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A piscatoribu ps in Milesia regione everriculum trahentibus quidam iactum emerat. Extracta deinde magni ponderis aurea mensa, orta controversia est, cum illi piscium se capturam vendidisse adfirmarent, hic fortunam ductus se emisse diceret. Ea igitur contentio propter novitatem rei et magnitudinem pecuniae ad populum delata est, placuitque Apollinem Delphicum consuli, cuinam adiudicari mensam deberet. Deus respondit illi esse dandam qui sapientia ceteris praestaret. Tum Milesii, omnibus consentientibus, Thaleti mensam dederunt; hic cessit eam Bianti, Bias Pittaco, is protinus alii, deincepsque per omnium septem sapientium orbem postremo ad Solonem pervenit, qui et titulum amplissimae sapientiae et praemium ad ipsum Apollinem transtulit.
Nella regione di Mileto un tale aveva comprato una rete buttata dai pescatori mentre la tiravano su. Quindi essendo venuta fuori una tavola d'oro di gran peso, sorse una lite, perché costoro affermavano di aver venduto la cattura dei pesci, costui, indotto, riteneva che egli aveva acquistato la ricchezza. Perciò la questione, per l'originalità della cosa e la quantità del denaro, fu chiesta al popolo, e parve giusto che fosse consultato Apollo Delfico a chi mai dovesse essere consegnatala tavola. Il dio replicò che doveva esser consegnata a colui che superava gli altri in saggezza. Allora gli abitanti di Mileto, tutti consenzienti, diedero la tavola a Talete; costui la cedette a Biante, Biante a Pìttaco, questi di nuovo ad un altro, e di seguito attraverso il giro di tutti e sette i sapienti infine arrivò a Solone, che trasferì sia il titolo della più grande saggezza sia il premio allo stesso Apollo.
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Simonides clarissimus poeta, cenabat olim apud Scopam, hominem fortunatum et divitem. Inter epulas, summo cum gaudio omnium convivarum, poeta praeclarum carmen in Scopae laudem recitavit, sed eodem carmine etiam Castorem et Pollucem magnifice celebravit. Displicuit igitur carmen Scopae, qui admodum inurbane: "Dimidium", "inquit", "praemii promissi tibi dabo; reliquum di, quos aeque laudavisti, tibi reddant". Simonides nihil potuit respondere; ses paulo psot nuntiavit ei servus: "Duo iuvenes quidam, stantes ad ianuam, magnopere te evocant". Poetae statim obtemperavit, sed ante ianuam neminem vidit. Sed in illo vestigio temporis conclave illud, in quo Scopas cum familiaribus et amicis cenabat, corruit et omnes convivae vitam misere amiserunt, Simonides autem mire superfuit.
Simonide, il poeta famosissimo, cenava una volta presso (la casa di) Scopa, uomo ricco e fortunato. Durante il banchetto, con grande gioia di tutti i convitati, il poeta lesse un eccellente carme in onore di Scopama nel medesimo carme celebrò anche con enfasi Castore e Polluce. Il carme dunque non piacque a Scopache in maniera alquanto scortese disse: "Ti darò la metà della ricompensa promessa: il resto, te lo rendano gli dei che tu hai lodato al pari di me. Simonide non poté rispondere nulla, ma poco dopo un servo gli annunciò: "Due giovani sconosciuti dritti in piedi davanti alla porta, ti chiamano a gran voce: Il poeta immediatamente ubbidì, ma davanti alla porta non vide nessuno. Però in quel piccolo spazio di tempo quella stanza nella quale Scopa con familiari ed amici cenava crollò e tutti i convitati perdettero miseramente la vita, Scopa invece strordinariamente sopravvisse.
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Syracusis muliercula quaedam senectutis ultimae, omnibus Dionysii tyranni exitium, propter nimiam morum acerbitatem et intolerabilia onera, votis expetentibus, sola cotidie matutino tempore deos orabat ut Dionysius incolumis ac sibi superstes esset. Quod ubi tyrannus cognovit, admiratus benevolentiam non sibi debitam, arcessivit eam interrogavitque cur ita hoc aut quo merito suo faceret. Tum illa respondit: "Certa est ratio propositi mei; puella enim, cum gravem tyrannum haberemus, carere eo cupiebam. Quo interfecto, alter aliquanto taetrior arcem occupavit. Eius quoque finiri dominationem valde exoptabam; te superioribus importuniorem coepimus tertium rectorem habere. Itaque caput meum pro tua salute devoveo ne, si tu absumptus sis, deterior in locum tuum succedat". Taam facetam audaciam Dionysius punire erubuit.
A siracusa una vecchietta scongiurava ogni giorno gli dei affinché Dionigi, crudelissimo tiranno della città, fosse sempre incolume e vivesse a lungo. Quando Dionigi venne a sapere ciò, la chiamò a sé e chiese la causa delle preghiere. E quella molto francamente : "una volta in questa città regnava un tiranno scellerato, dopo la cui uccisione occupò la rocca di Siracusa un tiranno più feroce, e perciò desideravo fortemente che anche il suo dominio fosse breve; ma allora abbiamo avuto te, la cui crudeltà disumana è nota a tutti. Così ho offerto la mia vita agli dei per la tua incolumità, affinché dopo la tua morte non ci capiti un tiranno ancora peggiore ". Dionigi non poté punire una così spiritosa franchezza
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Humanitati qui se non accommodat, plerumque poenas dat superbie. Cicada acerbum noctuae convicium faciebat, cum soleret illa victum in tenebris quaerere cavoque ramo capere somnum interdiu. Cum eius cantus nimis molestus esset, rogata est ut taceret, sed multo validius clamare incepit. Cum rersus noctua preces admovisset, cicada atiam magis accensa est. Cum noctua vidisset se nihil consequì et verba contemni sua, hac est agressa garrulam fallacia: "Dormire quia me non sinunt cantus tui, quibus meliores ne Apollonis quidem cithara edere potest, potare tectum cupio nectar, quod Pallas mihi nuper donavit; si non fastidis, veni, ut una bibamus". Illa, quae arebat siti, simul ac cognovit vocem laudari suam, cupide advolavit. Noctua, agressa e cavo, trepidantem consectata est et leto dedit. Sic viva quod negaverat tribuit mortua cicada.
Colui che non si adatta all'umanità, per lo più paga il fio per la propria superbia. Una cicala, faceva uno schiamazzo fastidioso per la civetta, giacché quella soleva procacciarsi il cibo di notte e in un tronco cavo prendere sonno durante il giorno. Essendo il suo canto abbastanza fastidioso, le fu chiesto di tacere, ma cominciò a schiamazzare molto più fortemente. Avendo la civetta di nuovo rivolto preghiere, la cicala fu anche più aizzata. Avendo la civetta visto che non otteneva niente e le sue parole non erano prese in considerazione, affrontò la cicala (la risonante) con questo inganno: "Poiché i tuoi canti non mi permettono di dormire, meglio dei quali neppure la cetra di Apollo può suonare, desidero bere con te il nettare che Pallade mi ha donato di recente: se non ti infastidisci, vieni, affinché beviamo insieme". Quella, che era avida per la sete, non appena sentì che la sua voce era lodata, volò cupidamente. La civetta, essendosi allontanata dal buco, raggiunse la trepidante e la uccise. Così la cicala rese da morta ciò che aveva negato da viva.
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Tiberius ingenti socordia imperium gessit, gravi crudelitate, scelesta avaritia, turpi libidine. Nam nusquam ipse pugnavit, cum bella per legatos suos gereret. Quosdam reges ad se per blanditias cum evocavisset numquam domum remisit, in quibus Archelaum Cappadocem, cuius etiam regnum in provinciae formam redegit et maximam civitatem nomine suo appellavit, quae nunc Caesarea dicitur, cum Mazaca antea vocaretur. Hic tertio et vicesimo imperii anno, aetatis septugesimooctavo, ingenti omnium gaudio decessit in Campania. Successit ei C. Caesar, cognomento Caligula, Drusi privigni Augusti, et ipsius Tiberii nepos, sceleratissimus ac funestissimus, et qui etiam Tiberiidedecora purgaverit. Bellum contra Germanos suscepit et, cum in Suebiam pervenisset nihil strenue fecit. Cum adversum cunctos igenti avaritia, libidine, crudeliate saeviret, interfectus in Palatio est anno aetatis vicesimo nono, imperii tertio, menze decimo dieque octavo.
Traduzione
Tiberio gestì il potere con grande ottusità, insopportabile crudeltà, scellerata avarizia e con turpe passione. Infatti non combatté mai lui in persona, ma per mezzo dei suoi luogotenenti combatté le guerre. Certi re, che aveva attirato a se, essendo stati chiamati con lusinghe, tra i quali c'era Archelao di Cappadocia, anche il regno del quale fu messo in condizione di provincia, ordinò che la città più grande fosse chiamata col suo nome, che attualmente è chiamata Cesarea, mentre prima era chiamata mazaca. Questo nel 23° anno di governo, all'età di 78 anni, con grande gioia di tutti morì in Campania. Gli successe C. Cesare, soprannominato Caligola, nipote di Druso figliastro di Augusto, e dello stesso Tiberio, scelleratissimo e funestissimo e che fece anche scusare le scelleratezze di Tiberio. Intraprese una guerra contro i Germani ed entrato nella Svezia non compì alcun atto di valore. Siccome inferociva contro tutti con somma avarizia, libidine, crudeltà, fu ucciso nel palazzo l'anno vigesimo nono di vita, dopo tre anni di regno dieci mesi e otto giorni.