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Qualora io negassi di essere commosso dalla nostalgia di Scipione, senza dubbio mentirei. Sono commosso infatti, essendo stato privato di un amico tale, quale, io ritengo, nessuno sarà mai. Ma non sono privo del rimedio: io stesso mi conforto, poiché sono libero da quell'errore, a causa del quale i più sono soliti essere angustiati a seguito della morte degli amici. Io ritengo che a Scipione non sia capitato alcun male: se qualcosa è capitato, è capitato a me; dolersi fortemente delle proprie sventure è infatti caratteristico di colui che ama se stesso, non (di colui che ama) l'amico. Scipione, appena (divenuto) giovane, superò presto, con l'incredibile valore, l'enorme aspettativa dei concittadini, che essi già avevano avuto su di lui da fanciullo; egli non si candidò mai al consolato, (ma) fu eletto console per due volte; costui, dopo che due città estremamente ostili a questi impero furono state rovesciate, pose fine non solo alle guerre presenti, ma anche a quelle future. E che cosa dovrei dire dei modi molto socievoli, della devozione nei confronti della madre, della generosità verso le sorelle, dell'affetto per i suoi, della giustizia verso tutti? In che misura, invece, sia stato caro alla cittadinanza, è stato dimostrato dalla tristezza del funerale.
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Mentre ritornavamo in Italia dalla Grecia, siamo sbarcati dalla nave a Brindisi, e passeggiavamo in quel porto illustre, ed abbiamo visto pile di libri che erano stati esposti in vendita, ed abbiamo gioito. E subito io mi dirigo avidamente verso i libri. Erano, codesti, tutti libri Greci pieni di portenti e di racconti. Inoltre gli stessi volumi, a causa del lungo riposo, erano sporchi, ed erano di cattivo stato ed aspetto. Tuttavia mi sono avvicinato, ed ho domandato il prezzo: per via dello straordinario ed insperato basso costo, acquisto molti libri per poco denaro, e nelle due notti successive li sfoglio tutti alla svelta e mi meraviglio; e durante la lettura ho raccolto da lì e annotato fatti meravigliosi che non sono stati trattati dai nostri scrittori, e li ho aggiunti ai nostri taccuini.
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Cesare, portata a termine la guerra contro i Belgi, stabilì di attraversare il Reno per incutere timore ai Germani, i quali, insieme ai Galli, avevano combattuto la guerra contro i Romani. Tuttavia, egli riteneva che non fosse sicuro far passare l'esercito al di là del fiume. Anche se la costruzione di un ponte presentava un'enorme difficoltà, per via della larghezza, dell'impeto e della profondità del fiume, il comandante Romano decise di realizzare la grandiosa opera, e la realizzò in dieci giorni. Poi, una volta trasferito l'esercito, e lasciato da entrambe le parti del ponte un saldo posto di guardia, si diresse nel territorio dei Sigambri, i quali, tra tutti i Germani, erano particolarmente ostili ai Romani. A quel punto, giunsero presso di lui, da molte popolazioni, degli ambasciatori, e ad essi, che chiedevano pace ed alleanza, Cesare rispose generosamente. Tuttavia i Sigambri, una volta organizzata la fuga, erano usciti dal loro territorio ed avevano portato via tutte le loro cose. Il comandante dei Romani però, dopo pochi giorni, dopo che tutti i villaggi erano stati incendiati e tutto il grano era stato falciato, trascorsi diciotto giorni al di là del Reno, e portate a termine tutte le operazioni ai fini delle quali aveva deciso di portare l'esercito dall'altra parte, si ritirò soddisfatto in Gallia e tagliò il ponte.
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Ormai vedete in maniera manifesta la cospirazione contro il nostro Stato. Il nostro Stato sarà realmente fortunato a patto che abbia cacciato via questa fogna della città! Non c'è più spazio per la delicatezza: il fatto di per sé esige durezza! Per Ercole, dopo che il solo Catilina sarà stato tolto di mezzo, lo Stato si risolleverà e si rinvigorirà! Infatti quale malvagità, o quale misfatto, può essere immaginato o ideato, che egli non ha concepito? In tutta l'Italia quale avvelenatore, quale gladiatore, quale brigante, quale sicario, quale parricida, quale falsificatore di testamenti, quale truffatore, quale uomo dissoluto, quale sperperatore, quale adultero, quale donna diffamata, quale corruttore della gioventù, quale depravato, quale uomo disperato si può trovare, che non sia vissuto insieme a Catilina? Quale delitto è stato compiuto nel corso di questi anni senza di lui, quale orribile violenza non (è stato compiuta) tramite lui? Del resto, quale tecnica d'adescamento della gioventù ci fu mai in alcun uomo, grande tanto quanto ci fu in lui? E per di più, con che velocità (lett: "quanto immediatamente") aveva radunato, non solamente da Roma, ma anche dalle campagne, un considerevole numero di uomini rovinati! Gli uomini, e soprattutto i giovani, che sono stati sopraffatti dai debiti non solamente a Roma, ma in tutte le zone dell'Italia, sono stati reclutati da Catilina per questo incredibile patto delittuoso (lett: "questo patto di delitto").
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Ognuno sa che la pace è un bene assolutamente prezioso. Nella pace fioriscono le arti e le lettere, l'agricoltura prospera, il commercio si accresce. In pace nessuno teme alcunché per la propria vita; il pericolo dei nemici non atterrisce l'animo di nessuno; il timore di uccisioni o percosse non porta angustie a nessuno; la prospettiva incerta del futuro non tormenta nessuno. In guerra, invece, niente è sicuro, niente è piacevole, niente è tranquillo, e nessuno può rivolgere la mente con tranquillità alle proprie occupazioni. In guerra gli animi sono infiammati dagli odi, i corpi degli uomini sono lacerati dalle molte carneficine e dalle ferite, le case sono riempite dai numerosi lutti e dalle lacrime, i costumi dei cittadini si corrompono, e la vita o i beni di nessuno sono al sicuro, ma si sta sempre in qualche timore o pericolo.