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Ad Scipionem Africanum nonnulli praedonum duces forte confluxerunt. Visere cupiebant clarum imperatorem, sed ille...Tandem gratias egerunt et satiati contentique discesserunt.
Accorsero per caso da Scipione l'Africano alcuni comandanti dei predoni. Desideravano vedere il celebre condottiero, ma egli piazzò per la difesa sul tetto un presidio di guardie [imperiali]. Quando i predoni si accorsero di ciò, si avvicinarono alla porta e annunciarono che loro non erano nemici della sua vita, ma ammiratori del suo coraggio. Dopo che le guardie riferirono queste cose, Scipione li lasciò entrare; i predoni presero la sua mano destra e la colmarono di baci mentre posavano a terra dinanzi all'atrio dei doni. Infine lo ringraziarono e se ne andarono appagati e contenti.
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Marcus Cato, qui postea censor factus est et sua severitate praeclaram sibi paravit laudem, puerulus insigne constantiae praebuit exemplum. Nam cum in domo Marci Drusi, avunculi sui, educaretur et ad eum, qui nunc tribunus plebis erat, Latinorum legati venissent ut civitate impetraent, a Quinto Poppedio, legatorum principe, rogatus ut socios apud avunculum suum adiuvaret, constanti vultu se id non facturum esse respondit. Deinde, iterum ac saepius interpellatus, in proposito persistit. Tun Poppedius in excelsam aedium partem eum levavit et minatus est se inde eum abiecturum, nisi precibus obtemperaret: ne hac re quidem ab incepto moveri potuit. Quam constantiam admiratus, Poppedius exclamasse dicitur: "Gratulemur nobis, Latini et socii, hun esse tam parvum. Nam si iam senator esset, ne sperare quidem nobis civitatem licuisset." Sic Cato, puerulus tenero adhuc animo, constantia sua Latinos, ius nostrae civitatis apprehendere cupientes, reppulit.
Marco Catone, che in seguito divenne censore e acquistò per sè la particolare lode per la sua severità, da giovinetto offrì un insigne esempio di costanza. Infatti essendo educato in casa di Marco Druso, suo zio materno, ed essendo giunti presso di lui, che a quel tempo era tribuno della plebe, gli ambasciatori dei Latini per ottenere la cittadinanza chiesto da da Quinto Poppedio, il più ragguardevole dei legati, che aiutasse gli alleati presso suo zio, rispose che non l'avrebbe fatto. P oi, interpellato di nuovo e ripetutamente, persistette nel proposito. Allora Poppedio lo sollevò nella parte più alta della dimora e lo minacciò che l'avrebbe buttato da lì, se non si fosse sottomesso alle preghiere: neppure con questa minaccia poté essere distolto dal proposito. S i dice che, Ammirando tale costanza, Poppedio esclamò: "rallegriamoci, Latini ed alleati, che costui è tanto piccolo. Infatti se fosse già senatore, non ci sarebbe stato lecito neppure sperare la cittadinanza." Così Catone, giovinetto ancora di animo tenero, con la sua costanza respinse i Latini, che desideravano ottenere il diritto della nostra cittadinanza.(by Maria D.)
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Solon, cum ex amicis quendam graviter maerentem videret, in arcem perduxit hortatusque est ut per per omnes subiectorum aedificiorum partes oculos circumferret. Quod ut factum animadvertit, "cogita nunc tecum" inquit "quam multi luctus sub his tectis et olim fuerint et hodieque versentur et insequentibus saeculis sint habitaturi ac mitte mortalium incommoda tamquam propria delere". Qua consolatine demonstravit urbes esse humanarum cladium consaepta miseranda. Idem "si in unum locum" aiebat "cuncti mala sua contulissent, futurum ut propria deportare domum quam ex commoni miseriarum acervo portiorem suam ferre mallent." Quo colligebat, non oportere nos quae fortuito patiamur praecipuae et intolerabilis amaritudinis iudicare. (da Valerio Massimo Fatti e Detti Memorabili)
Solone avendo visto uno dei suoi amici estremamente sofferente, lo condusse sull'acropoli e lo pregò di volgere gli occhi su tutte le costruzioni dei quartieri sottostanti. Quando si rese conto che l'aveva fatto, : "Pensa ora - disse - fra te e te quanti lutti vi siano stati in passato sotto questi tetti e quanti ve ne siano ancor oggi e ve ne saranno nei secoli futuri; e non gemere più sulle tragedie dei mortali, come se fossero i tuoi". Con questo discorso consolatorio dimostrò che le città sono poveri asili di umane sventure. Ugualmente diceva che, se si fossero portati tutti in un solo posto, ciascuno avrebbe preferito riportare a casa le proprie piuttosto che prendere la parte che spetterebbe a ciascuno da un cumulo comune di mali. Pertanto concludeva che non era opportuno giudicare le disgrazie che ci capitano in sorte come eccezionali e intollerabile. (by Geppetto)
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Aeschyli vero poetae excessus quem ad modum (= ut) non voluntarius, sic propter novitatem casus referendus. In Sicilia moenibus urbis, in qua morabatur, egressus aprico in loco resedit, super quem aquila testudinem ferens elusa splendore capitis – erat enim capillis vacuum – perinde atque lapidi eam inlisit, ut fractae carne vesceretur, eoque ictu origo et principium fortioris tragoediae extinctum est. Non vulgaris etiam Homeri mortis causa [esse] fertur, qui in Io insula, quia quaestionem a piscatoribus positam solvere non potuisset, dolore absumptus [esse] creditur. Sed atrocius aliquanto Euripides finitus est: ab Archelai enim regis cena in Macedonia domum hospitalem repetens, canum morsibus laniatus obiit; crudelitas fati tanto ingenio non debita. (Valerio Massimo)
La morte del poeta Eschilo, come fu involontaria, così per il modo insolito dell’avvenimento, è da ricordare. In Sicilia, uscito dalle mura della città, nella quale si tratteneva, si fermò in un luogo soleggiato. Mentre un’aquila portava una tartaruga sopra di lui, ingannata dalla lucentezza della testa (infatti era pelato), la scagliò come su una roccia, per cibarsi della carne della tartaruga frantumata. A causa di quel colpo [eo ictu], si spense l’origine e il principio della tragedia greca. Si tramanda anche la causa non comune della morte di Omero. Si crede che in un isola fu ucciso dal dolore, poiché non poté risolvere una domanda postagli dai pescatori. Ma Euripide morì ancora più atrocemente. Infatti in Macedonia, tornando a casa da una cena presso il re Archelao [lett. : del re Archelao], morì dilaniato dai morsi dei cani.
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Alexander, Macedonum rex, urbem quandam invasurus, ab oraculo monitus erat ut eum occideret, qui primus ei in urbem intranti obviam venisset. Asinarius, asinum suum prae se agens, forte obviam venit, quem rex ad mortem adripi iussit. Quaerenti asinario, cur innocens ad mortem raperetur, Alexander, ad se excusandum, oraculi responsum rettulit. Tunc asinarius: «Non me, sed alium ad mortem oraculum destinavit: nam asinus, quem ante me agebam, prior tibi occurrit». Illius tam callido dicto delectatus, occasionem ut observaret oraculum vilioris victimae morte rapuit. Simili calliditate se et patriam suam Anaximenes, qui praeceptor Alexandri fuerat, servavit. Nam, ad excidendam Lampsacum urbem progressurus, rex extra moenia praeceptorem suum ad se venientem vidit. Eum venire ad supplicandum ne urbs excideretur suspicatus, rex statim iuravit se non facturum quod ille peteret. Tunc Anaximenes: «Peto – inquit – ut Lampsacum diruas». Sic Alexander, iusiurandum servandi causa, oppido parcere coactus est.
Alessandro, re dei Macedoni, stando sul punto di invadere una certa città, era stato avvisato da un oracolo di uccidere chi gli fosse andato incontro per primo mentre entrava nella città. Un asinaio, che portava davanti a lui il suo asino, casualmente (gli) andò incontro ed il re ordinò di condurlo a morte. All’asinaio che domandava perché venisse messo a morte da innocente, Alessandro, per scusarsi, riportò il responso dell’oracolo. Allora l’asinaio: “l’oracolo destinò alla morte non me, ma un altro: infatti l’asino che portavo davanti a me, ti ha incontrato prima”. Divertito dalla affermazione di quello così audace, afferrò al volo l’occasione di obbedire all’oracolo con la morte di una vittima più umile. Con un'astuzia simile Anassimene, che era stato precettore di Alessandro, salvò se stesso e la sua patria. Infatti mentre avanzava per radere al suolo la città di Lampsaco, il re vide il suo precettore che andava verso di lui. Immaginando che egli arrivasse per supplicarlo di non distruggere la città, il re giurò subito che non avrebbe fatto ciò che gli avesse chiesto. Allora Anassimene disse: “Chiedo che tu distrugga Lampsaco”. Così Alessandro, per prestare fede al giuramento, fu costretto a risparmiare le città.