Sit Scipio clarus ille cuius audaci atque insigni virtute Hannibal in Africam remeavit atque ex Ital
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Sia celebre quel famoso Scipione, grazie al cui coraggioso piano, e grazie al cui insigne valore, Annibale ritornò in Africa, e andò via dall'Italia; sia insignito di una singolare lode anche l'altro Africano, che distrusse due città estremamente pericolose per il nostro impero, Cartagine e Numanzia; sia considerato un uomo insigne quel famoso Paolo, che celebrò un trionfo in forma solenne; conferì onore al suo carro Perse, un re un tempo potentissimo ed importantissimo; abbia gloria eterna Mario, che liberò l'Italia per due volte, dopo che era stata schiacciata con l'assedio e con il timore della schiavitù; sia anteposto a tutti Pompeo, le cui imprese e le cui virtù sono le più grandi nel mondo; e certamente, ci sarà, tra le lodi di costoro, un qualche posto della mia gloria, poiché io, che sotto altri aspetti non ho spalancato province al nostro Impero, tuttavia ho sempre difeso la nostra patria, e l'ho messa al sicuro. E voi, o senatori, in mio onore solo, avete decretato un ringraziamento di Stato, perché salvai la patria.
De Dionysio, Syracusanorum tyranno, haec feruntur: is sacrilegiis suis iocosa dicta adiungere soleba
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In merito a Dionigi, il tiranno di Siracusa, vengono tramandate queste cose: egli era solito aggiungere alle sue empietà battute scherzose, infatti era presente a Locri (che dista da Siracusa all'incirca duecento miglia) e volle assalire il santuario di Proserpina. Dopo che lo ebbe depredato, mentre si recava in patria con la flotta, attraverso il mare aperto con il vento favorevole, egli non temeva la collera degli dèi, ma rideva, e disse agli amici: Vedete? Forse dagli dèi immortali non viene concessa una buona navigazione a degli empi? Inoltre sottrasse a Giove Olimpio un mantello d'oro di grande peso, con il quale lo aveva abbellito il tiranno Gelo per mezzo dei proventi del bottino cartaginese, e gli gettò sopra un mantello di lana, dicendo che un mantello d'oro era pesante in estate e freddo in inverno, e che quello di lana invece giovava a Giove, e che senza dubbio il dio lo preferiva, perché esso era più adatto ad ogni stagione dell'anno.
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Apollo, il figlio di Giove e di Latona, fu l'inventore e il protettore di nobili arti: della medicina, della musica e dei componimenti poetici. Inoltre (egli) era il dio dei suonatori di cetra e dei cantori. Apollo, che sovente, nella reggia nell'alto del cielo, in occasione di un convito, aveva dilettato le orecchie degli dèi, spesso, dal cielo, scendeva sulla Terra, vagava con piacere per i boschi e per i monti, ed abitava insieme alle Ninfe dei boschi. Per mezzo di vaticini e profezie mostrava il futuro agli esseri umani. Gli oracoli di Apollo, in tutte le città della Grecia, furono molti e importanti, ma in particolare, fu di straordinaria fama l'oracolo di Delfi. Gli abitanti delle città Greche, dai quali molti santuari erano stati consacrati ad Apollo, collocarono nei templi del dio preziose statue d'oro e di avorio, ed erano riconoscenti nei confronti del dio, il quale, per mezzo di erbe benefiche, curava i malati e rinvigoriva le deboli forze dei mortali.
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Sono stato un schiavo per quattordici anni. Per il resto, in seguito, così come vollero gli dèi, in quella casa sono diventato il padrone, ed ecco che ho fatto di testa mia. Per farla breve: il padrone mi nominò erede insieme all'imperatore, e ricevetti come patrimonio il laticlavio. Per me, tuttavia, non fu abbastanza. Volli fare il mercante e preferii darmi al commercio. Non voglio trattenervi con molte parole: costruii cinque navi, le caricai con del vino – che all'epoca era oro – e le mandai a Roma. Sfortunatamente, però, tutte le navi fecero naufragio. È la realtà, non un racconto inventato. In un solo giorno Nettuno divorò trecentomila sesterzi. Credete forse che mi arresi? Questa sfortuna, per Ercole, non mi turbò! Costruii altre navi, migliori, più grandi e di maggior successo, affinché tutti mi definissero un uomo impavido. Caricai di nuovo vino, lardo, fave e schiavi. In quella circostanza Fortunata, mia moglie, volle fare un gesto devoto: vendette infatti tutto il suo oro e tutti gli abiti e mi mise in mano cento pezzi d'oro. Questo fu il lievito del mio gruzzolo. Quello che gli dèi vogliono avviene velocemente. Con una sola spedizione realizzai centomila sesterzi!
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Dopo che erano stati cacciati i re, i Romani mandarono via dalla città Caio Marcio, che essi avevano soprannominato Coriolano, perché, con una battaglia difficile, aveva espugnato Corioli, una città dei Volsci. Coriolano, un uomo di particolare accortezza, inviso ai plebei a causa della sua superbia, pieno di collera, si rifugiò presso i Volsci, energici nemici del popolo Romano. Egli, che era spinto dal desiderio di vendetta, accettò cospicue truppe di Volsci, che guidò contro i Romani. Dopo che, con una guerra lunga e crudele, aveva sconfitto i suoi concittadini, alla fine si avvicinò addirittura a Roma. Dal momento che la città si trovava in grave difficoltà, si recarono presso Coriolano ambasciatori di ogni livello, e, con molte preghiere, chiesero a lungo il perdono, ma invano. A quel punto, si recarono presso di lui la madre Veturia e la moglie Volumnia: l'animo di Coriolano venne piegato dalle lacrime della moglie e dalle severe parole della madre, ed egli richiamò le truppe da Roma e abbandonò l'assedio della città. I Volsci, però, giudicarono Coriolano un traditore e lo uccisero.
- A puero agni caprique in agris pascebantur ...
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- Italiae nautae multas paeninsulas et insulas visitabant: in Africam et Asiam terras longinquas saepe