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Iugurtha intempesta nocte de improviso multitudine Numidarum Auli castra circumvenit. Milites Romani perculsi tumultu insolito arma capere alii, alii se abdere, pars territos confirmare, trepidare omnibus locis. Vis magna hostium, caelum nocte atque nubibus obscuratum, postremo in incerto erat (utrum) fugere an manere tutius esset. Sed ex eo numero, quos paulo ante corruptos diximus, cohous una Ligurum cum duabus turmis Thracum transiere ad regem, et centurio tertiae legionis locum hostibus introeundi dedit eaque Numidae cuncti irrupere. Nostri foeda fuga, plerique abiectis armis, proxumum collem occupaverunt. "
Giugurta a notte fonda all'improvviso circonda l'accampamento di Aulo, con una moltitudine di Numidi. I soldati Romani sono sbigottiti dall'insolito tumulto, alcuni prendono le armi, altri si nascondono, altri rassicurano quelli impauriti, si affannano (corrono in disordine) in tutti i luoghi. La forza dei nemici è grande, il cielo è oscurato dalla notte e dalle nubi, insomma non si sapeva se fosse più sicuro fuggire o rimanere. Ma da quella truppa, che poco prima abbiamo dett) corrotti, una sola coorte di Liguri con due schiere di Traci si recarono dal re, e il centurione di tre legioni
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Non possum fidei causa imagines neque triumphos aut consulatus maiorum meorum ostentare, at, si res postulet, hastas, vexillum, phaleeras, alia militaria dona, praeterĕa cicatrices advorso corpore. Hae sunt meae imagines, haec nobilitas, non hereditate relicta, ut illa illis, sed quae ego meis plurumis laboribus et periculis quaesivi. Non sunt composita verba mea: parvi id facio. Ipsa se virtus satis ostendit; illis artificio opus est, ut turpia facta oratione tegant. Neque litteras Graecas didĭci: parum placebat eas discĕre, quippe quae ad virtutem nihil profuĕrant. At illa multo utiliora rei publicae doctus sum: hostem ferire, praesidia agitare, nihil metuĕre nisi turpem famam, hiemem et aestatem iuxta pati, humi requiescĕre, eōdem tempore inopiam et laborem tolerare. His ego praeceptis milites hortabor.
Non posso, per la verità, ostentare ritratti, né trionfi o consolati dei miei antenati, ma, se mi viene richiesto, lance, un vessillo, decorazioni militari, altri premi militari, inoltre cicatrici sul corpo. Questi sono i miei ritratti, questa la nobiltà, non lasciatami in eredità, come quella a quelli, ma che mi sono guadagnato con molte fatiche e pericoli. Le mie parole non sono ornate/eleganti: considero poco tutto ciò. Lo stesso valore si mostra da solo a sufficienza; ad essi è necessario l'imbroglio, per nascondere con belle parole azioni vergognose. E non ho imparato le lettere Greche: non mi sarebbe piaciuto per niente impararlo, perché esso non sarebbe servito a nulla per il valore militare. Ma ho imparato quelle cose che sono molto più utili per lo stato: a ferire il nemico, a mettere in subbuglio le difese, a non aver paura di nulla se non del disonore, a sopportare allo stesso modo l'inverno e l'estate, a dormire per terra, a tollerare contemporaneamente la fame e la fatica. Con questi ordini (a fare altrettanto) inciterò i soldati.
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Memmius populo persuadet ut L. Cassius, qui tum praetor erat, ad Iugurtham mitteretur eumque Romam duceret, quo facilius, indicio regis, Scauri et reliquorum, quos Memmius pecuniae captae arcessebat, delicta patefiĕrent. Dum haec Romae geruntur, qui in Numidia exercitui praeĕrant plurima et flagitiosissima facinora fecēre. Alii auro corrupti elephantos Iugurthae tradiderunt; alii perfŭgas vendiderunt, alii ex pacatis praedas agebant: tanta vis avaritiae animos eorum invaserat. Cassius praetor ad Iugurtham proficiscitur; eique timido et ex conscientia scelĕrum diffidenti rebus suis persuadet, quoniam se populo Romano dedisset ne vim quam misericordiam eius experiri mallet. Privatim praeterea fidem suam interpōnit, quam ille non minoris quam fidem publicam ducebat: talis ea tempestate fama de Cassio erat. Iugurtha igitur cum Cassio Romam venit. C. Memmius, advocata contione, quamquam regi infesta plebes erat, dignitati quam irae magis consŭlens, sedare motus et animos mollire conabatur. Post, ubi silentium coepit, producto Iugurtha, verba facit, Romae et in Numidia facinora eius memorat, scelera in patrem fratresque ostendit. Orationem ita finivit: «Si verum aperies, in fide et clementia populi Romani magna spes tibi sita erit; sin reticebis, non sociis saluti eris, sed te tuasque spes corrumpes».
Memmio convince il popolo a mandare da Giugurta L. Cassio, che allora era pretore, e di condurlo a Roma, affinché fossero dimostrati più facilmente, con la testimonianza del re, i delitti di Scauro e degli altri, che Memmio accusava in giudizio di aver preso del denaro. Mentre a Roma si compiono questi atti, coloro che in Numidia erano al comando dell'esercito compirono molti e vergognosissimi delitti. Alcuni, corrotti con l'oro, consegnarono a Giugurta degli elefanti; altri vendettero dei disertori, altri compivano razzie dalle popolazioni con cui esistevano trattati di pace: con tanta forza l'avarizia aveva occupato i loro animi. Il pretore Cassio parte diretto a Giugurta; e lo persuade, benché timoroso e diffidente per la sua situazione a causa della consapevolezza dei delitti, a consegnarsi al popolo Romano, affinché scelga di non sperimentarne la forza piuttosto che la misericordia. In privato inoltre interpone la sua parola, che quello non considerava di meno di un pubblico impegno: tale in quel momento era il prestigio di Cassio. Giugurta dunque giunge a Roma con Cassio. C. Memmio, convocato il tribunale, benché la plebe fosse ostile al re, obbedendo più alla dignità che all'ira si sforzava di sedare la sommossa e di calmare gli animi. Poi, quando ottenne il silenzio, portato avanti Giugurta, fa un discorso, rammenta i suoi delitti a Roma ed in Numidia, dimostra le sue scelleratezze contro il padre ed i fratelli. Terminò così l'arringa: "Se rivelerai la verità (lett. aprirai la verità) potrai riporre una grande speranza nella parola e nella clemenza del popolo Romano; se invece sarai reticente, non sarai di aiuto alla salvezza dei tuoi compari, ma manderai in malora te e le tue speranze".
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L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Hic ab adulescentia belli intestini, caedis, rapinae discordiae civilis appetens fuit ibique iuventutem suam exercuit. Corpus eius patiens erat inediae, vigiliae, algoris; animus audax, subdolus, varius, cuiuslibet rei simulator ac dissimulator, alieni appetens, sui profusus (prodigo), ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Vastus (insaziabile) animus immoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. Hunc post dominationem L. Sullae libido maxima imperii invaserat; quibus modis hoc adsequeretur, nihil pensi habebat. Agitabatur magis magisque (= sempre più) in dies animus ferox eius inopia rei familiaris et conscientia scelerum. Omnes, quos flagitia, egestas, conscius animus (= il rimorso) exagitabat, Catilinae proximi familiaresque erant. Iis amicis sociisque confisus, Catilina, sive quod (= perché) aes alienum per omnes terras ingens erat, sive quod plerique Sullani milites, rapinarum et victoriae veteris memores, civile bellum exoptabant, opprimendii rem publicam consilium cepit.
L. Catilina, di nobile lignaggio, ebbe grande forza d'animo e di corpo, ma un'indole marcia e malvagia. Fin dall'adolescenza fu avido di guerre intestine, stragi, rapine, discordie civili e in questo temprò la sua giovinezza. Il suo corpo reggeva bene la fame, la vegllia, il freddo; aveva animo temerario, subdolo, imprevedibile, simulatore e dissimulatore di qualsiasi sentimento, desideroso dell'altrui, prodigo del proprio, ardente nella cupidigia; abbastanza eloquente, poco saggio ed avveduto. La sua mente insaziabile concupiva sempre cose smodate, incredibili, troppo fuori dalla sua portata. Dopo la dittatura di L. Siila lo aveva preso una grandissima brama di potere; non si faceva alcuno scrupolo dei mezzi con cui raggiungere questo scopo. Il suo temperamento feroce e indomabile di giorno in giorno era sempre più in tuemulto per la mancanza del patrimonio e la coscienza dei delitti. Tutti quelli ch'erano travagliati dalle cattive azioni, l'indigenza, il rimorso, erano amici e in rapporti di familiarità con Catilina. Confidando in tali amici ed alleati, Catilina, sia perché i suoi debiti erano ovunque enormi, sia perché moltissimi soldati di Siila, memori delle grassazioni e della vecchia vittoria, desideravano la guerra civile, decise di attentare alla sicurezza dello Stato
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Omnibus rebus actis, constituta nocte qua coniurati proficiscerentur, Cicero, per legatos Gallorum cuncta edoctus, Lucio Valerio Flacco et Caio Pomptino praetoribus imperat ut in ponte Milvio Allobrogum comitatus per insidias deprehendant. Rem omnem aperit, cuius gratiä mittebantur; cetera permittit ut agant sicut facto opus sit. Illi, homines militares, sine tumultu praesidiis collocatis, sicuti praeceptum erat, occulte pontem obsidunt. Postquam ad eum locum legati Allobrogum cum Volturcio venerunt et simul utrimque clamor ortus est, Galli, cito cognito consilio, sine mora praetoribus se tradunt. Volturcius primo cohortatus ceteros, gladio se a multitudine defendit; deinde, ubi a legatis desertus est, multa (a lungo) prius de salute sua Pomptinum obtestatus, postremo timidus ac vitae diffidens, velut hostibus sese praetoribus dedit.
Fatti tutti i preparativi, fissata la notte in cui i congiurati dovevano partire, Cicerone, informato su ogni particolare dagli ambasciatori gallici, comanda ai pretori L. Valerio Fiacco e C. Pomptino di far cadere in un tranello la scorta degli Allobrogi al ponte Milvio. Li mette al corrente dell'impresa che erano inviati a compiere; quanto al resto da' loro licenza di agire come la situazione richiede. Quelli, militari di professione, piazzati presìdi senza far rumore, così come era stato comandato, di nascosto tengono sotto vigilanza il ponte. Quando colà vennero i messi Allobrogi insieme con Volturcio e contemporaneamente si levarono grida da ambo i lati, i Galli, capito immediatamente il piano, si consegnano ai pretori senz'indugio. Volturcio sulle prime, esortati gli altri, si difende a colpii spada dalla moltitudine; quando fu abbandonato daim legati, supplicato a lungo Pomptino per avere salva la vita, alla fine timoroso e diffidando della sua incolumità, si consegnò ai pretori come a dei nemici
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