasse, Apollo iratus, Alexandrum Parin se simulans, talum, quem mortalem habuisse dicitur, sagitta percussit et occidit. Achille occiso ac sepulturae tradito, Aiax Telamonius, quod frater patruelis eius fuit, postulavit a Danais, ut arma sibi Achillis darent: quae ira Minervae, ei abiurgata sunt ab Agamemnone et Menelao, et Ulixi data. Aiax, furia accepta, per insaniam pecora sua et se ipsum vulneratum occidit eo gladio, quem ab Hectore muneri accepit, dum cum eo in acie contendit.
Sepolto Ettore, Achille vagava intorno alle mura dei Troiani e diceva che da solo, aveva espugnato Troia il dio Apollo, adirato per quel che era successo, simulando (di essere) Alessandro Paride con una freccia trafisse il suo tallone che si diceva fosse vulnerabile e lo uccise. Dopo la morte di Achille e dopo avergli dato una degna sepoltura, Aiace Telamonio, poiché era fratello del padre, chiese ai Greci di assegnargli le armi di Achille: a causa dell’ira di Minerva, Agamennone e Menelao gliele negarono e le diedero invece ad Ulisse. Aiace era così preso dalla furia che uccise tutte le sue pecore e si suicidò con la sua spada, avuta da Ettore, quando duellò con lui.
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Vespasiano Titus filius successit, vir mirabilis adeo, ut amor et deliciae humani generis diceretur. Romae tantae civilitatis in imperio fuit, ut nullum omnino punierit et convictos adversum se coniutationis dimeserit. Liberalitatis tantae fuit ut, reprehensus ab amicis quod nulli quidquam negaret, responderit nullum tristen debere ab imperatore discedere; praeterea recordatus in cena nihil se illo die cuiquam praestitisse dixerit: " Amici, hodie diem perdidi". Romae amphitheatrum aedificavit et ingentem numerum ferarunt in indicatione eius occidit.
A Vespasiano successe il figlio Tito, uomo così straordinario al punto che veniva chiamato amore e delizia del genere umano. A Roma, durante il (suo) impero, fu di tanta mitezza che non punì assolutamente nessuno, lasciò andare i colpevoli di una congiura contro di lui, anzi li considerò amici come prima. Fu di tanta indulgenza e generosità che, non negando nulla a nessuno ed essendo rimproverato dagli amici, rispose che nessuno doveva allontanarsi triste dall’imperatore; inoltre, essendosi un giorno ricordato durante la cena che in quel giorno non aveva fatto nulla per nessuno, disse: “Amici, oggi ho sprecato un giorno”. Costui a Roma fece costruire un anfiteatro e fece uccidere cinquemila fiere nell’inaugurazione.
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Messeni, quod per miltos annos gravia servitutis verbera et vincula ceteraque captivitatis mala toleraverant, post longam poenarum patientiam, bellum contra Lacedaemonios restaurant. Lacedaemonii quoque ad arma concurrunt et de belli eventu oraculum Delphis consulunt: Apollo ducem ab Atheniensibus peti iubet. Athenienses, ut Spartanos spernerent, Tyrtaeum poetam claudum altero pede miserunt, qui, tribus proeliis fusus, ad desperationem Spartanos adduxis; nam reges Lacedaemoniorum servos ad supplementum exercitus manumiserunt et his coniugum morte viduatas mulieres in matrimonium promiserunt, ut, non numero tantum amissorum civium, sed etiam dignitati succederent. Deinde, ne maiora detrimenta civitati infligerent, exercitum domum reduxerunt. Tum Tyrtaeus composita carmina exercitui pro concione recitavit, in quibus hornamenta virtutis, damnorum solatia, belli consilia conscripserat. Itaque militibus animum addidit: bellum renovatum est et ad postremum victoria Lacedaemoniorum fuit.
I Messeni poiché per molti anni avevano sopportato i gravi vincoli di sottomissione e obblighi e altre disgrazie di prigionia, dopo una lunga sopportazione delle sofferenze, ricominciano la guerra contro gli Spartani. Anche gli Spartani corrono alle armi e consultano l'oracolo di Delfi sull'esito della guerra: Apollo ordina che venga chiesto un generale agli Ateniesi. Gli Ateniesi, per disprezzare gli Spartani, mandarono il poeta Tirteo, storpio da un piede, il quale, sconfitto in tre battaglie, ridusse gli Spartani alla disperazione: infatti i re degli Spartani affrancarono gli schiavi per rafforzare l'esercito e a questi promisero di dare in moglie donne (rese) vedove per la morte dei coniugi, affinché subentrassero non soltanto nel numero dei cittadini persi, ma anche nella dignità. Poi, per non infliggere maggiori perdite (di uomini) alla popolazione, riportarono l'esercito in patria. Allora Tirteo recitò dei carmi composti all'esercito anziché un'orazione, nei quali aveva scritto l'incitamento del valore, il conforto per le perdite, il proposito della guerra. Dunque fece coraggio ai soldati, la guerra fu ripresa e alla fine la vittoria fu degli spartani.
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Liberalis noster nunc tristis est cum nuntiatum esset incendium quo Lugdunensis colonia exusta est. Movere hic casus quemlibet posset, nedum hominem patriae suae amantissimum. Multas civitates incendium vexavit, nullam a fundamentis diruit. Nam etiam ubi hostili manu in tecta ignis immissus est, multis locis deficit, et quamvis subinde excitetur, raro tamen sic cunca exurit, ut nihil ferro relinquat. Terrarum quoque vix umquam tam gravis et perniciosus fuit motus, ut tota oppida everteret. Numquam denique tam infestum ulli urbi exarsit incendium, ut nihil alteri superesset incendio. Tot pulcherrima opera, quae singula inlustrare urbes singulas poterant, una nox stravit, et in tanta pace quantum ne bello quidem timeri potest, accidit.
Il nostro Liberale adesso è triste perché è stato comunicato l'incendio per il quale la colonia lugdinese (=di Lione) è stata incendiata. Questa disgrazia potrebbe smuovere (l'animo di) chiunque, nonché (quello di) un uomo affezionatissimo alla sua patria. L'incendio ha distrutto molte città, (ma) non (ne) ha distrutta nessuna dalle fondamenta. Infatti anche dove è stato spinto il fuoco sulle abitazioni da una forza avversa, ha risparmiato numerose regioni, e sebbene è alimentato spesso, tuttavia incendia tutto raramente, tanto da non lasciare nulla in ferro. Il tumulto delle terre fu talvolta tanto grave e anche quasi dannoso, che mette sottosopra tutte le roccaforti. Infine l'incendio non avampò mai in modo tanto minaccioso come in altre città, tanto da non superare per nulla nessun altro incendio. Con un magnifico lavoro, tanto che per una volta le città avevano potuto ciascuna rifiorire, di notte si calmò, e cadde in una pace tanto grande che neanche una guerra può essere temuta.