Suave est, ventis turbantibus aequora maris, e terra spectare magnum laborem alterius, non quia sit iucunda voluptas videre quemquam vexari, sed quia suave est cemere quibus malis nos ipsi careamus. Suave est etiam tueri magna certa mina (scontri) belli sine nostra parte periculi; sed nihil dulcius est quam tenere tempia serena sapientum, bene munita doctrina, unde possis despicere (guardare dall'alto) alios passim errare, quaerere viam vitae, certare ingenio, contendere nobilitate, noctes ac dies niti praestanti labore ut emergant ad summas opes (potenza). O miseras hominum mentes, o pectora caeca! In qualibus tenebris et quantis periculis degitur hoc breve vitae spatium! Nonne videmus nihil aliud sibi naturam quaerere nisi ut (che) dolor absit seiunctus corpore et mens fruatur vita iucunda et semota ab omni cura et metu?

È dolce, mentre nel grande mare i venti sconvolgono le acque, guardare dalla terra la grande fatica di un altro; non perché il tormento di qualcuno sia un giocondo piacere, ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia immune. Dolce è anche contemplare grandi contese di guerra apprestate nei campi senza che tu partecipi al pericolo. Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene regioni elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti, donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri, e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura, la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare di nobiltà, adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere. O misere menti degli uomini, o petti ciechi! In che tenebre di vita e tra quanto grandi pericoli si consuma questa esistenza, quale che sia! E come non vedere che nient'altro la natura latrando reclama, se non che il dolore sia rimosso e sia assente dal corpo, e nella mente essa goda di un senso giocondo, libera da affanno e timore?