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Principio universa terra cernatur, locata in media sede mundi, solida et globosa, vestita floribus, herbis, arboribus, frugibus, quorum omnium incredibilis multitudo insatiabili varietate distinguitur. Adde huc fontium gelidas perennitates, liquores perlucidos amnium, ripraum vestitus viridissimos, speluncarum concavas altitudines, saxorum asperitates, impendentium montium altitudines immensitatesque camporum. Adde etiam reconditas auri argentique venas infinitatemque vim marmoris. Quot autem et quam varia genera bestiarum vel cicurum vel ferarum sunt!* qui volucrum lapsus atque cantus, qui pecudum pastus quae vita silvestrium animalium! Quid iam de hominium genere dicam? Qui, quasi cultores terrae constituti, non patiuntur eam nec immanitate beluarum nec stirpium asperitate vastari.
E prima di tutto si osservi la Terra nel suo insieme, collocata al centro del mondo, tutta d'un pezzo compatta e sferica ed essa stessa mantenuta unita in sé in da ogni direzione dalle sue forze coesive, rivestita di fiori, di piante, di alberi, di frutti, l'incredibile numero di tutti i quali si differenzia in una varietà tale da non esserne mai sazi. Aggiungi a questo il freddo fluire senza sosta delle sorgenti, le onde trasparenti delle correnti, i verdissimi manti delle rive, le profonde cavità delle grotte, le asperità delle rocce, le altezze dei monti che sovrastano e le vastità delle pianure; aggiungi pure le vene nascoste d'oro e d'argento e l'inesauribile abbondanza di marmo. Davvero quali e quanto vari i generi degli animali domestici o feroci, quali i voli in picchiata e canti degli uccelli, quali i pascoli di bestiame, che vita (è quela) dei selvatici! Che dirò dovrei dire allora della specie degli uomini che, creati comesembrerebbe per prendersi cura della Terra, non sopportano che essa venga resa bruta dalla ferocia delle belve, né sterile dalla crescita incontrollata delle piante
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La giustizia non ha bisogno di ricompense
versione latino Cicerone libro Comprendere e tradurre. n. 307 pag. 257 e libro Officina Latinitatis n. 601 pag. 473
inizio omnes viri boni ipsam aequitem et ius ipsum amant fine: d omnino iniustissimum est iustitiae mercedem quaerere
Tutti gli uomini onesti amano la stessa giustizia e la stessa equità e non è proprio di un uomo buono scegliere e prediligere ciò che non sia da apprezzare per me. In special modo è importante per lo stato che la giustizia sia inaspettata per se stessa. Dunqe la giustizia deve essere rivendicata e rispettata per se. La giustizia non richiede nessun premio nessun compenso. Insomma è bramata per se. e lo stesso concetto è di tutte le virtu' se infatti la virtu' non si desidera per la sua forza pma per i guadagni truffa non ritu'. si deve definire quelli che dunque misurano la vritù dal premio che possono ottenere non coltivano alcuna virtu' se non la malvagità. Se riconduce al suo interesse qualunque cosa fa non è affatto un uomo onesto. Dove è infatti quella virtù di magnanimità se non è gratuita ma mercenaria? dove quella sacra amicizia se non lo stesso amico per se stesso è amato con utto il cuore come è detto? e se l'amicizia si deve praticare da se anche la società degli uomini e l'uguaglianza e la giustizia si devono ricercare da se. Senza dubbio e ingiustissimo cercare il pezzo della giustizia.
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Socrate, che una volta l’oracolo Apollo aveva giudicato il più saggio degli uomini, fu anche il più tranquillo; la moglie Santippe fu, al contrario, assai scontrosa e litigiosa. Nell’animo di questa donna –così infatti narrano- ardevano ira e fastidio, che Socrate sopportava con animo paziente. Alcibiade rivolse l’attenzione a queste intemperanze femminili verso il marito, e chiese allora a Socrate come potesse tollerare questo e per quale ragione non mandasse via di casa una donna tanto sgradevole e petulante. Dopo aver udito queste cose, Socrate sorrise leggermente e rispose, con animo calmo, con queste parole: “Capisco che tu mi chieda come, Alcibiade,. Mia moglie è veramente sgradevole e petulante, ma, mentre a casa sopporto una tale moglie, io stesso mi abituo e mi abituo a tollerare più facilmente anche le altre cose degli uomini e soprattutto l’insolenza dei miei concittadini e le ingiustizie fuori dalla mia casa”.
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In vita rustica Manius Curius, cum de Sabinis, de Samnitibus, de Pyrrho triumphasset, consumpsit extremis tempus aetatis. Cuius ego villam contemplans – abest enim non longe a me – admirari satis non possum vel hominis illius continentiam vel temporum disciplinam. Cum ei, ad focum sedenti, magnum auri pondus Samnites attulissent, ripudiati sunt. Non enim aurum habere praeclarum ei videbaturm sed eis, qui haberent aurum, imperare. Poteratne tantus animus iucundam non efficere senectutem? In agris vivebant tum senatores et aranti Lucio Quinctio Cincinnato nuntiatum est eum dictatorem esse factum. A villa tum in senatum arcessebantur et Curius et ceteri senes. Num igitur horum senectus miserabilis fuit, qui se agri cultione oblectabant ? Mea quidem sententia nulla senectus esse beatior et delectatione et copia omnium rerum.
Manio Curio, dopo aver riportato il trionfo sui Sabini, sui Sanniti, su Pirro, spese nella vita dei campi l’ultimo periodo della vita. Io, osservando la sua villa – infatti non dista molto da me - non posso ammirare abbastanza o la frugalità di quell'uomo o la disciplina dei tempi. Avendo a lui, che sedeva vicino al fuoco, portato i Sanniti una grande quantità d’oro, furono respinti. Infatti a lui non sembrava onorevole avere dell’oro, ma avere il dominio su quelli che lo avessero. Avrebbe potuto un così grande animo non rendere lieta la vecchiaia? Allora i senatori vivevano nei campi e fu annunciato a Lucio Quinzio Cincinnato mentre arava che era stato nominato dittatore. Allora Curio e tutti gli altri anziani venivano chiamati dalla campagna in senato. Sarebbe stata dunque da commiserare la vecchiaia di quelli che si dilettavano con la cura dei campi ? Almeno secondo la mio opinione nessuna vecchiaia potrebbe essere più felice sia per il diletto sia per l’abbondanza di tutte le cose.
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Quid de vita et moribus Marci Antoni dicam, qui cum Octaviano adulescentulo et Marco Lepido triumvir fuit, ut re publica potiretur, et senatorum magnam partem proscriptionibus illis, quibus nihil taetrius fuit, supplicio affecit vel exsilio multavit? Inter quos fuit etiam Cicero, cuius caput, a satellitibus gladio obtruncatum, in Rostris expositum penendit, et lingua ab Antonii uxore aculeo perfossa est. Postea cum Asiam et Orientem teneret, Antonius, repudiata sorore Augusti Octaviani, Cleopatram, reginam Aegypti, pravo amore incensus, duxit uxorem. Contra Parthos entiam in oriente pugnavit. Primis eos proeliis vicit, regrediens tamen fame et pestilentia laboravit et ob eam rem, cun instarent armis Parthi, victus cum ignominia recessit. Hic quoque ingens bellum civile commovit hortatu Cleopatrae uxoris, quae, , cupiditate muliebri mota, etiam in urbe regnare optabat. Victus est ab Augusto navali pugna clara et illustri aput Actium, qui locus in Epiro est, ex qua cum paucis navibus fugit in Aegyptum et se ipse gladio interemit. Cleopatra prae Romanorum metu ei non superfuit et sibi aspidem admisit, cuius veneno absumpta est.
Che cosa (potrei) dire sulla condotta e sui costumi (ti eri dimenticata moribus)di Marco Antonio, che fu triumviro con Ottaviano giovinettoe con Marco Lepido per impadronirsi e sottopose al supplizio la maggiorparte dei senatori con quelle proscrizioni di cui nulla fu più ignobile lo condannò all'esilio? Tra quelli ci fu anche Cicerone, il cui capo, mozzato dalle guardie del corpo con la spada, fu appeso sui rostri, in piena vista e la cui lingua fu trapassata con un aculeo dalla moglie di Antonio. Dopo, quando occupò l'Asia e l'Oriente, Antonio, ripudiata la sorella di Ottaviano Augusto, sposò, infiammato da un amore perverso Cleopatra, regina d'Egitto. Combattè anche contro i Parti in Oriente. Nelle prime battaglie li vinse, ritirandosi tutta via soffrì (per) la fame e la pestilenza e per questo motivo, soccombendo alle armi dei Parti, vinto, si ritirò con disonore. Anche costui suscitò un'ingente guerra civile, su esortazione della moglie Cleopatra, che, mossa dalla cupidigia femminile, desiderava regnare anche su Roma. Fu vinto da Augusto con una celebre ed illustre battaglia presso Azio, località dell'Epiro dalla quale fuggì in Egitto con poche navi ed egli stesso si uccise con una spada. Cleopatra, per paura dei Romani, non gli sopravvisse e accolse su di sè un aspide, dal cui veleno fu uccisa.