Succedit Romulo rex Numa Pompilius qui secundus Romanum imperium rexit: sacra et caerimonias omnemqu
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A Romolo seguì, come re, Numa Pompilio, che governò per secondo l'Impero di Roma: fece conoscere i riti sacri e le cerimonie, ed ogni culto degli dèi immortali, nominò i pontefici, gli auguri, i Salii, e tutte le altre cariche religiose. Per giunta, suddivise l'anno in dodici mesi, e distinse i giorni fasti e i nefasti; ed oltre a ciò, venerò gli Ancilia ed il Palladio, pegni segreti del potere, e Giano bifronte. In primo luogo, affidò alle vergini il focolare di Vesta, affinché la fiamma vegliasse, ad immagine degli astri del cielo, come custode del potere: realizzò e decise tutte le cose su consiglio della dea Egeria, affinché i (cittadini) incivili, accettassero di più le cose che egli aveva stabilito. Alla fine, rese civile e raffinato il popolo ferino, affinché i Romani, dopo che avevano preso il potere con la forza e con la violenza, ora lo amministrassero con scrupolo e giustizia, e crescessero nella civiltà.
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I Baccanali, sebbene inizialmente furono divulgati a pochi, successivamente si diffusero tra gli uomini e le donne. A questo culto furono aggiunti anche i piaceri del vino e dei banchetti, affinché gli animi fossero attratti al massimo. Dopo che il vino aveva infiammato gli animi, e la notte, e gli uomini mescolati alle donne, avevano annullato ogni limite del pudore, per la prima volta cominciarono ad essere commesse sconcezze di ogni tipo, perché tutti avevano pronta la soddisfazione del proprio desiderio. Allora il senato stabilì che si rendessero grazie al console che aveva indagato quel fenomeno sia con particolare premura, sia senza alcuna sommossa. Quindi assegna ai consoli, con procedura straordinaria, l'indagine in merito ai Baccanali e ai rituali notturni; stabilisce (lett. : "stabilì") che i sacerdoti di quei rituali, sia uomini che donne, vengano ricercati non solamente a Roma, ma in tutte le piazze e nei luoghi di ritrovo, affinché si trovino sotto il controllo dei consoli; inoltre inviò editti nella città di Roma e per l'Italia intera, affinché nessuno che era stato iniziato ai misteri di Bacco, si incontrasse con altri ai fini dei rituali, né (= "e affinché non") compisse rituali di quel genere. Prima di tutto viene valutata la questione relativa a coloro che hanno avuto incontri o che si sono accordati per commettere uno stupro o una scelleratezza. Nel caso in cui qualcuno denunciato fosse fuggito, i consoli avrebbero fissato una scadenza inderogabile: nel caso in cui l'uomo citato, a quella (scadenza), non avesse risposto, egli sarebbe stato condannato in contumacia. Il senato stabilì queste cose.
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Dopo che Alessandro era stato riportato nella tenda, i medici spezzarono (presente storico) il fusto della freccia conficcata nel corpo, in maniera che la punta non venisse smossa. Poi, spogliato il corpo, ciascuno si accorge che nella freccia ci sono degli uncini e che essa non può essere estratta in nessun altro modo, se non allargando la ferita. Per il resto, i medici temevano di provocare, tagliando il corpo, un'emorragia di sangue, poiché la grande freccia era penetrata nelle viscere. Critobulo, sebbene tra i medici fosse di straordinaria abilità, tuttavia, spaventato in un pericolo tanto grande, temeva che l'esito sfortunato dell'intervento chirurgico ricadesse sulla sua testa. Il re lo aveva visto in lacrime, e atterrito, e come esangue a causa della preoccupazione: Non aspettare! – disse – Perché non liberi me, sul punto di morire, il prima possibile da questo dolore? O temi di essere responsabile per il fatto che ho ricevuto una ferita inguaribile? A quel punto Critobulo, una volta che la paura o era passata o era stata mascherata, cominciò ad esortare il re a lasciarsi tenere fermo mentre lui estraeva la punta. Il re, poiché aveva dichiarato di non aver bisogno di nessuno che lo trattenesse, offrì il corpo senza un movimento. Dunque, una volta aperta in maniera più ampia la ferita, ed estratta la punta, inizia a fuoriuscire una gran quantità di sangue e il re sviene. Dal momento che, con i medicamenti, (i medici, soggetto sottinteso) bloccavano senza successo l'emorragia, si levò (presente storico) il grido e il pianto degli amici, che credevano che il re fosse morto. Alla fine il sangue si fermò, e poco alla volta il re riprese conoscenza e cominciò a riconoscere coloro che stavano attorno.
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Gli abitanti dell'Italia venerano anche Vesta, la protettrice della famiglia. Sull'altare della dea brilla sempre una fiamma e illumina le tenebre. La fiamma rappresenta la concordia e l'armonia delle famiglie. Vesta, infatti, cura la concordia della famiglia, e custodisce l'innocenza delle fanciulle. Le matrone di Roma e dell'Italia costruiscono altari della dea nelle sale delle fattorie. Le fanciulle celebrano Vesta, la dea della pudicizia, con corone di rose e di viole, e la dea concede alla famiglia la gioia dei piaceri. Desiderano la benevolenza e il favore della dea, non soltanto le matrone e le figlie di famiglia, ma anche le ancelle e le schiave. Vesta spesso concede la modestia e l'assennatezza alle donne e alle fanciulle di Roma. Venerano la dea gli abitanti di Troia, Alba Longa, e Roma.
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A causa del vino si erano tutti eccitati: pertanto, da sbronzi, si alzano per appiccare il fuoco alla città che, quand'erano armati, avevano risparmiato. Si dice che, per primo, gettò del fuoco nella reggia il re, quindi (lo fecero) i commensali, i servitori e le concubine. Gran parte della reggia era stata costruita di cedro, ed esso, una volta preso fuoco, rapidamente propagò per largo spazio l'incendio. Quando l'esercito, che era accampato non lontano dalla città, vide ciò, giudicandola una cosa accidentale, accorse allo scopo di portare aiuto. Ma quando si fu giunti all'atrio della reggia, essi videro (presente storico) il re in persona che ancora ammucchiava fiaccole. Dunque, abbandonata l'acqua che avevano portato, essi cominciarono a lanciare nell'incendio materiale adatto al fuoco. Ebbe questa fine la capitale di tutto l'Oriente, da dove, precedentemente, così tanti popoli richiedevano giustizia, la patria di così tanti re, la quale un tempo, messa a punto una flotta di mille navi e gli eserciti coi quali venne inondata l'Europa, apparve come l'unico terrore della Grecia. Ed essa non si risollevò neppure nel periodo, tanto lungo, che seguì alla sua distruzione. I Macedoni provavano vergogna per il fatto che una città in tal misura insigne fosse stata distrutta da un re banchettante. Dicono che lo stesso Alessandro, non appena il riposo gli restituì la lucidità, se ne pentì.
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