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La fine delle guerre macedoniche
versione latino traduzione
libro officina latinitatis e libro So tradurre
Perseo, Macedoniae regi, qui viribus suis confisus, biennio cum consulibus Romanis conflixit... Ad eum Cneius Octavius, qui classi praeerat, pervenit et ei persuasit ut se Romanorum fidei committeret. ... (il testo latino prosegue la traduzione è comunque completa)
Perseo re della macedonia, il quale confidando nelle proprie forze per due anni si scontrò contro i consoli romani, spesso aveva avuto fortuna e da molte battaglie era uscito vincitore. Questo aveva persuaso moltissime città della Grecia a stringere con lui un'alleanza e a venire di aiuto a lui. Anche gli abitanti di Rodi, che prima avevano sempre favorito i romani furono persuasi a passare dalla parte di Perseo. Allora fu nominato console Lucio Emilio Paolo, figlio di quel Paolo che comandando presso Canne l'esercito romano per non sopravvivere alla disfatta dei suoi coraggiosamente era andato incntro alla morte. Il console vinse con una guerra sanguinosa presso Pidna e mise in fuga Perseo. Il re, poiché gli erano venute a mancare le milizie ausiliare, diffidando della sua sorte e della fedeltà dei suoi alleati, fuggì nell'isola Di Samotracia prossima alla Macedonia dove si affidò all'inviolabilità del tempio sperando che ciò sarebbe stata per lui la salvezza. Gneo Ottavio, che era a capo della flotta, arrivò da lui e lo convinse ad affidarsi alla fedeltà dei romani.
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Avidità di Vespasiano
versione di latino dal libro Officina Latinitatis
inizio: Olim minister imperatorem Vespasianum precabatur...
fine: nam ille nunc frater meus est.
Una volta un domestico pregava l'imperatore Vespasiano affinché affidasse un certo compito a un suo amico, e diceva che quello gli era caro come un fratello.
Vespasiano allora, sospettando che da questo fatto ne sarebbe venuto profitto al domestico, richiamò l'uomo, il domestico lo consegnò e venne interrogato su cosa avesse promesso al servo. Quello indugiò, sapendo che l'imperatore fosse avido e severo, infine ammise che lui aveva promesso un'ingente quantità d'oro. Allora Vespasiano: << A me >>disse<< Dai quel denaro che hai promesso all'amico e avrai l'incarico>>.
Quello che temeva la pena, si rallegrò delle parole dell'imperatore, pagò il denaro e ebbe l'incarico. Il giorno dopo venne il domestico e avendo raccontato dell'incarico dell'amico, questo rispose all'imperatore che quello aveva già avuto l'incarico: <> disse<< Ti esorto affinche tu chieda d'ora in poi un altro fratello: infatti attualmente è mio fratello>>.
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In libro quem "De Officis" inscripsit, Marcus Tullius Cicero docet quae viro honesto facienda et que vitanda sint. Nam homenes honestatem consequuntur si vitant turpia et sequuntur honesta. Scribit igitur Cicero hominibus ingenuo loco natus vitanda esse ombia quae non hominis liberi, sed potius liberti vel servi propria sint. Ubi enim de mercatura disceptaturus est sic scribit "Mercatura si tenuis est, sordida putanda est, sin autem magna et copiosa est, multa undique apportat multisque sine vanitate vel avaritia largitur non est admondum vituperanda" Nam homo si liberaliter largitur potest bonam famam adipisci et multis prodesse animim non servilem sed generosum ostendere. Non enim homini ingenuo vivendum est ut servo vel liberto quia ombia cum amicis et hospitibus liberarliter communicanda sunt. Haec cum fecerimus ommibus laundandi erimus nec ullam inviadiam divitiis nostris in nosmetipsos movebimus
In un libro che intitolò “I doveri”, Marco Tullio Cicerone insegna cosa un uomo rispettabile deve fare ed evitare. Infatti gli uomini perseguono l’onestà se evitano le cose ignobili e seguono quelle dignitose. Dunque Cicerone scrive che gli uomini, nati in un luogo libero, devono evitare tutto ciò che non dia loro libertà, ma è meglio che siano liberti o schiavi di loro stessi. Qui si discuterà anche del commercio, così scrive: “Il commercio, se è meschino, dev’essere considerato ignobile; se è invece grande e ricco, con molte merci (lett. : molte cose) portate da tutti i luoghi e vende a molti senza menzogna e avarizia, non dev’essere affatto biasimato”. Infatti l’uomo, se dona generosamente, può ottenere una buona fama ed essere stimato da molti, nel mostrare un animo non servile ma generoso. Infatti l’uomo libero non deve vivere come liberto o schiavo poiché tutti devono poter rapportarsi con amici o ospiti liberamente. Quando avremo fatto questo, tutti ci loderanno e non susciteremo più alcuna invidia verso noi stessi per le nostre ricchezze.
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L'eclissi non è un portento ma un fenomeno naturale
versione latino Cicerone libro Latina Lectio n. 13 p. 81) e libro officina latinitatis versione num 321 pag 292
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Incorruttibilità di Fabrizio
versione di latino e traduzione
Versione dal libro so tradurre nr 159 pag 191
I Tarantini, poiché i Romani fecero guerra contro di loro poiché avevano offeso i loro ambasciatori, chiesero un'alleanza a Pirro che, quando venne in Italia, vinse i Romani in diverse battaglie. Allora il Senato mandò Fabrizio contro di lui per cacciare il nemico dall'Italia. Pirro, che non ignorava la nobile onestà di Fabrizio, cercò tuttavia di tentare il suo animo e gli inviò degli ambasciatori per concludere una pace. Fabrizio, tuttavia, nonostante il re gli avesse promesso molti doni, non accettò in nessun modo le inique e disoneste condizioni di pace, non volle vincere né con il dolo né con la frode; infatti, di notte, il medico di Pirro giunse all'accampamento dei Romani e disse questo: "Ucciderò il mio re con il veleno se mi prometterai un grande premio in denaro" Quando udì queste cose si accese di una terribile ira e ordinò ai suoi soldati di legare il medico con le catene e di ricondurlo all'accampamento del re, poiché desiderava sfidare il nemico con armi e virtù, non con l'inganno.