PERICLE SI LIBERA DEL SUO ULTIMO OPPOSITORE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco

τῶν δὲ περὶ τὸν Θουκυδίδην ῥητόρων καταβοώντων τοῦ Περικλέους ὡς σπαθῶντος τὰ χρήματα καὶ τὰς προσόδους ἀπολλύντος, ἠρώτησεν ἐν ἐκκλησίᾳ τὸν δῆμον εἰ πολλὰ δοκεῖ δεδαπανῆσθαι: φησάντων δὲ πάμπολλα: “μὴ τοίνυν, ” εἶπεν, “ὑμῖν, ἀλλ' ἐμοὶ δεδαπανήσθω, καὶ τῶν ἀναθημάτων ἰδίαν ἐμαυτοῦ ποιήσομαι τὴν ἐπιγραφήν. ” εἰπόντος οὖν ταῦτα τοῦ Περικλέους, εἴτε τὴν μεγαλοφροσύνην αὐτοῦ θαυμάσαντες εἴτε πρὸς τὴν δόξαν ἀντιφιλοτιμούμενοι τῶν ἔργων, ἀνέκραγον κελεύοντες ἐκ τῶν δημοσίων ἀναλίσκειν καὶ χορηγεῖν μηδενὸς φειδόμενον. τέλος δὲ πρὸς τὸν Θουκυδίδην εἰς ἀγῶνα περὶ τοῦ ὀστράκου καταστὰς καὶ διακινδυνεύσας ἐκεῖνον μὲν ἐξέβαλε, κατέλυσε δὲ τὴν ἀντιτεταγμένην ἑταιρείαν.
XV. ὡς οὖν παντάπασι λυθείσης τῆς διαφορᾶς καὶ τῆς πόλεως οἷον ὁμαλῆς καὶ μιᾶς γενομένης κομιδῇ, περιήνεγκεν εἰς ἑαυτὸν τὰς Ἀθήνας καὶ τὰ τῶν Ἀθηναίων ἐξηρτημένα πράγματα, φόρους καὶ στρατεύματα καὶ τριήρεις καὶ νήσους καὶ θάλασσαν, καὶ πολλὴν μὲν δι' Ἑλλήνων, πολλὴν δὲ καὶ διὰ βαρβάρων ἥκουσαν ἰσχύν, καὶ ἡγεμονίαν ὑπηκόοις ἔθνεσι καὶ φιλίαις βασιλέων καὶ συμμαχίαις πεφραγμένην δυναστῶν

TRADUZIONE

Tucidide e quelli della sua parte attaccavano Pericle come dissipatore del denaro pubblico e sperperatore delle entrate, egli perciò domandò in assemblea al popolo se gli sembrava che fosse stato speso molto, il popolo risposto che effettivamente era stato speso moltissimo e pericle concluse: "la spesa non sia in conto vostro, ma mio; io inscriverò sui monumenti il mio nome». A tali parole, o che fossero presi da ammirazione per la sua grandezza d'animo, o che volessero alla loro volta aver parte della gloria di quelle costruzioni, lo sollecitarono tra gli applausi ad attingere danaro al tesoro pubblico e a spendere senza risparmio. Alla fine venne a rischiosa contesa con Tucidide per l'ostracismo, lo espulse dalla città e sciolse il partito avverso. Quando, soppressa ogni opposizione, la città divenne, per così dire, un unico blocco armonioso, egli concentrò nelle sue mani il governo di Atene e degli affari degli Ateniesi, e cioè le entrate, gli eserciti, la flotta, le isole, il mare, la grande potenza egemonica che si era estesa sui Greci e sui barbari, protetta dall'obbedienza dei popoli soggetti e dall'amicizia e alleanza con re e dinasti; ma da quel momento egli non fu più lo stesso, né, come prima, fu condiscendente verso il popolo, né facile a cedere o a far concessioni alle voglie dei più come ai soffi del vento. Di quella che era una democrazia trasandata e in certi casi molle come una musica smagliante e languida, egli fece un regime aristocratico e accentratore, e valendosene in modo lineare e inflessibile per un continuo miglioramento, si tirò dietro il popolo, per lo più consenziente, con la persuasione e l'informazione; talora poi, quando il popolo gli faceva resistenza, lo teneva in tensione e lo domava indirizzandolo verso il suo utile. Si comportava veramente come un medico che per una malattia lunga e con vari aspetti ricorre ora a medicamenti gradevoli e non dannosi, ora invece interviene bruscamente, rimettendo comunque il paziente in salute. Mentre infatti nascevano, come è naturale, passioni d'ogni genere in una massa che aveva un impero così potente, egli solo fu capace di manovrare armonicamente ogni cosa, tenendo a freno la boria dei cittadini, risollevando la loro depressione e rincorandoli, sfruttando, per dirigerli, ora timori, ora speranze; dimostrò così che l'oratoria, come pensa Piatone, è «trascinatrice dell'anima», e che la sua più grande impresa è il governo delle passioni e dei comportamenti umani, che sono come le corde e i suoni dell'anima che abbisognano d'essere tese e rilasciate con molta armonia.