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De servorum servarumque vita et officiis II
VERSIONE di latino e traduzione dal libro Lectior facilio
Variora erant servorum officia in oppido: multi dominum ad forum lectica deducebant, complures amplissimos hortos curabant, multi cellam vinariam et penariam custodiebant. Captivi vel vernae familiae membra erant, et domini cum eis clementer familiariterque saepe agebant. Inter dominos Seneca, clarissimus philosophus, cum servis benevole egit et plurimos liberos restituit. At inhumani domini mancipia durissime puniebant, etiam cum minime peccaverant, et saepissime flagellis caedebant et necabant: miseri servi iniurias contumeliasque perpetue accipiebant et difficillimam fugam temptabant, at saepe refugium non inveniebant atque inedia e vita excedebant.
i compiti dei servi nella città erano abbastanza varii; molti conducevano il padrone al foro su una lettiga, moltissimi curavano i vastissimi giardini, molti custodivano la cantina (cella vinaria) e la dispensa (cella penaria). i prigionieri (cioè schiavi catturati in guerra) o gli schiavi nati in casa (verna) erano membri della famiglia, e spesso i padroni si comportavano con loro con clemenza e familiarità. tra i padroni, seneca, famosissimo filosofo, si comportava benevolmente con i servi e rese moltissimi liberi. ma padroni spietati punivano gli schiavi in maniera molto severa, anche quando avevano compiuto sbagli di lievissima entità, e spessissimo (li) picchiavano con le fruste (frustate) e (li) uccidevano. i poveri servi sopportavano sempre le ingiustizie e gli insulti, e tentavano una fuga difficilissima, ma spesso non trovavano un rifugio e morivano di fame (excedere e vita = morire)
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Dionysius tyrannus Syracusas appropinquaerat, Aristippus philosophus ei obviam processit et eum oravit ut suum fratrem, qui Dionysio insidias paraverat et in vinculis erat, impunitum dimitteret. Tyrannus eius precem non exaudivit, tum Aristippus ad eius pedes se proiecti, contingens vestitum osculo, itaque beneficium a Dionysio accepit. Cum amicus philosophi forte hoc vidisset et servile obsequium asperi verbis exprobravisset, tum securus et subridens tali modo Aristippus respondit: "Cur me reprehendisti? Nam non mea culpa est, at Dionysii is enim aures in pedibus habet. Tu autem id nesciebas".
Traduzione
Il tiranno Dionisio era andato a Siracusa, il filosofo Aristippo gli andò incontro e lo pregò di lasciare suo fratello senza una punizione, (suo fratello il quale) che aveva macchinato contro Dionisio ed era in prigione. Il tiranno non ascoltò la sua preghiera, allora Aristippo si buttò ai suoi piedi, toccando con un bacio il vestito, e così ricevette il favore da Dionisio. Dal momento che un amico del filosofo aveva per caso visto ciò e aveva rimproverato con parole aspra l'obbedienza servile, allora A ristippo senza timore e sorridendo rispose così: "Perchè mi hai criticato? Per la vertità non è colpa mia, ma di Dionisio, lui infatti ha le orecchie nei piedi. Ma tu non ne eri a conoscenza. "
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Abitudini di una famiglia romana
versione latino traduzione libro Lectior facilio
Romani patres familias in sacrificiis deis et deabus semper opimas victimas praebebant ac immolabant, et sacra rite (secondo il rito) perpetrabant. Res familiaris ab eis administrabatur, officia autem vitae domesticae a matronibus earumque ancillis explebantur. Saepe uxores cum suis ancillis in domus atrio lanam texebant vestibus omnium propinquorum qui domi habitabant. Interdum parabatur toga praetexta filiis et filiabus familiae, vel vestis rudis servis domesticis, quibus saepe domini superpe imperabant. Usitate (di solito) pater familias liberis suis multam pecuniam tribuebat ad eorum necessitates voluptatesque (e piaceri). At antiquis temporibus, patres familias uxoribus, liberis suis ac omnibus servis severo arbitrio imperaverant, quia luxuriam grave detrimentum censebant.
I padri di famiglia Romani offrivano e immolavano molte vittime come sacrifici per le dee e gli dei e compivano azioni sacre secondo il rito. Il patrimonio di famiglia (res familiaris) era amministrato da loro, mentre i compiti di casa erano espletati dalle matrone e dalle loro ancelle. Spesso le mogli tessevano la lana nell'atrio della casa con le loro ancelle per le vesti di tutti i congiunti che abitavano in casa. Qualche volta si preparava la toga pretexta ai figli e alle figlie della famiglia, o le vesti rozze per i servi, ai quali spesso i padroni comandavano con superbia. Di solito il padre di famiglia dava molto denaro ai suoi figli per le loro necessità e piaceri. Ma in tempi antichi, i padri di famiglia governavano con severo arbitrio alle mogli, ai loro figli e a tutti i servi, poiché consideravano la lussuria un grave male.
Magnum convivium in pompeiana villa - Magnum convivium in pompeiana villa - Versione latino lectiior
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Iam advesperavit et domini amici in villam veniebant ne initium lautae cenae amitterent. Dum procul Vesuvius longas ac lucidas flammas continenter emittit, dominus in triclinium amicos inducit ut ostendat multa fercula quae a villae perito coquo cocta sunt. Triclinium vere accuratum et sumptuosum erat: ibi pretiosa mensa fulgebat, rosis referta, atque circum mensam lecti erant cum splendidis tegumentis. Praeterea cubicularii providerant ne repositoria, lintea, crateres ex aere, ampullae poculaque deessent ut dominus in omnibus partibus convivii eniteret. Rosarum coronae ductae sunt ut comae convivarum cingerentur, tum laeti convivae recubuerunt ut lepide iucundas horas traducerent. Multi servi apud mensam convivis ministraverunt: ex amphoris vinum Falernum fundebant ut convivarum pocula implerent, inde delicata cibaria porrigebant ne patellae vacuae essent neve domini amici patientiam rumperent. Praeterea dominus providit ut per nonnullas horas convivae laete in convivio manerent et denique felix fuit quia de litteris et de philosophia omnes eius amici magno gaudio disceptaverunt: interea venustae citharistae adsidue sonabant.
Già diventava sera e gli amici del padrone venivano a casa per non lasciarsi sfuggire l'inizio della lauta cena. Mentre da lontano il Vesuvio emetteva lunghe e lucide fiamme continuamente, il signore invitò gli amici al triclinio per mostrare le molte pietanze che dall'esperto cuoco della villa erano state cotte. Il triclinio era veramente accurato e suntuoso: qui risplendevano preziose mense, coperte con rose, e intorno alla mensa erano dei letti con splendidi rivestimenti. Inoltre i camerieri provvedevano affinché i vassoi, le stoffe, i crateri, le ampolle e i bicchieri non mancassero perché il signore si distinguesse nel convivio in tutte le parti. Furono portate corone di rose affinché le chiome dei convitati fossero cinte, allora i convitati stavano sdraiati lieri per trascorrere piacevolmente gioiose ore. Molti sevi presso la mensa amministravano ai convivi : versavano dalle anfore il vino di Priverno per riempire i bicchieri dei convitati, poi porgevano i delicati cibi per non esserci piatti vuoti che rimanessero nel convivio e infine fu felice perché tutti i suoi amici discussero felicemente di letteratura e filosofia: inoltre graziose suonatrici suonavano assiduamente.
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Ex Inacho et Argia Io. Hanc Iuppiter dilectam compressit et in vaccae figuram convertit, ne Iuno eam cognosceret. Id Iuno cum rescivit, Argum, cui undique oculi refulgebant, custodem ei misit; hunc Mercurius Iovis iussu interfecit. At Iuno formidinem ei misit, cuius timore exagitatam coegit eam ut se in mare praecipitaret, quod mare Ionium est appellatum. Inde in Scythiam tranavit, unde Bosporum fines sunt dictae. Inde in Aegyptum, ubi parit Epaphum. Iovis cum sciret suapte propter opera tot eam aerumnas tulisse, formam suam ei propriam restituit.
Da Inaco e Argia (nacque) Io. Giove l’amò e la possedette dopo averla amata e la trasformò in vacca (lett. : nella figura di una vacca), perché Giunone non la riconoscesse. Quando Giunone venne a sapere ciò, le mandò come custode Argo a cui splendevano occhi da tutte le parti; Mercurio per ordine di Giove uccise costui. Ma Giunone le mandò la paura e costrinse lei, assalita dal timore di quella (lett. : dal cui timore agitata) a precipitarsi nel mare che fu chiamato Ionio. Di là nuotò fino in Scizia, donde quei territori furono chiamati Bosforo. Di là (si recò) in Egitto, dove partorì Epafo. Giove sapendo che proprio per colpa sua aveva sopportato tante tribolazioni, le restituì il suo aspetto (originario).
versione dal libro Nova lexis plus
e La storia di Io dal libro Lectior Facilio