Illius tanti vulneris quae remedia esse debebant, ea nulla sunt. Quid enim? Ad amicosne confugiam? Quam multi sunt? Habuimus enim fere communes, quorum alii occiderunt, alii nescio quo pacto obduruerunt. Tecum vivere possem equidem et maxime: vetustas, amor, consuetudo, studia patria; quod vinculum, quaesto, deest nostrae coniunctionis? Possumusne igitur esse una? Nec mehercule intelligo quid impediat; sed certe adhuc non fuimus, cum essemus vicini in Tusculano, in Puteolano; nam quid dicam in urbe? In qua, cum forum commune sit, vicinitas non requiritur. Sed casu nescio quo in ea tempora nostra aetas incidit ut, cum maxime florere nos oporteret, tum vivere etiam puderet. Quod enim esse poterat mihi perfugium spoliato et domesticis et forensibus ornamentis atque solatiis? Litterae, credo, quibus utor assidue: quid enim aliud facere possum? Sed nescio quo modo ipsae illae excludere me a portu e perfugio videntur et quasi exprobrare quod in ea vita maneam, in qua nihil insit nisi propagatio miseriimi temporis. Itaque sic litteris utor, in quibus consumo omne tempus, non ut ab iis medicinam perpetuam, sed ut exiguam oblivionem doloris petam.

Perché per una ferita così grave i rimedi che dovrebbero essere efficaci sono del tutto inadatti. Cosa potrei fare, infatti? Rifugiarmi dagli amici? Ma quanti sono questi amici? Lo sai anche tu, perché sono più o meno gli stessi: alcuni sono morti, altri sono diventati indifferenti nei miei confronti, non so nemmeno per quale motivo. Certo, potrei vivere assieme a te, e davvero lo vorrei più di qualsiasi altra cosa. Ci conosciamo da una vita, ci vogliamo bene, abbiamo le stesse abitudini, gli stessi interessi: quale legame, mi chiedo, manca alla nostra amicizia? Non possiamo dunque stare assieme? Giuro che non vedo nessun ostacolo che possa impedirlo; il punto è che finora non l'abbiamo mai fatto, sebbene abitassimo uno vicino all'altro a Tuscolo e a Pozzuoli; per non parlare di Roma! Perché lì, visto che entrambi frequentiamo il foro, non abbiamo bisogno di vivere l'uno accanto all'altro. Ma per non so quale caso sfortunato mi sono trovato a vivere in un'epoca in cui, proprio quando dovrei godere del massimo prestigio, mi vergogno invece addirittura di continuare a vivere. Una volta privato di tutto ciò che rende bella e confortevole la vita, sia quella privata sia quella pubblica, quale rifugio potevo trovare per il mio dolore? Lo studio, credo. E infatti proprio a questa attività mi dedico anima e corpo; che altro potrei fare? Ma, non so come, persino gli studi sembrano sbarrare la strada che dovrebbe condurmi al porto e al rifugio; sembra che essi, per così dire, mi rimproverino perché mi ostino a non voler uscire da questa situazione: una vita che non è nient'altro se non il prolungamento di una situazione di assoluta infelicità. E così mi dedico agli studi, nei quali trascorro tutto il mio tempo; e lo faccio non perché mi aspetti di trovarvi una medicina che mi guarisca definitivamente, ma per potermi dimenticare, almeno per un momento, del mio dolore.