- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LIBENTER - versioni latino tradotte
- Visite: 6
Facile ostendere possumus quae fuerit tolerantia Socratis illius, quo philosopho nemo fuit sapientior, nec quisquam eo facetior ac disertior adhuc inventus est. Hoc unum argumentum optime id demonstrabit. Quam querula esset eius uxor, callidissimus quisque Athenis sciebat. Nonne ergo Socrates, qui tam malam feminam, ira saepissime incensam, preferre debebat, infelicissimus omnium erat? Attamen semper aequo et hilari animo fuit, quod mirum dictu factuque complures putabant. Cum olim Alcibiades, qui ex eius discipulis loquacissimus erat, ex eo quaesivisset cur tam acerbam mulierem patienter toleraret: "Quid" inquit "magis" Quod cum Alcibiades audiret silentiumque teneret, Socrates, aliis discipulis eum aspicientibus, respondit : " Qui". Quanta sapientia his in rebus fuerit, quis non sentit?
Possiamo facilmente dimostare quale sia stata la tolleranza di quel famosi Socrate, del qual filosofo nessuno fu più sapiente, e non fu frovato nessuno di più illustre ed erudito di lui. Quest'unico argomento dimostrò ottimamente ciò. Quanto fosse noiosa sua moglie, sapeva il'uomo più astuto di Atene. Quindi non era forse Socrate il più infelice di tutti, il quale doveva preferire una donna così cattiva, molto spesso accesa dall'ira? Ma tuttavia fu sempre di animo allegro e sereno e molti ritenevano questo strano a dirsi e a farsi Poichè un tempo Alcibiade, che era il più loquace dei suoi discepoli, gli aveva chiesto perché tollerasse pazientemente una donna così cattiva disse (socrate): "Che cosa di più?". E poiché Alcibiade aveva ascoltato ciò e manteneva il silenzio, Socrate, guardandolo gli altri discepoli, rispose: "Chi". Chi non sente quanta saggezza ci sia stata in queste sue cose?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LIBENTER - versioni latino tradotte
- Visite: 6
Micipsa cerca di provocare la morte di Giugurta
versione di latino Sallustio
traduzione dal libro Libenter
la versione è completa di Analisi del testo
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LIBENTER - versioni latino tradotte
- Visite: 7
Cum olim Gyges, rex Lydiae magnus, armis et divitiis inflatus, Delphos venit ut Apollinem interrogaret quisnam se esset felicior (chi fosse più felice di lui), deus ex abdito sacrarii specu, vocem mittens, Aglaum Psophidium Lydiae regi anteposuit. Aglaus pauper Acras erat, sed, iam aetate confectus, e agelli sui finibus numquam excesserat, parvuli ruris fructibus contentus. Verum (avv. ) profecto beatae vitae finem, non arculi obscuritate adumbratum, Apollo statim ostendit. Sic igitur respondit deus regi insolenter fulgorem fortunae predicanti: "Tugurium probo securum atque laetum, non tristem curis et sollicitudinibus aulam; probo paucas glebas, non Lydiae arva metu referta; nec arma nec equitatus, impensis voracibus onerosus, sed pauci boves et equi, domini praeceptis parentes, magno usui sunt hominibus ut quieti vivant, uxori liberisque provideant!" Ita Gyges, dum deum habere astipulatorem vanae opinionis concupiscit, veram, solidam et sinceram felicitatem didicit.
Quando una volta Gige, superbo re della Lidia, opulento di armi e tesori arrivò a Delfi, a chiedere all'oracolo di Apollo chi fosse più felice di lui, il dio dalla parte più interna del santuario, parlando, antepose Aglao Psofidio al Re di Lidia. Il povero Aglao era di Acri ma, (lett. raggiunta l'età) già vecchio, non uscì mai dai confini del suo campicello, contento per i frutti del suo piccolo campo. In verità, Apollo subito svelò come (lui) fosse arrivato alla fine della vita beata non adombrato dall'oscurità degli scrigni funerari (Apollo con il suo perspicace oracolo volle alludere senza veli al culmine della sua vita beata). In questo modo subito rispose il dio al re, che rivendicava con insolenza la magnificenza della ricchezza: "Approvo la capanna sicura e lieta e non la casa triste per gli affanni e le preoccupazioni, approvo la poca terra, non i campi che portano terrore alla Lidia; né le armi o la cavalleria, bisognoso di spese ingenti, ma pochi buoi e cavalli, i sacrifici sono di grande utilità agli uomini che vivono tranquilli, che provvedono alla moglie e ai figli!". Così Gige, mentre desiderava travare nel dio l'approvazione incondizionata della sua vana credenza, imparò dove sia la vera, solida e sincera felicità.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LIBENTER - versioni latino tradotte
- Visite: 6
libro Libenter volume 1 pagina 195 numero 1
Inizio: Varia et insignia exempla virtutis in viris Romanis fuerunt, sed feminae quoque ...
Clicca qui per la traduzione
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LIBENTER - versioni latino tradotte
- Visite: 5
Inizio: Porsenna, clarus Etruscorum rex, cum adversus Romanos pugnavit Fine: Namque statua equestris in foro a Romanis posita est virginis in equo insidentis.
Porsenna, famoso re degli Etruschi, quando combattè contro i romani, catturò tra gli ostaggi anche Clelia, nobile vergine, e la condusse nel suo accampamento, non lontano dal fiume Tevere. A mezzanotte però Clelia ingannò i custodi, evase dall’accampamento insieme ad altre vergini romane e in mezzo ai giavellotti del nemici attraversò il Tevere. Quando Porsenna venne a conoscenza di ciò, arrabbiato inviò degli ambasciatori ai Romani e chiese indietro la vergine: i Romani, in base ad un accordo, restituirono Clelia. Allora la ragazza fu lodata moltissimo dal re per il suo valore: Porsenna poi la liberò e le concesse di tornare in patria con gli ostaggi che voleva scegliere. Clelia scelse le donne e i bambini la cui età vedeva soprattutto soggetta ad oltraggi. A causa del valore della ragazza, ci fu un grande onore per Clelia. E infatti fu posta dai romani nel mezzo del foro una statua equestre di una vergine che siede su un cavallo.