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Pompeo debella la pirateria
versione latino traduzione libro Eamus
Piratae castra navalia plerumque in Cilicia et in insula Creta...
Fine: ...brevi tempore piratas exstirpans, navigationis securitatem restituit
I pirati avevano basi le navali soprattutto in Cilicia e sull'isola di Creta, da dove si muovevano e, preparando insidie ai naviganti, infestavano il Mediterraneo: attaccavano le navi, rubavano le merci e lasciavano andare i marinai, i rematori e i mercanti solo a caro prezzo. Inoltre saccheggiavano i luoghi prossimi al mare: devastavano le città, derubando i templi dei tesori, riducendo in schiavitù gli abitanti. Una volta i pirati saccheggiarono anche il tempio di Apollo sull'isola di Deb e i feroci Cilici catturarono lo stesso Cesare. Allora un gran numero di uomini poveri e corrotti accorreva dai pirati, poiché gli antichi non ritenevano cosa disonorevole praticare la pirateria. Contro i pirati i Romani mandarono Gneo Pompeo con una grande flotta. Pompeo, cercando i pirati, li scacciò dalle basi navali, come se cacciasse e uccidesse belve. Così, debellando in poco tempo i pirati, ripristinò la sicurezza della navigazione.
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Inizio: Ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia ... fine: futurorum malorum utilior est quam scientia
Io ritengo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Quale sarebbe stata, infatti, la vita di Priamo, se avesse saputo da giovane quali vicende avrebbe provato in vecchiaia? Tralasciamo i miti, consideriamo i più recenti. Nell’opera «Sulla consolazione» raccolsi le morti più brutali dei cittadini più illustri della nostra città. Ebbene? Per non parlare dei predecessori, credi forse che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quand’era al culmine della potenza e della ricchezza, sapere che, dopo l’uccisione del figlio Publio e la distruzione dell’esercito, sarebbe dovuto morire egli stesso, al di là dell’Eufrate, con infamia e disonore? O sei forse del parere che Gneo Pompeo si sarebbe rallegrato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria di imprese colossali, se avesse saputo che in Egitto, da solo, dopo aver perso l’esercito, sarebbe stato assassinato e che, in vero, dopo la sua morte ci sarebbero state conseguenze, che non riesco a riferire senza lacrime? Dunque con quale afflizione d’animo riteniamo che Cesare avrebbe trascorso la vita, se avesse presagito che in quel senato, che lui stesso aveva aggregato per la maggior parte con della sua fazione, nella curia Pompea, di fronte alla statua dello stesso Pompeo, mentre tanti suoi centurioni guardavano, sarebbe giaciuto, assassinato da cittadini celeberrimi, parte dei quali da lui ricoperti di ogni onore, così che al suo cadavere nessuno si accostò, non solo dei (propri) sostenitori, ma neppure dei (propri) servitori? È certamente più utile, insomma, rimanere all’oscuro dei mali futuri che averne conoscenza. De Divinatione Libro II capitolo 9
Meglio ignorare il futuro versione Versione libro Eamus
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Alexander Magnus ad Mareotin paludem, haud procul, ab insula Pharo, pervenit, atque loci naturam maximo cum studio observavit. Insula pulchior quidem quam vicina loca erat et minime hostium incursionibus opportuna; itaque primum Macedonum rex ibi urbem novam condere statuit. Mox autem insula apparuit parum idonea ad magnam hominum multitudinem; itaque locum capaciorem et ampliori sedi aptum desideravit. Dum autem rex murorum orbem polenta destinat, ut Macedonum mos est, ex regionibus finitimis ingentes avium greges advolant et polentam pascunt. Macedonibus res triste omen apparuit, sed vates responderunt: “Nova urbs clarior Thebis et Memphide erit, maximam advenarum frequentiam habebit plurimisque terrarum populis alimenta praebebit”. Alexander igitur novam urbem condere perrexit, hominum multitudine implevit atque e suo nomine Alexandriam appellavit.
Versione dal libro Eamus
Alexander Magnus ad Mareotin (acc. sing. di Mareótis) paludem, haud procul ab insula Pharo, pervenit, atque loci naturam maiore cum studio observavit. Insula pulchrior quidem quam vicina loca erat et minime hostium incursionibus opportuna; itàque primum Macedònum rex ibi urbem novam condére statuit. Mox autem in- sula apparuit parum («troppo poco») idonea ad magnani hominum multitudinem; itàque locum capaciorem et ampliori sedi aptum desideravit. Tum alium locum delegit inter paludem et mare, et ambitum destinavit. Dum autem rex murorum orbem polenta destinai", ut Macedònum mos est, ex regionibus finitTmis ingentes avium greges advòlant et polentam pascunt. Macedonibus res triste omen apparuit, sed vates responderunt: "Nova urbs clarior Thebis et MemphTde erit, magnam advenarum frequentiam habebit multisque terrarum populis alimenta praebebit". Alexander igi- tur novam urbem condére perrexit, hominum moltitudine implevit atque e suo nomine Alexandrèam appellavit
Alessandro Magno arrivò dall'isola di Paro, non lontano, alla palude mareotina e con molta attenzione osservò la natura del luogo. Un'isola più bella che era vicino ai luoghi e poco adatta alle incursioni dei nemici, e così per prima cosa il re dei macedoni stabilì di fondare qui la nuova città. Però l'isola apparve subito poco adatta ad una grande moltitudine di uomini, e così desiderò un luogo più capiente e più adatto ad una sede più approriata. Tuttavia mentre tuttavia il re destina la farina al ciocolo delle mura, come è costume dei macedoni, dalle regioni confinanti volano un gran numero di schiere di uccelli e mangiano la farina. Ai macedoni apparve tutto una cosa triste, ma i vati risposero: Memphide sarà una nuova città più famosa di Tebe, una grande abbondanza d'avena e offrirà alimenti ai molti popoli della terra. Pertanto Alessandro stabilì di fondare una nuova città, la riempi di una moltitudine di uomini e la chiamò dal suo nome Alessandria.
Versione dal libro Eamus
Alessandro Magno giunse presso la palude Mareotica, non lontano dall'isola di Faro, e osservò con grandissima attenzione la natura del luogo. L'isola era più bella dei luoghi vicini e per niente esposta alle incursioni dei nemici; pertanto in un primo momento il re dei Macedoni decise di fondare lì una nuova città. Ma presto l'isola apparve troppo poco adatta ad una gran quantità di uomini; e così volle un luogo più spazioso e adatto ad una sede più ampia. Allora scelse un altro luogo tra la palude e il mare, e stabilisce il perimetro. Ma mentre il re stabilisce con la farina d'orzo il perimetro delle mura, come è usanza dei Macedoni, dalle zone circostanti giungono grandi stormi di uccelli e mangiano la farina. Ai Macedoni la cosa sembrò un infausto presagio, ma i vati risposero: "La nuova città sarà più illustre di Tebe e di Menfi, avrà una grande affluenza di forestieri e offrirà cibo a molti popoli della terra". Perciò Alessandro si affrettò a fondare la città, la riempì di una moltitudine di uomini e la chiamò Alessandria, dal suo nome.
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Narrant Tarquinium regem, Roma(ablativo) expulsum, a Porsena (abl. ), Etruscorum rege, auxilium petivisse, ut in urbe rediret. Porsena, cum ingentem exercitum comparavisset, contra Romanos movit et, cum primo impetu Ianiculum cepisset, ad Tiberim flumen pervenit. Sed Horatius Cocles, nobilis ac postrenuus Romanus miles, qui sic cognominabatur quod in alio proelio oculum amiserat, cum animadvertit Etruscos in urbem ponte Sublicio irrupturos esse, in extremo ponte(all'estremità del ponte) constitit atque hostium impetum solus sustinuit donec comites post tergum pontem interrumperent, cum quo decidit armatus in Tiberim. Dei immortales propter eius miram virtutem ei salutem concesserunt atque inter hostium tela Horatius incolumis ad suos tranavit. Horatii statua, cui Senatus agellum trans Tiberim donavit, in Vulcanali publice posita est.
Versione dal libro Eamus
Tarquinius Superbus, Roma expulsus, memor originis suae, in...
Fine: ...Tiberim desiluit atque inter hostium tela incolumis ad suos tranavit
Narrano che il re Tarquinio, cacciato da Roma, chiese aiuto a Porsenna, re degli Etruschi, per tornare in città. Porsenna, dopo aver allestito un ingente esercito, mosse contro i Romani e, dopo aver preso il Gianicolo con un primo assalto, giunse al fiume Tevere. Ma Orazio Coclite, nobile e (tu hai scritto "postrenuus"...controlla se è giusto...) soldato romano, che era soprannominato così poiché aveva perso un occhio in una battaglia, quando si accorse che gli Etruschi avevano intenzione di introdursi in città dal ponte Sublicio, si fermò all'estremità del ponte e sostenne da solo l'attacco dei nemici mentre i suoi compagni alle sue spalle tagliavano il ponte, insieme al quale cadde armato nel Tevere. Gli dei immortali gli concessero la salvezza per il suo straordinario valore e Orazio giunse sano e salvo a nuoto dai suoi attraverso i dardi dei nemici. La statua di Orazio, a cui il senato donò un campicello al di là del Tevere, fu posta pubblicamente al Vulcanale.
Tarquinio il Superbo, espluso da Roma, memore della sua origine, si diresse in Etruria per chiedere asilo e aiuto ai Fidenati. Allora con il loro aiuto condusse il suo esercito contro i Romani: nel combattimento Bruto, console dei Romani, e Arruns, figlio di Tarquinio, combattendo in duello singolare, si uccisero a vicenda, ma i Romani, difendendo la libertà della patria dal tiranno, vinsero la battaglia. Allora Tarquinio, desiderando recuperare il potere, chiese aiuto a Porsenna, re dei Chiusini. Porsenna con grandi truppe assediò Roma e, dopo aver messo in fuga con un primo attacco l'esercito dei Romani, occupò il Gianicolo. Gli Etruschi stavano già facendo irruzione sul ponte Sublicio, quando Orazio Coclite, grandissimo esempio di valore Romano, occupò la parte estrema del ponte e gridò ai commilitoni: "Io solo sosterrò l'impeto dei nemici; voi nel frattempo tagliate il ponte!". E così combattendo valorosamente, si oppose ai nemici, mentre i commilitoni tagliavano il ponte. Quando vide la patria liberata dall'imminente pericolo, Orazio si gettò armato nel Tevere e nuotò incolume dai suoi tra i dardi dei nemici.