Il penoso spettacolo dell'accampamento ateniese
VERSIONE DI GRECO di Tucidide
TRADUZIONE
I cadaveri s'ammontavano scoperti: e quando si scorgeva un proprio caro rovesciato a terra, lo spirito s'irrigidiva in un orrore umido di pianto. Ma i vivi, gli abbandonati, feriti o infermi, destavano in quegli altri, vivi anch'essi e in partenza, un senso più straziante di pietà che il cordoglio dei morti, e parevano costoro ben più degni di lagrime degli scomparsi. Ricorrendo alle suppliche, alle esclamazioni d'aiuto, quegli infelici paralizzavano gli altri in un inerte turbamento. Scongiuravano che li portassero con sé: invocavano per nome chiunque, gridando, alla vista di un amico, o di un famigliare. Già i compagni di tenda, roba in spalla, si staccavano: e quelli con le braccia al collo, a stringerli, a trascinarsi sulle loro orme, finché il disagio li prostrava a terra, esausti. E allora restavano indietro, ma singhiozzando esalavano un appello estremo agli dei. Uomo per uomo, l'armata gemeva in lagrime: e l'imbarazzo di quella scelta disumana rendeva acerba la decisione del distacco, benché partire significasse lasciarsi alle spalle una terra ostile, in cui i disastri già patiti eccedevano ogni capacità di pianto: e nuove lagrime certo avrebbe strappato l'oscuro avvenire, denso di sofferenze. Un sentimento acuto di vergogna e di disgusto cocente per se stessi li umiliava. Poiché figuravano come cittadini fuggiaschi da una città sfinita dopo un'assedio: anzi, di una grande città. Il complesso dei reparti in marcia non assommava a meno di quarantamila uomini. Tutti trasportavano, secondo le proprie possibilità e forze, quanto poteva tornare utile: perfino i cavalieri e gli opliti, infrangendo la tradizione, portavano addosso, sotto le armature, il peso delle proprie vettovaglie, parte per mancanza di attendenti, ma molti perché non si fidavano. I servi infatti avevano disertato da un bel pezzo, e molti sceglievano proprio quel momento. Tuttavia neppure queste riserve di cibo risultavano sufficienti: le scorte di grano si erano esaurite. Era la fame per l'armata. Di certo, in quel frangente, qualunque fosse l'oggetto su cui posava il pensiero, tutto coincideva ad aggravare lo sconforto, benché il peso della sventura, quando s'è in molti a portarlo, per quasi che si divida e che gravi un pò più leggero: ma tra gli altri supplizi, il più bruciante era il ricordo trionfale della partenza, dell'orgogliosa fiducia che l'aveva cinta e la miseria di questo declino, così vile, così abietto. Mai altro esercito greco conobbe un simile mutamento di sorti. Giunto col proposito di asservire un popolo, gli capitava ora di ritrarsi in fuga, temendo piuttosto per sé ad ogni istante del giorno, quella medesima minaccia. Parole di vittoria e suoni di peana lo coronavano, quando sciolse le vele: e ora, eccolo di nuovo in partenza, ma con che diversi auguri, marciando come fosse una folla di, fanti, anziché sulle strade del mare, aggrappato al nerbo degli opliti, non più della flotta. Tuttavia le sciagure subite sembravano sopportabili quando il pensiero spaventato correva al rischio ancora incombente.