VIAGGIO ATTRAVERSO IL TERRITORIO DEGLI SCITENI
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
TRADUZIONE dal libro Hellenikon Phronema

Εκ τουτων οι Ελληνες αφικοντο επι Αρπασον ποταμον, ευρος τετταρων πλεθρων. Εντευθεν επορευθησαν δια Σκυθηνων σταθμους τετταρας παρασαγγας εικοσι δια πεδιου εις κωμας· εν αις εμειναν ημερας τρεις και επεσιτισαντο. Εντευθεν διηλθον σταθμους τετταρας παρασαγγας εικοσι προς πολιν μεγαλην και ευδαιμονα και οικουμενην η εκαλειτο Γυμνιας. Εκ ταυτης ο αρχων τοις Ελλησιν ηγεμονα πεμπει, οπως δια της εαυτων πολεμιας χωρας αγοι αυτους. Ελθων δ' εκεινος λεγει οτι αξει αυτους πεντε ημερων εις χωριον οθεν δψονται θαλατταν ει δε μη, τεθναναι επηγγειλατο. Και ηγουμενος επειδη ενεβαλλεν εις την εαυτου πολεμιαν, παρεκελευετο αιθειν και φθειρειν την χωραν ω και δηλον εγενετο οτι τουτου ενεκα ελθοι, ου της των Ελληνων ευνοιας.

TRADUZIONE

Quindi i Greci giunsero al fiume Arpaso, largo quattro pletri. Poi si spinsero nelle terre degli Sciteni per venti parasanghe in quattro tappe attraverso la pianura fino a dei villaggi, dove rimasero tre giorni e si rifornirono di viveri. poi percorsero quattro tappe per venti parasanghe fino a una città grande, prospera e popolosa, chiamata Gimnià. Da qui il capo della regione manda ai Greci una guida, perché li conducesse attraverso territori ostili. Appena giunta, la guida assicurò che in cinque giorni li avrebbe portati in una zona da cui potevano vedere il mare, altrimenti lo ammazzassero pure. Mentre svolgeva la sua missione, la guida, una volta messo piede in terra nemica, cominciò a incitare i Greci a seminare incendi e distruzioni nel paese: chiaramente, era venuto con un piano ben preciso, non certo per benevolenza verso di loro. Il quinto giorno pervennero poi a un monte di nome Teche. Non appena i primi giunsero in vetta e videro il mare, levarono alte grida. Nell'udirle, Senofonte e i suoi della retroguardia pensarono che la testa dell'esercito fosse attaccata da altri nemici: alle spalle infatti erano seguiti dalla gente cui avevano incendiato il territorio. La retroguardia ne aveva ammazzato alcuni e catturati altri in un agguato, impadronendosi di una ventina di scudi di vimini rivestiti di pelle di bue non conciata. poiché le grida si facevano più intense e più vicine, i soldati, che man mano giungevano, correvano verso i compagni che continuavano a urlare, e tanto più acuti salivano i clamori quanto più il numero s'ingrossava, per cui Senofonte pensò che si trattasse di qualcosa di veramente grave. Allora scese da cavallo, prese con sé Licio e i cavalieri e corse a prestar soccorso, ma ben presto sentirono i soldati gridare: "Mare, mare". La voce rimbalzava di bocca in bocca. Allora anche tutta la retroguardia si mise a correre, mentre pure le bestie da soma e i cavalli vennero spinti al galoppo. Quando furono tutti sulla cima, cominciarono ad abbracciarsi, strateghi e locaghi, tra le lacrime. All'improvviso, chissà per esortazione di chi, i soldati portarono delle pietre e formarono un tumulo enorme. Sopra vi posero un gran numero di pelli di bue non conciate, bastoni, scudi di vimini catturati. Dal canto suo, la guida tagliò gli scudi, invitando gli altri a seguire il suo esempio. Dopo, i Greci lo congedarono con doni tratti dal bottino comune: un cavallo, una coppa d'argento, un abito persiano e dieci darici: ma soprattutto chiese gli anelli e molti ne ricevette dai soldati. Indicò ai Greci un villaggio dove accamparsi e la via che li avrebbe portati alle terre dei Macroni. Poi, lasciata passare la sera, di notte si allontanò