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Apud Xenophontem moriens Cyrus maior haec dicit: 'Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis. Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum. Atqui dormientium animi maxime declarant divinitatem suam; multa enim, cum remissi et liberi sunt, futura prospiciunt. Ex quo intellegitur quales futuri sint, cum se plane corporis vinculis relaxaverint. Qua re, si haec ita sunt, sic me colitote, ' inquit, 'ut deum; sin una est interiturus animus cum corpore, vos tamen, deos verentes, qui hanc omnem pulchritudinem tuentur et regunt, memoriam nostri pie inviolateque servabitis. '
In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parolemorendo: «Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più. Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finché si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano, né che l'anima perda il senno quando si stacca dal corpo che senno non ha, ma sono convinto che quando l'anima, liberatasi da ogni contatto fisico, incomincia a essere pura e incorrotta, allora acquisisca il senno. Inoltre, una volta che l'organismo umano si disfa con la morte, si vede bene dove si disperdono gli altri elementi: vanno tutti a finire là da dove sono sorti; soltanto l'anima non appare né quando c'è, né quando se n'è andata. E ancora vedete che niente assomiglia alla morte come il sonno: ebbene, l'anima di chi dorme manifesta nel modo migliore la sua natura divina: rilassata e libera, infatti, prevede molte cose future. Da ciò si capisce come sarà l'anima una volta che si sia liberata dai legami con il corpo. Perciò, se le cose stanno così, onoratemi», afferma, «come un dio. Se invece l'anima deve perire con il corpo, voi, tuttavia, rispettosi degli dèi che custodiscono e reggono tutto questo splendore, conserverete il ricordo di me con devozione e rispetto. » Così Ciro prima di morire. Se siete d'accordo, guardiamo agli esempi di casa nostra.
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Persaepe mihi cogitanti de communibus miseriis, in quibus tot annos versamur et, ut video, versabimur, solet in mentem venire illius temporis, quo proxime fuimus una; quin etiam ipsum diem memoria teneo: nam Idus Maias Lentulo et Marcello consulibus, cum in Pompeianum vesperi venissem, tu mihi sollicito animo praesto fuisti; sollicitum autem te habebat cogitatio cum officii, tum etiam periculi mei: si manerem in Italia, verebare, ne officio deessem; si proficiscerer ad bellum, periculum te meum commovebat. Quo tempore vidisti profecto me quoque ita conturbatum, ut non explicarem, quid esset optimum factu; pudori tamen malui famaeque cedere quam salutis meae rationem ducere. Cuius me mei facti poenituit non tam propter periculum meum quam propter vitia multa, quae ibi offendi, quo veneram: primum neque magnas copias neque bellicosas; deinde extra ducem paucosque praeterea—de principibus loquor—reliquos primum in ipso bello rapaces, deinde in oratione ita crudeles, ut ipsam victoriam horrerem; maximum autem aes alienum amplissimorum virorum
a me che assai spesso rifletto sulle difficoltà comuni, in cui ci troviamo, suole venire alla mente quel tempo, in cui fummo insieme. il 12 maggio, sotto il consolato di Lentulo e Marcello. Quella sera m'ero recato alla mia villa di Pompei, e tu eri là ad aspettarmi in preda all'agitazione. Ti teneva in ansia il continuo pensare a quale fosse il mio dovere e poi anche al pericolo che correvo: se rimanevo in Italia, temevi che sarei venuto meno al mio dovere; se partivo per la guerra, ti allarmava il pericolo cui mi esponevo. In quella occasione hai visto senza dubbio anche me in preda a una grande agitazione: tanto che non riuscivo a decidere quale fosse il partito migliore da prendere. Tuttavia ho preferito obbedire al mio senso dell'onore e al mio buon nome che far conto della salvezza. 2. Se poi mi sono pentito della mia condotta, non fu tanto per i rischi che correvo quanto per tutte le situazioni problematiche in cui mi imbattei all'arrivo: anzitutto le truppe, scarse di numero e poco combattive; poi, fatta eccezione per il comandante e pochi ancora (sto parlando dei capi), tutti gli altri così rapaci in guerra e crudeli nei loro discorsi che persino la prospettiva della vittoria mi metteva i brividi
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Serius omnino, patres conscripti, quam tempus rei publicae postulabat, aliquando tamen convocati sumus; quod flagitabam equidem cotidie, quippe cum bellum nefarium contra aras et focos, contra vitam fortunasque nostras ab homine profligato ac perdito non comparar!, sed geri iam viderem. Exspectantur Kalendae lanuariae, quas non exspectat Antonius qui in provinciam D. Bruti, summi et singularis viri, cum exercitu impetum facere conatur; ex qua se instructum et paratum ad ur-bem venturum esse minitatur. Quae est igitur exspectatio aut quae vel minimi dilatio temporis ? Quamquam enim adsunt Kalendae lanuariae, tamen breve tempus longum est imparatis. Dies enim adfert vel bora potius, nisi provisum est, magnas saepe clades; certus autem dies non ut sacrificiis, sic consiliis exspectari solet. Quod si aut Kalendae lanuariae fuissent eo die quo primum ex urbe fugit Antonius, aut eae non essent exspectatae, bellum iam nullum haberemus. Auctoritate enim senatus consensuque populi Romani facile hominis amentis fregissemus audaciam. Quod confido equidem consules designatos, simul ut magistratura inierint, esse facturos; sunt enim optimo animo, summo consilio, singulari concordia. Mea autem festinatio non victoriae solum avida est sed etiam celeritatis
Anche se convocati, o Senatori, assai più tardi1 di quel che esigeva la critica situazione politica, eccoci, tuttavia, finalmente radunati. Non passava giorno ch'io non insistessi per questa convocazione, constatando che un uomo corrotto e sfrenato stava non già progettando ma conducendo una guerra sacrilega contro gli altari e i focolari, contro le vite e i beni nostri. Stiamo qui in attesa del primo gennaio! Antonio invece non lo aspetta; sta tentando, lui, di invadere la provincia governata da quel grande e distinto magistrato che è Decimo Bruto; con la minacciosa intenzione poi, quando si fosse ben rifornito e armato, di piombare su Roma. Che stiamo dunque ad aspettare e a differire, sia pure di poco? Il primo gennaio, d'accordo, è prossimo; ma per chi non ha ancora fatto preparativo alcuno, anche quel poco è un tempo lungo. Un giorno, o addirittura un'ora di ritardo nel provvedere, spesso è causa di grandi disastri. Quando si tratta di decisioni da prendere, non si può stare ad aspettare come per i sacrifici la scadenza fissa. Insomma se il primo gennaio cadeva il giorno stesso in cui Antonio fuggiva oppure se noi non fossimo rimasti qui con le mani in mano ad aspettare il primo gennaio oggi non ci sarebbe la guerra! infatti forti dell'autorità del senato del consenso del popolo romano, noi avremmo già infranta l'audacia di quel pazzo. Comunque, confido che ci riescano i consoli designati, appena prenderanno possesso della carica. Si tratta di magistrati animati dalle migliori intenzioni, pieni di giudizio, concordi fra loro come raramente capita. Un'impazienza mi rode : non solo che si vinca, ma che si faccia presto.
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Ne Vindicis aciem cogitarent: Batavo equite protritos Aeduos Arvernosque; fuisse inter Verginii auxilia Belgas, vereque reputantibus Galliam suismet viribus concidisse. nunc easdem omnium partis, addito si quid militaris disciplinae in castris Romanorum viguerit; esse secum veteranas cohortis, quibus nuper Othonis legiones procubuerint. servirent Syria Asiaque et suetus regibus Oriens: multos adhuc in Gallia vivere ante tributa genitos. nuper certe caeso Quintilio Varo pulsam e Germania servitutem, nec Vitellium principem sed Caesarem Augustum bello provocatum. libertatem natura etiam mutis animalibus datam, virtutem proprium hominum bonum; deos fortioribus adesse: proinde arriperent vacui occupatos, integri fessos. dum alii Vespasianum, alii Vitellium foveant, patere locum adversus utrumque
Non pensate al combattimento di Vindice: gli Edui e gli Arverni li aveva travolti la cavalleria batava e tra le truppe ausiliarie di Virginio c'erano i Belgi e, a voler guardar bene, la Gallia era caduta per opera delle sue proprie forze. Ora tutti stiamo dalla stessa parte, con in più l'esperienza della disciplina militare in vigore nei campi romani. E abbiamo al nostro fianco le coorti veterane, che di recente hanno costretto le legioni di Otone a piegare le ginocchia. Restino pur schiave la Siria, l'Asia e l'Oriente, abituato al potere dei re: in Gallia vivono ancora molte persone nate prima dei tributi. E se non altro, di recente la Germania, col massacro di Quintilio Varo, si è liberata dalla schiavitù e ha provocato alla guerra non un Vitellio, ma Cesare Augusto. La natura ha donato la libertà anche agli animali incapaci di parola, ma il valore è un bene distintivo dell'uomo, e gli dèi assistono i più valorosi. Assaliamo, dunque, noi sereni e tranquilli, un nemico preoccupato, noi freschi, un nemico stanco. Mentre alcuni appoggiano Vespasiano e altri Vitellio, abbiamo la strada aperta contro entrambi.
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Ad epistulam quam mihi ex itinere misisti, tam longam quam ipsum iter fuit, postea rescribam; seducere me debeo et quid suadeam circumspicere. Nam tu quoque, qui consulis, diu an consuleres cogitasti: quanto magis hoc mihi faciendum est, cum longiore mora opus sit ut solvas quaestionem quam ut proponas? utique cum aliud tibi expediat, aliud mihi. Iterum ego tamquam Epicureus loquor? mihi vero idem expedit quod tibi: aut non sum amicus, nisi quidquid agitur ad te pertinens meum est. Consortium rerum omnium inter nos facit amicitia; nec secundi quicquam singulis est nec adversi; in commune vivitur. Nec potest quisquam beate degere qui se tantum intuetur, qui omnia ad utilitates suas convertit: alteri vivas oportet, si vis tibi vivere. Haec societas diligenter et sancte observata, quae nos homines hominibus miscet et iudicat aliquod esse commune ius generis humani, plurimum ad illam quoque de qua loquebar interiorem societatem amicitiae colendam proficit; omnia enim cum amico communia habebit qui multa cum homine
TRADUZIONE
Durante il tuo viaggio mi hai mandato una lettera lunga quanto il viaggio stesso: a questa risponderò in seguito; debbo starmene in disparte e meditare sui consigli da darti. Tu stesso che chiedi il mio parere, hai pensato a lungo se farlo: tanto più devo riflettere io: per risolvere i problemi è necessario un tempo maggiore che per proporli, specialmente se a te preme una cosa e a me un'altra. Parlo di nuovo come un epicureo? In realtà a me preme la stessa cosa che a te: oppure non sarei un amico se tutto ciò che riguarda te non riguardasse pure me. L'amicizia mette tutto in comune tra noi; non c'è circostanza propizia o avversa che tocchi uno solo di noi; viviamo dividendo ogni cosa. Nessuno può vivere felice se bada solo a se stesso, se volge tutto al proprio utile: devi vivere per il prossimo, se vuoi vivere per te. Questo vincolo, scrupolosamente e coscienziosamente rispettato, che unisce gli uomini tra loro e dimostra che esiste una legge comune per il genere umano, serve moltissimo anche per coltivare quella società interiore di cui parlavo: l'amicizia; se uno ha molto in comune con il prossimo, avrà tutto in comune con l'amico
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