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Proca, il re degli Albani, ebbe due figli: Numitore ed Amulio. Egli lasciò il regno a Numitore, che era il maggiore d'età, ma regnò Amulio, dopo che il fratello era stato cacciato via, ed inoltre, allo scopo di privarlo di una discendenza, egli rese Rea Silvia, la figlia di lui, sacerdotessa di Vesta, affinché fosse vincolata dalla perenne verginità: era infatti costume che le Vestali restassero vergini. Un giorno Rea Silvia, mentre attingeva dell'acqua in un bosco sacro a Marte, incontrò il dio che la convinse ad unirsi a lui: ella, dopo che era stata amata da Marte, da Marte procreò, con un unico parto, Romolo e Remo. Quando venne a sapere ciò, Amulio la mise in prigione, mise i piccolini in una tinozza e li gettò nel Tevere, che, in quel periodo, per caso era straripato; ma mentre il fiume si ritirava, li lasciò sull'asciutto. All'epoca, in quei luoghi c'erano vaste aree disabitate. Una lupa, come è stato tramandato dalla leggenda, accorse al vagito, e, affinché i fanciulli non morissero per la fame e per il freddo, leccò i bambini con la lingua, porse alla loro bocca le mammelle, e si comportò da madre. Poiché la lupa si recava spesso presso i gemelli come a propri cuccioli, un giorno Faustolo, il pastore del re, si accorse della cosa, seguì l'animale e, quando vide i bambini, li portò con sé nella propria capanna e li consegnò alla moglie Acca Larenzia affinché li allevasse.
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Il maestro, prima di ogni cosa, assuma verso i propri alunni l'animo di un genitore, e curi nella stessa misura le loro menti e i loro corpi. Che egli non abbia difetti, e che non ne tolleri. Che la sua severità non sia spiacevole, e che la sua socievolezza non sia sregolata, affinché di lì non nasca odio, e di qui non nasca disprezzo. Che egli parli spesso con gli scolari delle cose oneste e giuste; che avvisi sempre, ma che punisca raramente. Quando corregge gli scolari, che metta da parte la collera e la durezza; quando insegna, che il suo linguaggio sia semplice e chiaro. Che risponda con piacere a chi gli fa domande e che interroghi di propria iniziativa gli scolari che non ne fanno. Che offra agli scolari molti esempi, poiché le parole stimolano gli animi, ma gli esempi li trascinano. Che gli scolari, invece, amino i loro maestri come dei genitori, li ascolteranno volentieri, e che credano alle loro parole. Che inoltre si radunino ogni giorno a scuola lieti e gioiosi, che svolgano diligentemente i loro doveri, e che si offrano docili all'apprendimento.
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La maga Erittone, poiché era gradita agli dèi dell'Erebo, poteva cacciare le ombre dalle tombe ed abitava i sepolcri abbandonati. Se lo voleva, (Erittone - soggetto sottinteso) poteva parlare con le anime dei morti, poteva vedere le dimore dello Stige, e conoscere i segreti di Plutone. Il corpo della maga era brutto e macilento; il suo volto spaventoso, che non conosceva il cielo limpido, né il sole, era sfigurato dal pallore dello Stige e dalle chiome trasandate: quando delle nuvole scure nascondevano le stelle e nel cielo brillavano i fulmini, Erittone usciva dai sepolcri spogli e prendeva i fulmini notturni. Calpestava i semi di un fecondo raccolto e li carbonizzava; quando respirava, rendeva l'aria mortale. Non pregava gli dèi Superi e non invocava, con incanto supplice, l'aiuto della divinità: gettava con grande gioia fiamme funeree sugli altari, e sottraeva incensi dalle tombe. Anche gli dèi Superi temevano la lugubre maga e, poiché non volevano ascoltare i suoi canti malinconici e funesti, le perdonavano ogni nefandezza.
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Perseo, il figlio di Giove e di Danae, uccise Medusa e prese la testa di lei. Poiché Minerva gli aveva dato delle ali, Perseo attraversò in volo, dall'alto cielo, tutto il mondo e osservò le terre da lontano. Alla fine giunse presso la popolazione degli Etiopi e vide Andromeda, la figlia del re Cefeo e di Cassiopea. Ma la regina Cassiopea celebrava esageratamente la bellezza della figlia Andromeda; e così gli dèi, a causa dell'arrogante lingua della madre, inflissero una punizione all'incolpevole Andromeda: sulla spiaggia, Andromeda venne legata ad una dura roccia, e dal mare apparve un'enorme bestia. La fanciulla terrorizzata gridava a gran voce; Perseo la sentì e, quando vide Andromeda, bruciò per l'amore. Mentre l'animale si avvicinava ad Andromeda, Perseo si avvicinò alla creatura portentosa e conficcò nel corpo di essa un giavellotto di ferro; poi uccise la bestia con la spada e slegò le catene. Cassiopea e Cefeo, felici per la salvezza della figlia, dichiararono Perseo salvatore del regno.
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Un tempo, a Roma, viveva uno scriba diligente e bravo, ed ogni giorno esaltava la vita degli scribi. Poiché doveva morire, convocava i propri figli e parlava loro in questa maniera: Io ero uno scriba, e anche voi, o fanciulli, sarete dei bravi scribi. Sarete senza dubbio felici: infatti gli agricoltori, oppure i marinai, oppure gli atleti, o ancora i poeti, non sono né saranno tanto felici quanto i nostri colleghi. Infatti gli agricoltori arano la terra arida: non sempre, in autunno, raccolgono i frutti, poiché talvolta, a causa delle molte piogge, i torrenti allagano i campi. Per giunta, gli agricoltori dovranno sempre dare al padrone una grande quantità di grano: non sempre troveranno gioia all'ombra dei bei fichi, così come leggiamo in molti poeti. I marinai navigheranno spesso verso il lontano Egitto o l'Asia, tra le onde e le grandi burrasche: di tanto in tanto, combatteranno anche contro pirati spietati. Gli atleti non avranno mai quiete, ma si alleneranno ogni giorno. I poeti illustri hanno ed avranno sempre molti allori, ma gli allori non forniscono il cibo. Voi, o fanciulli, sarete scribi e vivrete tranquilli: curerete gli affari del vostro padrone ed avrete sempre denaro. Ma i fanciulli chiedono: Faremo molto denaro? Lo scriba risponde: Ahimé, poco.
- Echo nympha mira speciei erat. Ea admodum loquax eademque garrula erat ...
- Vilicus bona disciplina utatur sua servet diligenter alienis rebus manus ...
- Eo die a Marcello disgressus eram: ego in Boeotiam ibam ille in Italiam navigaturus erat ...
- Aestate Tullia in villa est cum Iulia et Cornelia caris amicis suis ...