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πρῶτον μὲν ἠγάπων καὶ ἐφιλοφρονοῦντο ἀλλήλους δι᾽ ἐρημίαν, ἔπειτα οὐ περιμάχητος ἦν αὐτοῖς ἡ τροφή.....
Prima di tutto quegli uomini si amavano e usavano benevolenza gli uni verso gli altri a causa della loro solitudine, in secondo luogo il nutrirsi non rappresentava per loro motivo di contesa. I pascoli non mancavano, se non in principio per alcuni, e soprattutto dei pascoli in quel tempo vivevano: non mancavano affatto né latte né carne, e inoltre andando a caccia si procuravano un non vile né scarso nutrimento. Ed erano forniti di vestiti, di coperte, di case, e di vasi da mettere sul fuoco e da usare in altro modo: le arti plastiche e tessili, infatti, non hanno affatto bisogno del ferro, e un dio le donò perché procurassero agli uomini tutto ciò che si è appena detto, e perché quando il genere umano venisse a trovarsi in simili difficoltà avesse come un germoglio per potersi sviluppare. Essi non erano del tutto poveri, e la povertà non li costringeva ad essere ostili fra loro: ma non erano neppure ricchi, poiché non possedevano né oro né argento, e questa era in quel tempo la loro condizione. E quando in una comunità non convivono né ricchezza né povertà, nascono in essa i più nobili costumi: e non vi possono essere né violenza, né ingiustizia, né invidie, né gelosie. Per queste ragioni erano buoni e per quella che viene definita semplicità: se ascoltavano qualcosa di bello o di brutto, ritenevano, nella loro semplicità, che ciò che era stato detto fosse verissimo e vi prestavano fede. Nessuno sapeva sospettare il falso abilmente come ora, ma tenendo per vero ciò che si raccontava degli dèi e degli uomini vivevano in questo modo: perciò erano tali quali noi ora li abbiamo descritti.
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Ἐκφανὴς ἐγένετο ἡ τῆς πόλεως ῥώμη τε καὶ ἀρετή. Βοηθήσαντες ἑξήκοντα ναυσίν, αὐτοὶ ἐμβάντες εἰς τὰς ναῦς, καὶ ἄνδρες γενόμενοι ὁμολογουμένως ἄριστοι, νικήσαντες μὲν τοὺς πολεμίους, λυσάμενοι δὲ τοὺς φιλίους, ἀναξίου τύχης τυχόντες, οὐκ ἀναιρεθέντες ἐκ τῆς θαλάττης κεῖνται ἐνθάδε'. Ὧν χρὴ ἀεὶ μεμνῆσθαί τε καὶ ἐπαινεῖν· τῇ μὲν γὰρ ἐκείνων ἀρετῇ ἐνικήσαμεν οὐ μόνον τὴν τότε ναυμαχίαν, ἀλλὰ καὶ τὸν ἄλλον πόλεμον· δόξαν γὰρ δι' αὐτοὺς ἡ πόλις ἔσχεν μή ποτ᾽ ἂν καταπολεμηθῆναι μηδ' ὑπὸ πάντων ἀνθρώπων – καὶ ἀληθῆ ἔδοξεν - τῇ δὲ ἡμετέρᾳ αὐτῶν διαφορᾷ ἐκρατήθημεν, οὐχ ὑπὸ τῶν ἄλλων· ἀήττητοι γὰρ ἔτι καὶ νῦν ἐκείνων ἐσμέν, ἡμεῖς δὲ αὐτοὶ ἡμᾶς αὐτοὺς καὶ ἐνικήσαμεν καὶ ἡττήθημεν. (Platone)
La forza e la virtù della città divennero manifeste, avendo portato aiuto con sessanta navi, essi stessi, saliti sulle navi, e diventati uomini unanimemente riconosciuti come i migliori, avendo sconfitto i nemici e liberato gli amici, pur essendo stati colpiti da una sorte indegna, non essendo stati distrutti in mare, giacciono qui. Di loro bisogna sempre ricordarsi e lodarli: infatti, per la loro virtù vincemmo allora non solo la battaglia navale, ma anche la rimanente guerra. La città ebbe, grazie a loro, fama di non poter mai essere sconfitta (καταπολεμέω inf aor pass) da nessuno fra tutti gli uomini, - e (la fama) si rivelò vera - fummo invece sopraffatti dalla nostra discordia, non dagli altri; infatti, ancora oggi siamo invincibili grazie a loro, ma siamo noi stessi che abbiamo vinto e sconfitto noi stessi.
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Ἔστιν οὖν τοῦτο Ὁμήρου ἐγκώμιον εἰς Μίνων διὰ βραχέων εἰρημένον, οἷον οὐδ᾽ εἰς ἕνα τῶν ἡρώων ἐποίησεν Ὅμηρος. Ὅτι μὲν γὰρ ὁ Ζεὺς σοφιστής ἐστιν καὶ ἡ τέχνη αὕτη παγκάλη ἐστί, πολλαχοῦ καὶ ἄλλοθι δηλοῖ, ἀτὰρ καὶ ἐνταῦθα. Λέγει γὰρ τὸν Μίνων συγγίγνεσθαι ἐνάτῳ ἔτει τῷ Διὶ ἐν λόγοις καὶ φοιτᾶν παιδευθησόμενον ὡς ὑπὸ σοφιστοῦ ὄντος τοῦ Διός. Ὅτι οὖν τοῦτο τὸ γέρας οὐκ ἔστιν ὅτῳ ἀπένειμεν Ὅμηρος τῶν ἡρώων, ὑπὸ Διὸς πεπαιδεύσθαι, ἄλλῳ ἢ Μίνῳ, τοῦτ' ἔστιν ἔπαινος θαυμαστός. Καὶ Ὀδυσσείας ἐν Νεκυίᾳ δικάζοντα χρυσοῦν σκήπτρον ἔχοντα πεποίηκε τὸν Μίνων, οὐ τὸν Ραδάμανθυν· Ραδάμανθυν δὲ οὔτ᾽ ἐνταῦθα δικάζοντα πεποίηκεν οὔτε συγγιγνόμενον τῷ Διὶ οὐδαμοῦ. Διὰ ταῦτά φημ᾽ ἐγὼ Μίνων ἁπάντων μάλιστα ὑπὸ Ὁμήρου ἐγκεκωμιάσθαι. Τὸ γὰρ Διὸς ὄντα παῖδα μόνον ὑπὸ Διὸς πεπαιδεῦσθαι οὐκ ἔχει ὑπερβολὴν ἐπαίνου.
Questo è dunque un elogio di Omero per Minosse proclamato (εἴρω) in poche parole (διὰ βραχέων), come Omero non ha fatto [mai] per nessuno degli eroi. Che infatti Zeus sia (lett è) un esperto e che la stessa arte sia (lett è) la più bella in assoluto è peraltro (ἀτάρ) visibile in molti (sott "suoi") passi ed anche qui. (Omero) Dice infatti che Minosse si incontrava (συγγίγνομαι infinito presente) riguardo alle decisioni (ἐν λόγοις) con Zeus e che ogni nove anni (letteralmente: "nel nono anno") lo andava a trovare (φοιτάω, inf presente retto da Λέγει) παιδευθησόμενον, παιδεύω, partic futuro mp con valore finale) per essere istruito come da un esperto dato che Zeus lo era (gen ass). Che infatti Omero questo onore, di essere educato da Zeus, non lo ha attribuito ἀπένειμεν— ἀπονέμω aor 3a sing) a chiunque altro fra gli eroi tranne che a Minosse è un elogio staordinario. E (Omero) aveva raffigurato (πεποίηκε— ποιέω piuccheperfetto) Minosse nella Nekyia (titolo dell'XI libro) dell'Odissea mentre giudicava con uno scettro d'oro (lett participio pres. "che aveva uno..."), [e] non Radamanto; non aveva rappresentato Radamanto mentre giudicava né in questa circostanza, né (lo aveva rappresentato) mentre era in rapporto con Zeus in nessun modo. Per questi motivi (per queste cose) io dico che Minosse è stato elogiato da Omero più di tutti. Infatti (io dico che), essere figlio di Zeus ed essere stato educato solo da Zeus non ha superiorità di elogio. (Traduzione di Anna Maria Di Leo - skuolasprint. it)
Qui le difficoltà che si incontrano nel tradurre questo brano
Spiegazione del brano
Questo brano, tratto dal dialogo "Minosse" di Platone, si concentra sulla figura di Minosse, re di Creta, e sul suo rapporto speciale con Zeus, re degli dei. Il filosofo greco Platone utilizza le parole di Omero per celebrare Minosse come il più grande eroe da lui elogiato.
L'elogio si basa su tre elementi principali: Istruzione divina: Platone sottolinea che Minosse ha ricevuto un'educazione speciale da Zeus stesso, definendolo un "sofista" e una figura di grande saggezza. Questo privilegio, concesso solo a Minosse tra gli eroi omerici, rappresenta un onore immenso e un segno della sua eccezionalità. Giudizio nell'Oltretomba: Nell'Odissea, Omero descrive Minosse nell'Ade mentre brandisce uno scettro d'oro e siede in giudizio sulle anime dei defunti. Questo ruolo di giudice nell'Oltretomba, conferito solo a Minosse e non al fratello Radamanto, evidenzia la sua saggezza e imparzialità. Unione con Zeus: Un verso dell'Inno a Zeus menziona Minosse come "compagno di Zeus nei banchetti", suggerendo un'unione quasi simbiotica tra il re e il dio. Platone interpreta questa espressione come metafora di un legame intellettuale profondo, in cui Minosse apprende direttamente dalla sapienza di Zeus.
Combinando questi elementi, Platone conclude che Minosse ricevette il più grande elogio da Omero. Essere figlio di Zeus e ricevere da lui un'educazione divina lo innalza al di sopra di qualsiasi altro eroe omerico. La sua istruzione divina, il suo ruolo di giudice nell'Oltretomba e la sua unione intellettuale con Zeus lo rendono un esempio di saggezza, giustizia e autorità incomparabili.
Minosse ricevette un'educazione speciale da Zeus, il che lo rese il più grande eroe omerico secondo Platone.
Nell'Oltretomba, Minosse assume il ruolo di giudice, segno della sua saggezza e imparzialità.
L'unione di Minosse con Zeus, descritta come "compagno di Zeus nei banchetti", simboleggia un legame intellettuale profondo e una grande sapienza.
Il brano sottolinea l'importanza della filosofia e dell'educazione per raggiungere la vera grandezza.
Platone utilizza le opere di Omero non solo come storie, ma anche come fonte di conoscenza filosofica e morale.
L'elogio di Minosse rappresenta un'ideale di sovrano giusto e saggio, capace di guidare il suo popolo con saggezza e discernimento.
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Ἔτυχεν γὰρ τῇ προτεραίᾳ τῆς δίκης ή πρύμνα ἐστεμμένη τοῦ πλοίου ὅ εἰς Δῆλον Ἀθηναῖοι πέμπουσιν. [---] Τοῦτ᾽ ἔστι τὸ πλοῖον, ὥς φασιν Ἀθηναῖοι, ἐν ᾧ Θησεύς ποτε εἰς Κρήτην τοὺς "δὶς ἑπτὰ” ἐκείνους ᾤχετο ἄγων καὶ ἔσωσέ τε καὶ αὐτὸς ἐσώθη. Τῷ οὖν Ἀπόλλωνι ηὔξαντο ὡς λέγεται τότε, εἰ σωθείεν, ἑκάστου έτους θεωρίαν ἀπάξειν εἰς Δῆλον· ἢν δὴ ἀεὶ καὶ νῦν ἔτι ἐξ ἐκείνου κατ' ἐνιαυτὸν τῷ θεῷ πέμπουσιν. Ἐπειδὰν οὖν ἄρξωνται τῆς θεωρίας, νόμος ἐστὶν αὐτοῖς ἐν τῷ χρόνῳ τούτῳ καθαρεύειν τὴν πόλιν καὶ δημοσίᾳ μηδένα ἀποκτεινύναι, πρὶν ἂν εἰς Δῆλόν τε ἀφίκηται τὸ πλοῖον καὶ πάλιν δεῦρο· τοῦτο δ ἐνίοτε ἐν πολλῷ χρόνῳ γίγνεται, ὅταν τύχωσιν ἄνεμαι ἀπολαβόντες αὐτούς. Ἀρχὴ δ᾽ ἐστὶ τῆς θεωρίας ἐπειδὰν ὁ ἱερεὺς τοῦ Ἀπόλλωνος στέψῃ τὴν πρύμναν τοῦ πλοίου· τοῦτο δ' ἔτυχεν, ὥσπερ λέγω, τῇ προτεραία τῆς δίκης γεγονός. Διὰ ταῦτα καὶ πολὺς χρόνος ἐγένετο τῷ Σωκράτει ἐν τῷ δεσμωτηρίῳ ὁ μεταξὺ τῆς δίκης τε καὶ τοῦ θανάτου.
TRADUZIONE LETTERALE
Infatti, accadde il giorno prima del processo che gli Ateniesi mandavano (lett pres) a Delo la poppa incoronata della nave. Questa è la nave, come dicono gli Ateniesi, su cui Teseo una volta andava (οἴχομαι imperf) a Creta portando (due volte sette ciascuno) i quattordici (ragazzi) e li salvò ed egli stesso fu salvato. Dunque, come si raccontò (lett presente) allora rivolsero preghiere ad ad Apollo, che se si fossero salvati, ogni anno avrebbero portato (ἀπάξειν, ἀπάγω infinito futuro) un'ambasceria (sacra) a Delo: mandano al Dio questa (ambasceria) sempre da ciascun anno anche ora. Quindi ogni qual volta che danno inizio alla processione, loro hanno legge (dativo di possesso: a loro è una legge) di purificare in quel tempo la città e di non uccidere nessuno pubblicamente, prima che la nave arrivi a Delo e (arrivi) di nuovo qui. Questo talvolta accade in molto tempo, qualora ci siano per caso i venti che li ostacolano. L'inizio dell'ambasceria è quando il sacerdote di Apollo (στεφω) ha incoronato la poppa della nave. Questo avvenne, come dico, nel giorno precedente del processo. Per queste ragioni (cose) Socrate ebbe (dat poss) molto tempo nel carcere tra il processo e la morte.
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Λέγουσι γὰρ δήπουθεν πρὸς ἡμᾶς οἱ ποιηταὶ ὅτι ἀπὸ κρηνῶν μελιρρύτων ἐκ Μουσῶν κήπων τινῶν καὶ ναπῶν δρεπόμενοι τὰ μέλη ἡμῖν φέρουσιν ὥσπερ αἱ μέλιτται, καὶ αὐτοὶ οὕτω πετόμενοι· καὶ ἀληθῆ λέγουσι. κοῦφον γὰρ χρῆμα ποιητής ἐστιν καὶ πτηνὸν καὶ ἱερόν, καὶ οὐ πρότερον οἷός τε ποιεῖν πρὶν ἂν ἔνθεός τε γένηται καὶ ἔκφρων καὶ ὁ νοῦς μηκέτι ἐν αὐτῷ ἐνῇ· ἕως δ' ἂν τουτὶ ἔχῃ τὸ κτῆμα, ἀδύνατος πᾶς ποιεῖν ἄνθρωπός ἐστιν καὶ χρησμῳδεῖν. ἅτε οὖν οὐ τέχνῃ ποιοῦντες καὶ πολλὰ λέγοντες καὶ καλὰ περὶ τῶν πραγμάτων, ὥσπερ σὺ περὶ Ὁμήρου, ἀλλὰ θείᾳ μοίρᾳ, τοῦτο μόνον οἷός τε ἕκαστος ποιεῖν καλῶς ἐφ' ὃ ἡ Μοῦσα αὐτὸν ὥρμησεν, ὁ μὲν διθυράμβους, ὁ δὲ ἐγκώμια, ὁ δὲ ὑπορχήματα, ὁ δ' ἔπη, ὁ δ' ἰάμβους· τὰ δ' ἄλλα φαῦλος αὐτῶν ἕκαστός ἐστιν. οὐ γὰρ τέχνῃ ταῦτα λέγουσιν ἀλλὰ θείᾳ δυνάμει, ἐπεί, εἰ περὶ ἑνὸς τέχνῃ καλῶς ἠπίσταντο λέγειν, κἂν περὶ τῶν ἄλλων ἁπάντων· διὰ ταῦτα δὲ ὁ θεὸς ἐξαιρούμενος τούτων τὸν νοῦν τούτοις χρῆται ὑπηρέταις καὶ τοῖς χρησμῳδοῖς καὶ τοῖς μάντεσι τοῖς θείοις, ἵνα ἡμεῖς οἱ ἀκούοντες εἰδῶμεν ὅτι οὐχ οὗτοί εἰσιν οἱ ταῦτα λέγοντες οὕτω πολλοῦ ἄξια, οἷς νοῦς μὴ πάρεστιν, ἀλλ' ὁ θεὸς αὐτός ἐστιν ὁ λέγων, διὰ τούτων δὲ φθέγγεται πρὸς ἡμᾶς.
TRADUZIONE LETTERALE CON ANALISI DEI VERBI
I poeti infatti dicono certo che i canti (τὰ μέλη, μέλος -εος, τό) che sono raccolti (δρεπόμενοι part pres mp δρέπω nom pl) da sorgenti che fanno scorrere miele, da molti giardini delle Muse e da valli boscose, li portano a noi, come le api, anche loro così volando (πετόμενοι part pres πέτομαι): e dicono la verità. Infatti il poeta è una cosa (χρῆμα -ατος, τό) leggera, alata e sacra e non abile a comporre/scrivere prima di essere (γένηται cong aor 3a sing γίγνομαι) invasato e fuori di sé e [prima che] la mente non sprofondi (ἐνῇ, ἐνίημι congiunt aor 3a sing) in lui; ma finché ha questa cosa, un essere umano è capace di comporre/scrivere (ποιεῖν infinito ποιέω) ogni cosa e di vaticinare (χρησμῳδεῖν, χρησμῳδέω). Dal momento che componendo non per abilità tecnica e dicendo molte e belle cose sui fatti, come te su Omero, ma per buona sorte divina, ciascuno è in grado di fare bene solo quello (solo quel genere) verso (ἐπί) il quale la Musa lo ha ispirato (ὥρμησεν aor 3a sg ὁρμάω), l'uno verso i ditirambi, l'altro verso i panegirici, un altro verso gli iporchemi un altro invece verso i giambi; ma ciascuno di loro è incapace negli altri (generi). Infatti non declamano queste cose per abilità tecnica ma per facoltà divina, poiché se fossero in grado (ἠπίσταντο ἐπίσταμαι) di declamare riguardo a un solo (genere) con abilità (sott: "saprebbero farlo") anche riguardo tutti gli altri. Per questi motivi la divinità liberando (ἐξαιρούμενος ἐξαιρέω pres part mp masc nom sg) la mente di questi usa (χρῆται pres ind 3a sing χράομαι) questi come ministri, vati e profeti divini, affinché noi sappiamo che non sono loro che declamano queste cose così preziose, per le quali non sono presenti (πάρειμι) (le loro) menti, ma è la divinità in persona che parlando attraverso di loro parla a voce alta (φθέγγεται pres 3a sing φθέγγομαι) a noi.
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