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Ichthyophagi habitant non procul a mari, ubi non solum profundae sunt cavitates, .[...]adprehensis caudibus totam quassant molem: sic carnes, calore permollitae, decidunt et ex spinis detrahuntur.
Gli ittiofagi abitano non lontano dal mare, dove ci sono non solo caverne profonde, ma anche accidentate cavità e valli molto anguste. Le anse e le uscite di quelle più grandi sono ostruite dall'accumulo delle pietre. Poiché poi l’innalzamento del mare inonda la terra (cosa che accade due volte al giorno, circa alle nove ed alle quindici), l’intera spiaggia viene coperta dallo straripamento del mare e una grande quantità di pesci viene trasportata a terra. Quando poi il flutto torna indietro, l’acqua rifluisce tra le pietre e le aperture ed i pesci lasciati nelle cavità offrono una pronta caccia e cibo agli abitanti. Allora la folla degli indigeni corre lì con figli e mogli. Le donne con i fanciulli raccolgono i pesci più piccoli e li gettano a terra; gli adulti di certo più forti di corporatura danno una mano per pesci più grandi. Poi sistemano il bottino di pesci sulle pietre, rivolto a mezzogiorno. Gli uomini, dopo un breve intervallo di tempo, girano la direzione della preda che si surriscalda per il forte calore del sole: poi afferrate le code scuotono tutta la massa così le carni, rese molto molli dal calore, così le carni cadono e si distaccano dalle lische.
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Inizio: Athenienses debebant quotannis septenos pueros et totidem puellas Cretam ad Minotaurum mittere ... Fine: Itaque Aegaeus pater, puntans eum a Minotauro consumptum esse, se praecipitavit in mare, quod postea Aegaeum dictum est.
Gli Ateniesi dovevano mandare ogni anno sette fanciulli e altrettante fanciulle a Creta dal Minotauro, perchè da lui fossero divorati. Avendo Teseo deciso di liberare i suoi concittadini dal cruento tributo, partì da Atene per uccidere il Minotauro (ut + cong = prop. finale). Il padre. A lui che partiva il padre Egeo raccomandò, se ritornava vincitore, di spiegare sulla nave delle vele bianche. Teseo dunque arriva a Creta e aiutato da Arianna, figlia del re, uccise il terribile mostro. Però, mentre tornò, dimenticò di spiegare le vele bianche. E così il padre Egeo, supponendo che lui fosse stato divorato dal Minotauro, si gettò nel mare, che dopo fu chiamato Egeo.
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Alexander, Macedonum rex, urbem quandam invasurus, ab oraculo monitus erat ut eum occideret, qui primus ei in urbem intranti obviam venisset. ...Peto, inquit, ut Lampsacum diruas". Sic Alexander, iusiurandum servandi causa, oppido parcere coactus est.
Alessandro, re dei Macedoni, stando sul punto di invadere una certa città, era stato avvisato da un oracolo di uccidere chi gli fosse andato incontro per primo mentre entrava nella città. Un asinaio, che portava davanti a lui il suo asino, casualmente (gli) andò incontro ed il re ordinò di condurlo a morte. All’asinaio che domandava perché venisse messo a morte da innocente, Alessandro, per scusarsi, riportò il responso dell’oracolo. Allora l’asinaio: “l’oracolo destinò alla morte n on me, ma un altro: infatti l’asino che portavo davanti a me, ti ha incontrato prima”. Divertito dalla affermazione di quello così audace, afferrò al volo l’occasione di obbedire all’oracolo con la morte di una vittima più umile. Con un'astuzia simile Anassimene, che era stato precettore di Alessandro, salvò se stesso e la sua patria. Infatti mentre avanzava per radere al suolo la città di Lampsaco, il re vide il suo precettore che andava verso di lui. Immaginando che egli arrivasse per supplicarlo di non distruggere la città, il re giurò subito che non avrebbe fatto ciò che gli avesse chiesto. Allora Anassimene disse: “Chiedo che tu distrugga Lampsaco”. Così Alessandro, per prestare fede al giuramento, fu costretto a risparmiare le città.
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Inter Mithridatem et Datamem cum conventum esset ut ad colloquium de gravibus rebus sine armis venirent, dies locusque statutus est... Ita ille vir, qui multos armis vicerat, perfidia collegae deceptus est. (da Cornelio Nepote)
Poiché si era pattuito fra Mitridate e Datame di arrivare ad un colloquio su seri argomenti senza le armi, fu disposto il giorno ed il luogo. Mitridate andò alcuni giorni prima e sotterrò delle spade in parecchi posti e si segnò attentamente quei luoghi. Nel giorno pattuito, dopo esser stati parecchio a colloquio, se ne andarono per strade opposte. Quando ormai Datame era andato non lontano, Mitridate fece ritorno nello stesso luogo e qui, dove era sotterrato un giavellotto, si mise di nuovo seduto e richiamò Datame, fingendo di avere dimenticato qualcosa nel colloquio. Nel frattempo riprese il giavellotto che aveva nascosto e lo coprì con la veste e a Datame che arrivava disse di avere trovato un luogo adatto per l’accampamento, che mostrava col dito. Mentre Datame si voltava a guardare, lo trafisse con il ferro mentre era voltato di spalle e, prima che chiunque potesse portargli aiuto, lo uccise. Così quell’uomo che aveva vinto molti con le armi, fu ingannato dalla perfidia del collega.
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Tarquinius Superbus, ex urbe a populo depulsus, ad Latinos confugit et cum eis Romae bellum commovit, sed a Postumio dictatore devictus, in Etruriam concessit [...] Inde fama fuit eos fuisse Castorem et Pollucem, quos in pugna certantes Romani apud lacum Regillum viderant.
Tarquinio il Superbo, espulso dal popolo dalla città, si rifugiò dai Latini e con loro fece una guerra a Roma, ma sopraffatto dal dittatore Postumio, si ritirò in Etruria. Gli scrittori antichi raccontarono la battaglia decorata da favole straordinarie. Infatti in quella due giovani ignoti, di elevata statura, trasportati ( vector) da bianchi cavalli, assaltarono (fecero un assalto) per primi sugli accampamenti fortificati dai nemici e aprirono la strada alla vittoria ai combattenti romani. Postumio felice dell’aiuto ricevuto, desiderando donare ai ragazzi un premio che aveva promesso a quello che per primo, lanciandosi all’attacco, avesse fatto irruzione nel campo nemico, non li trovò da nessuna parte. Nello stesso giorno i cittadini scorsero due uomini nel Foro, coperti di polvere e di sangue che si lavavano il corpo alla fonte Giuturna. Da allora si disse che quelli fossero Castore e Polluce, che i combattenti romani avevano visto nella battaglia presso il lago Regillo.