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Cicerone latino italiano per triennio
Incipit: Quin etiam si quis asperitate ea est ...
Anzi se qualcuno fosse di indole così intrattabile e scostante per natura, tale da rifuggire e da disdegnare il rapporto umano, come abbiamo appreso che fosse stato ad Atene un tale Timone, (non so chi) che non conosco, tuttavia egli non sarebbe in grado di astenersi dal cercare qualcuno verso il quale riversare il veleno della propria acredine. E ciò si comprenderebbe molto di più, se ci potesse capitare qualcosa di simile, e cioè, che un dio ci sottraesse da questo contatto umano e ci ponesse in qualche luogo solitario, e qui, fornendoci abbondanza e quantità di tutto ciò che la natura richiede, ci privasse completamente della possibilità di vedere altri uomini. Chi mai sarebbe quell'uomo tanto resistente, da poter sopportare quel genere di esistenza, alla quale la solitudine non sottraesse il frutto di ogni piacere? E dunque vero, come credo, ciò che ho sentito ricordare dai nostri vecchi, che l'avevano saputo da altri vecchi, e che il tarantino Archita era solito ripetere: "Se qualcuno fosse salito in cielo e avesse contemplato la natura del mondo e la bellezza delle stelle, quella mirabile visione che sarebbe stata molto piacevole se avesse avuto qualcuno a cui raccontarla, a lungo andare gli risulterebbe sgradita". Così la natura non ama nulla di solitario e sempre si appoggia ad una sorta di sostegno, che è ancora più dolce (negli amici più cari) quanto più caro è l'amico.
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Inizio: Iovis cum Thetis Peleo nuberet ad epulum dicitur omnis deos convocasse excepta Eride, id est Discordia ... Fine: ab hospite Menelao Troiam abduxit eamque in coniugio habuit. .
Si dice che Giove, quando Teti si sposò con Peleo, convocò tutti gli dei al banchetto, tranne Eride, dea della discordia. Lei, dopo che era sopraggiunta e non essendo stata ammessa al banchetto, dalle porte gettò in mezzo alla stanza una mela, e disse: . Giunone, Venere e Minerva incominciarono a rivendicare per sè la bellezza. Sorta tra di loro una grande discordia, Giove ordina a Mercurio di condurle sul monte Ida da Alessandro Paride e di ordinargli di giudicar(le). E a questo (a Paride) Giunone promise che, se avesse giudicato in suo favore, avrebbe regnato su tutte le terre; Minerva, se fosse riuscita vincitrice, (promise) che sarebbe stato il più forte tra tutti gli uomini e esperto in tutte le arti; Venere, invece, promise di dare in sposa Elena, la figlia di Tindaro, la più bella di tutte le donne. Paride preferì l'ultimo dono ai precedenti e Venere fu giudicata la più bella; per questo Giunone e Minerva furono ostili ai troiani. Per istigazione di Venere, Alessandro portò Elena da Sparta, (dove era) ospite di Menelao, a Troia, e la sposò.
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Inizio: Cloelia virgo una ex obsidibus, cum castra Etruscorum forte haud procul ripa Tiberis locata essent, Fine: Pace redintegrata Romani novam in femina virtutem novo genere honoris, statua equestri, donavere; in summa Sacra via fuit posita virgo insidens equo
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Verre e il tempio di Minerva a Siracusa
Autore: Cicerone
Aedis Minervae est in Insula, de qua ante dixi; quam Marcellus non attigit, quam plenam atque ornatam reliquit; quae ab isto sic spoliata atque direpta est, non ut ab hoste aliquo, qui tamen in bello religionem et consuetudinis iura retineret, sed ut a barbaris praedonibus vexata esse videatur. Pugna erat equestris Agathocli regis in tabulis picta; iis autem tabulis interiores templi parietes vestiebantur. Nihil erat ea pictura nobilius, nihil Syracusis quod magis videndum putaretur. Has tabulas M.Marcellus cum omnia victoria illa sua profana fecisset, tamen religione impeditus non attigit; iste, cum illa iam propter diuturnam pacem fidelitatemque populi Syracusani sacra religiosaque accepisset, omnes eas tabulas abstulit, parietes, quorum ornatus tot saecula manserant, tot bella effugerant, nudos ac deformatos reliquit.
Il tempio di Minerva si trova nell'isola, del quale parlai prima; Marcello non toccò, e lasciò integro e ornato; Questo da costui fu così spogliato e saccheggiato, che non sembra essere stato devastato da un nemico, il quale tuttavia in guerra rispetta la religione e le leggi della consuetudine, ma da predoni barbari.La battaglia equestre era rappresentata sui quadri del re Agatocle; e con questi quadri erano rivestite le pareti interne del tempio.Niente era più celebre di quei quadri; niente che a Siracusa fosse creduto più degno da vedere.Marcello, avendo compiuto tutte quelle sue vittorie sacrileghe ,tuttavia trattenuto dal timore degli dei, non si appropriò di questi quadri dopo la lunga pace e la lealtà dei Siracusani, li ha accolti come sacri e sotto la protezione della religione, portando via queste figure che sono rimaste inviolate per tanto tempo e che sono sfuggite a tante guerre, lasciando nude e deformate le mura
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Inizio: Sed et huius culpae et ceterorum vitiorum peccatorumque nostrorum omnis a philosophia petenda ... Fine: et vitae tranquillitatem largita nobis es et terrorem mortis sustulisti?
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