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Nel frattempo Cesare lascia nel territorio del Bellovaci il questore M. Antonio insieme a quindici coorti. Egli si reca di persona presso le rimanenti popolazioni, ordina numerosi ostaggi, tranquillizza gli animi di tutti con un conforto. Dopo essere giunto nel territorio dei Carnuti, nella popolazione dei quali, Cesare ha spiegato in un taccuino precedente che aveva avuto inizio il principio della guerra, poiché egli si rendeva conto che essi avevano paura per via della consapevolezza di ciò che avevano fatto, al fine di liberare rapidamente la popolazione dalla paura, pretende Gutuatro, il principale responsabile di quella scelleratezza e il promotore della guerra, per l'esecuzione capitale. E benché costui non si consegnasse neppure ai suoi concittadini, ciononostante viene rapidamente condotto all'accampamento. Cesare viene costretto all'esecuzione di quello, contro la propria indole, dall'enorme assembramento di soldati che imputavano a Gutuatro tutti i pericoli e le perdite della guerra, al punto che, uccisolo a frustate, il cadavere veniva colpito con la scure.
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Annibale si era scontrato con il console P. Cornelio Scipione presso il Rodano, e lo aveva respinto. Combatté con costui medesimo a Clastidio, nelle vicinanze del Po, e lo mise in fuga ferito. Per la terza volta il medesimo Scipione si mosse contro di lui presso il Trebia, insieme al collega Tiberio Longo. Annibale si scontrò con costoro, e li sconfisse. Da lì, attraverso il territorio dei Liguri, oltrepassò l'Appennino e giunse in Etruria. Durante questa marcia venne colpito (- presente storico) da una grave malattia degli occhi e in seguito non utilizzò mai più l'occhio destro altrettanto bene. Anche se era afflitto anche allora da questo stato di salute, e veniva trasportato in lettiga, accerchiò con un agguato il console C. Flaminio nelle vicinanze del Trasimeno e lo annientò insieme all'esercito. Da quel luogo giunse in Apulia, presso Canne. Qui gli andarono incontro i due consoli C. Terenzio e L. Emilio. In un'unica battaglia mise in fuga gli eserciti di entrambi, uccise il console Paolo e molti ex consoli, e tra costoro Cn. Servilio Gemino.
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Trecentoquattro anni dopo la fondazione di Roma (nel 438 a. C. ) i Fidenati ripresero la guerra contro i Romani ed avanzarono con l'esercito. Dimostravano fedeltà ai Fidenati e i Veienti, e il re dei Veienti Tolumnio, garantivano loro aiuto. Ambedue le città sono tanto vicine a Roma da costituire una minaccia. Si alleano ai Fidenati e si avvicinano anche i Volsci. Tuttavia, gli insorti vennero sconfitti dai Romani e i Veienti riportarono una disfatta tanto grande che persero anche il re. I Romani si impossessano di Fidene, e radono al suolo la città. Poi avvenne che gli abitanti di Veio ripresero di nuovo la guerra. Contro di loro, in qualità di dittatore, venne mandato Furio Camillo, il quale all'inizio li sconfisse sul campo di battaglia, e subito dopo conquistò anche la città, antica ed opulenta. Dopo di essa conquistò anche Falisci, una città non meno illustre. Ma nei confronti di Camillo fu suscitata ostilità come se egli avesse diviso male il bottino. E così accadde che, per quella ragione, fosse condannato e cacciato via dalla città.
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Tutti hanno i medesimi punti di partenza e la medesima origine; nessuno è più importante di un altro, se non colui che ha un'indole più onesta e più versata per le attività oneste. Tutti quelli che nell'atrio espongono ritratti o che mettono nella prima parte della (loro) casa i nomi della loro famiglia in lungo ordine e collegati dalle numerose diramazioni degli alberi genealogici, non sono forse più conosciuti che nobili? Il creato è il solo genitore di tutti; l'origine prima di ciascuno viene ricondotta a questo, sia attraverso gradini magnifici che attraverso gradini sudici. Non c'è ragione per cui ti ingannino codesti, i quali, passando di frequente in rassegna i loro antenati, ogniqualvolta manca un nome importante, al posto di quello mettono un dio. Non disprezzare nessuno, anche se i nomi intorno a lui sono nomi dimenticati. Che prima di voi si annoverino liberti, o schiavi o uomini di popolazioni straniere, drizzate gli animi con fierezza! E, qualunque cosa di umile stia nel mezzo, risalite oltre! Sulla cima vi aspetta una grande nobiltà.
Pater Tiberi, Nero, quaestor C. Caesaris Alexandrino bello classi preapositus est et plurimum ad vic
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Nerone, il padre di Tiberio, fu messo a capo della flotta durante la guerra di Alessandria in qualità di questore di C. Cesare, e contribuì moltissimo alla vittoria. Per questa ragione subentrò anche come pontefice al posto di P. Scipione, e da Roma venne inviato in Gallia, dove fondò delle colonie. Tuttavia, dopo l'assassinio di Cesare, propose non soltanto la prospettiva dell'assoluzione per i tirannicidi, ma (propose) addirittura delle ricompense. Dopo la pretura, si recò a Perugia insieme al console L. Antonio, fratello del triumviro: tutti gli altri stipularono la resa, ma Nerone dimostrò una salda lealtà, poiché, solo, rimase fedele al (suo) partito; dapprima scappò a Preneste, di lì a Napoli, e offrì invano la libertà agli schiavi, quindi si rifugiò in Sicilia. Dopo pochi giorni, però, si spostò in Acaia presso M. Antonio. A quel punto fu riconciliata la pace tra tutti, e Nerone ritornò a Roma insieme ad Antonio e concesse ad Augusto la moglie Livia Drusilla, all'epoca, per di più, incinta. Dopo poco, morì.
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