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Neque tamen ignoro, quani impudenter faciam, qui primum tibi tantum oneris imponam — potest enim mihi denegare occupatio tua —, deinde etiam, ut ornes me, postulem. Quid, si illa tibi non tanto opere videntur ornanda? Sed tamen, qui semel verecundiae fines transierit, eum bene et naviter oportet esse impudentem. Itaque te plane etiam atque etiam rogo, ut et ornes ea vehementius etiam, quam fortasse sentis, et in eo leges historiae negligas gratiamque illam, de qua suavissime quodam in prooemio scripsisti, a qua te flecti non magis potuisse demonstras quam Herculem Xenophontium illum a Voluptate, eam, si me tibi vehementius commendabit, ne aspernere amorique nostro plusculum etiam, quam concedet veritas, largiare.
Mi rendo tuttavia conto di quanto sfacciato io sia, innanzi tutto ad accollarti un peso non indifferente - le tue molteplici occupazioni giustificherebbero benissimo un tuo rifiuto - e poi a pretendere da te addirittura una resa artistica delle mie faccende. E se non ti sembrassero affatto meritevoli di una resa artistica? Però, chi ha varcato una volta i limiti della convenienza può ben essere sfacciato fino in fondo. Perciò in tutta semplicità ti chiedo espressamente di abbellire il racconto addirittura con più colore di quanto forse tu non senta e di accantonare in ciò le leggi della storia e di non sdegnare quel decoro formale, di cui una volta hai scritto con estrema eleganza in un proemio del quale dimostri di non aver saputo fare a meno non più che il famoso Ercole di Senofonte del piacere quand'anche ciò dovesse favorirmi ai tuoi occhi con troppa evidenza, e concedi alla simpatia personale un pochino di più di quel che possa offrirle la verità.
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Quorum quod simile factum, quod initum delendae rei publicae consilium? Largitionis voluntas tum in re publica versata est et partium quaedam contentio. Atque illo tempore huius avus Lentuli, vir clarissimus, armatus Gracchum est persecutus. Ille etiam grave tum vulnus accepit, ne quid de summa re publica deminueretur; hic ad evertenda rei publicae fundamenta Gallos accersit, servitia concitat, Catilinam vocat, adtribuit nos trucidandos Cethego et ceteros civis interficiendos Gfabinio, urbem inflammandam Cassio, totam Italiam vastandam diri piendamque Catilinae. Vereamini censeo, ne in hoc scelere tam immani ac nefando nimis aliquid severe statuisse videamini; multo magis est verendum, ne remissione poenas crudeles in patriam quam ne severitate animadversionis nimis vehementes in acerbissimos hostis fuisse videamur.
Di costoro quale fatto è simigliante, quale decisione intrapresa per distruggere la Repubblica? Si diffuse allora nella Repubblica una volontà di corruzione, ed una certa litigiosità per ripartirne i frutti. Ed in quel tempo, un antenato di questo Lentulo, uomo oltremodo illustre, perseguì con le armi Gracco. Eppure, questi ricevette un colpo tanto grave perché la Repubblica non soffrisse detrimento alcuno. Costui ha chiamato i Galli per distruggere le fondamenta della Repubblica, solleva gli schiavi, chiama Catilina, conferisce a Cetego il compito di trucidare tutti noi ed a Gabinio quello per tutti gli altri cittadini, a Cassio il compito di dar fuoco alla città, a Catilina il compito di devastare e distruggere tutta l’Italia. Ritengo che dobbiate domandarvi con preoccupazione se, in questo delitto così immane e nefando, abbiate adottato misure adeguatamente severe; molto di più dobbiamo preoccuparci che, con la mitezza della pena, sembriamo essere stati crudeli contro la Patria piuttosto che, con la severità del castigo, essere stati sufficientemente duri contro nemici pericolosissimi. Quorum quod simile factum, quod initum delendae rei publicae consilium? Largitionis voluntas tum in re publica versata est et partium quaedam contentio. Atque illo tempore huius avus Lentuli, vir clarissimus, armatus Gracchum est persecutus. Ille etiam grave tum vulnus accepit, ne quid de summa re publica deminueretur; hic ad evertenda rei publicae fundamenta Gallos accersit, servitia concitat, Catilinam vocat, adtribuit nos trucidandos Cethego et ceteros civis interficiendos Gfabinio, urbem inflammandam Cassio, totam Italiam vastandam diri piendamque Catilinae. Vereamini censeo, ne in hoc scelere tam immani ac nefando nimis aliquid severe statuisse videamini; multo magis est verendum, ne remissione poenas crudeles in patriam quam ne severitate animadversionis nimis vehementes in acerbissimos hostis fuisse videamur. Di costoro quale fatto è simigliante, quale decisione intrapresa per distruggere la Repubblica? Si diffuse allora nella Repubblica una volontà di corruzione, ed una certa litigiosità per ripartirne i frutti. Ed in quel tempo, un antenato di questo Lentulo, uomo oltremodo illustre, perseguì con le armi Gracco. Eppure, questi ricevette un colpo tanto grave perché la Repubblica non soffrisse detrimento alcuno. Costui ha chiamato i Galli per distruggere le fondamenta della Repubblica, solleva gli schiavi, chiama Catilina, conferisce a Cetego il compito di trucidare tutti noi ed a Gabinio quello per tutti gli altri cittadini, a Cassio il compito di dar fuoco alla città, a Catilina il compito di devastare e distruggere tutta l’Italia. Ritengo che dobbiate domandarvi con preoccupazione se, in questo delitto così immane e nefando, abbiate adottato misure adeguatamente severe; molto di più dobbiamo preoccuparci che, con la mitezza della pena, sembriamo essere stati crudeli contro la Patria piuttosto che, con la severità del castigo, essere stati sufficientemente duri contro nemici pericolosissimi.
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Quamquam ego iam putabam, iudices, multis viris fortibus ne ignobilitas generis obiceretur meo labore esse perfectum, qui non modo Curiis, Catonibus, Pompeiis, antiquis illis fortissimis viris, novis hominibus, sed his recentibus, Mariis et Didiis et Caeliis, commemorandis id agebam. Cum vero ego tanto intervallo claustra ista nobilitatis refregissem, ut aditus ad consulatum posthac, sicut apud maiores nostros fuit, non magis nobilitati quam virtuti pateret, non arbitrabar, cum ex familia vetere et inlustri consul designatus ab equitis Romani filio consule defenderetur, de generis novitate accusatores esse dicturos. Etenim mihi ipsi accidit ut cum duobus patriciis, altero improbissimo atque audacissimo, altero modestissimo atque optimo viro, peterem; superavi tamen dignitate Catilinam, gratia Galbam. Quod si id crimen homini novo esse deberet, profecto mihi neque inimici neque invidi defuissent.
Traduzione
In verità io ritenevo, o giudici, di avere ormai realizzato la mia faticata aspirazione; confidavo che a tanti valentuomini languenti nell'ombra, ma che potevano invocare non solo il precedente dei Curii, dei Catoni, dei Pompei, eminenti personalità del passato, ma anche quello più recente dei Marii, dei Didii, dei Celii, si cessasse una buona volta dal rinfacciare l'origine plebea. E quand'io, dopo così lungo corso di tempo, infransi la barriera della nobiltà aprendo, d'allora in avanti, com'era presso i nostri maggiori, l'adito al consolato al valore-personale non meno che alla nobiltà del sangue, non avrei mai creduto che a me, figlio di un cavaliere romano, nel difendere da console un console designato, di vecchia e insigne famiglia, venissero gli accusatori a parlare ancora di « novità » della stirpe. Anche a me è occorso di contender quella carica con due patrizi, l'uno scellerato e facinoroso, l'altro mite e ottimo uomo: eppure vinsi in Catilina la sua nobiltà, in Galba la popolarità. Se questa vittoria si fosse potuta tradurre in una imputazione all'uomo nuovo, oh! non mi sarebbero davvero mancati ne i nemici e ne gli invidiosi!
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INIZIO: (Caligula) Nec minore livore ac malignitate quam superbia... FINE: Vetera familiarum insignia nobilissimo cuique ademit, Torquato torquem, Cincinnato crinem, Cn. Pompeio stirpis antiquae Magni cognomen.
Caligola, con non meno invidia e cattiveria che superbia e violenza, infierì contro quasi tutti gli uomini del suo tempo. Abbattè le statue di uomini illustri portate per la strettezza da Augusto dall'area Capitolina al campo di Marte, tanto che non poterono essere ricostruite con le iscrizioni intatte, e dopo vietò di costruire in qualsiasi posto la statua o l'immagine di chiunque vivente senza la sua opinione e autorizzazione. Pensò anche di abolire i poemi omerici, dicendo: perché non si può/è lecito (fare) come fece Platone, che bandì l'antico poeta dalla città che governava. Ma poco mancò che rimovesse da tutte le biblioteche le opere e le immagini di Virgilio e Tito Livio perché accusava l'uno come senza ingegno e con poca dottrina/intelligenza, l'altro come un chiacchierone/bugiardo in storia e scorretto. (discusse) anche con i giuristi consulti, quasi volesse abolire ogni uso della loro scienza, spesso diceva di fare in modo che non potessero dare nessuna risposta eccetto lui. Tolse ai cittadini più nobili le distinzioni familiari: a Torquato la collana, a Cincinnato i capelli, a Cn. Pompeio il soprannome di antica stirpe di "Grande".
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O di inmortales! ubinam gentium sumus? in qua urbe vivimus? quam rem publicam habemus? Hic, hic sunt in nostro numero, patres conscripti, in hoc orbis terrae sanctissimo gravissimoque consilio, qui de nostro omnium interitu, qui de huius urbis atque adeo de orbis terrarum exitio cogitent! Hos ego video consul et de re publica sententiam rogo et, quos ferro trucidari oportebat, eos nondum voce volnero! Fuisti igitur apud Laecam illa nocte, Catilina, distribuisti partes Italiae, statuisti, quo quemque proficisci placeret, delegisti, quos Romae relinqueres, quos tecum educeres, discripsisti urbis partes ad incendia, confirmasti te ipsum iam esse exiturum, dixisti paulum tibi esse etiam nunc morae, quod ego viverem. Reperti sunt duo equites Romani, qui te ista cura liberarent et sese illa ipsa nocte paulo ante lucem me in meo lectulo interfecturos pollicerentur. Haec ego omnia vixdum etiam coetu vestro dimisso comperi; domum meam maioribus praesidiis munivi atque firmavi, exclusi eos, quos tu ad me salutatum mane miseras, cum illi ipsi venissent, quos ego iam multis ac summis viris ad me id temporis venturos esse praedixeram
O dèi immortali! In che parte del mondo ci troviamo? Che governo è il nostro? In che città viviamo? Qui, sono qui in mezzo a noi, padri coscritti, in questa assemblea che è la più sacra, la più autorevole della terra, individui che meditano la morte di tutti noi, la fine di questa città o piuttosto del mondo intero. Io, il console, li vedo e chiedo il loro parere su questioni politiche: uomini che bisognava fare a pezzi con la spada, non li ferisco nemmeno con la parola. Così, Catilina, sei stato da Leca, quella notte. Hai diviso l'Italia tra i tuoi; hai stabilito la destinazione di ciascuno; hai scelto chi lasciare a Roma e chi condurre con te; hai fissato quali quartieri della città dovevate incendiare; hai confermato la tua partenza imminente; hai detto che avresti aspettato ancora un pò perché ero vivo. Sono stati trovati due cavalieri disposti a liberarti di questa incombenza e a prometterti di uccidermi nel mio letto, quella notte stessa, poco prima dell'alba. Ho saputo tutto non appena avete sciolto la riunione. Allora ho protetto, difeso casa mia con misure più efficaci; non ho fatto entrare chi, al mattino, avevi inviato a salutarmi: avevo del resto preannunciato a molti autorevoli cittadini che, per quell'ora, costoro si sarebbero recati da me