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Laocoon, Neptuni sacerdos, magnum taurum mactabat ad aras. ecce autem gemini angues, incumbunt pelago, pariterque ad litora Troiae tendunt. Capita eorum erecta sunt interundas, et iubae sanguineae summam aquam exsuperant. Mare spumat, linguae vibrant, ora sibilant. Troiani perterriti diffugiunt. Illi agmine certo petunt Laocoontem, parva corpora natorum eius implican, eorum misera corpora devorant. Deinde patrem, qui filiis subveniebat, serpentes corripiunt eumque spiris mortiferis ligant. Ille frustra tendit divellere nodos, simul clamores orrendos ad caelum tollit.
Laocoonte, sacerdote di Nettuno, sacrificava grandi tori presso l'altare. Ma ecco due serpenti, alla spedizione di tenedo, incombono sul mare tendono alle spiagge di Troia. Le teste di quelli sono ritte in mezzo alle onde, e le creste sanguigne superano l'acqua profonda. Il mare spumeggia, le lingue vibrano, le bocche sibilano. I Troiani atterriti si disperdono. Quelli con schiera sicura si dirigono verso Laocoonte, avvolgono i piccoli corpi dei suoi nati, divorano i loro miseri corpi. Poi il padre, che veniva in soccorso ai figli. I figli afferreranno i serpenti e lo legano.
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Eneide-Virgilio
Ma trepidante e fiera per il suo enorme proposito, Didone, roteando gli occhi iniettati di sangue, con le guance tremanti cosparse di chiazze, pallida per la morte imminente, irrompe nelle stanze più interne della casa e sale sull'alto rogo in preda alla furia e sguaina la spada troiana, dono non richiesto per quest'uso. Qui dopochè notò le vesti di Enea e il noto letto, indugiando alquanto a piangere e a ricordare si gettò sul letto e disse le sue ultime parole: . Disse, e premuta la bocca sul letto: disse, . Diceva e proprio nel mezzo di tali parole le compagne la vedono caduta sul ferro e vedono la spada spumeggiante di sangue e le mani cosparse. Il clamore giunge alle alte volte della reggia: scrollata la Fama per la città. Le case fremono di lamenti e di gemiti e di urla femminili, il cielo risuona di alti pianti come se tutta la stagione o l'antica Tiro crollasse per il dilagare di nemici e le fiamme furenti si espandessero per le dimore degli uomini e degli dei.
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Forte sacer Cybelo Chloreus olimque sacerdos insignis longe Phrygiis fulgebat in armis spumantemque agitabat equum, quem pellis aenis in plumam squamis auro conserta tegebat. Ipse, peregrina ferrugine clarus et ostro, spicula torquebat Lycio Gortynia cornu; aureus ex umeris erat arcus et aurea vati cassida; tum croceam chlamydemque sinusque crepantis carbaseos fulvo in nodum collegerat auro pictus acu tunicas et barbara tegmina crurum. Hunc virgo, sive ut templis praefigeret arma Troia, captivo sive ut se ferret in auro venatrix, unum ex omni certamine pugnae caeca sequebatur totumque incauta per agmen femineo praedae et spoliorum ardebat amore, telum ex insidiis cum tandem tempore capto concitat et superos Arruns sic voce precatur: 'Summe deum, sancti custos Soractis Apollo, quem primi colimus, cui pineus ardor acervo pascitur et medium freti pietate per ignem cultores multa premimus vestigia pruna, da, pater, hoc nostris aboleri dedecus armis, omnipotens. Non exuvias pulsaeve tropaeum virginis aut spolia ulla peto (mihi cetera laudem facta ferent): haec dira meo dum vulnere pestis pulsa cadat, patrias remeabo inglorius urbes. Audiit et voti Phoebus succedere partem mente dedit, partem volucris dispersit in auras: sterneret ut subita turbatam morte Camillam, adnuit oranti; reducem ut patria alta videret, non dedit, inque Notos vocem vertere procellae. Ergo ut missa manu sonitum dedit hasta per auras, convertere animos acris oculosque tulere cuncti ad reginam Volsci. Nihil ipsa nec aurae nec sonitus memor aut venientis ab aethere teli, hasta sub exsertam donec perlata papillam haesit virgineumque alte bibit acta cruorem. Concurrunt trepidae comites dominamque ruentem suscipiunt. Fugit ante omnis exterritus Arruns, laetitia mixtoque metu, nec iam amplius hastae credere nec telis occurrere virginis audet. Ac velut ille, prius quam tela inimica sequantur, continuo in montis sese avius abdidit altos occiso pastore lupus magnove iuvenco, conscius audacis facti, caudamque remulcens subiecit pavitantem utero silvasque petivit: haud secus ex oculis se turbidus abstulit Arruns contentusque fuga mediis se immiscuit armis. Illa manu moriens telum trahit, ossa sed inter ferreus ad costas alto stat vulnere mucro: labitur exsanguis, labuntur frigida leto lumina, purpureus quondam color ora reliquit. Tum sic exspirans Accam ex aequalibus unam adloquitur fidam ante alias, quae sola Camillae, quicum partiri curas; atque haec ita fatur: 'Hactenus, Acca soror, potui: nunc vulnus acerbum conficit, et tenebris nigrescunt omnia circum. Effuge et haec Turno mandata novissima perfer: succedat pugnae Troianosque arceat urbe. Iamque vale. ' Simul his dictis linquebat habenas, ad terram non sponte fluens. Tum frigida toto paulatim exsolvit se corpore lentaque colla et captum leto posuit caput, arma relinquunt, vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras
Accadde che Cloreo, sacro alla Dea Cibele e un tempo suo sacerdote, brillasse di lontano di splendide armi frigie, spronando un cavallo schiumoso, ricoperto d'una pelle guarnita di squame di bronzo in forma di piume con belle fibbie d'oro. Lucente di porpora spagnola, color ruggine, Cloreo vibrava frecce gortinie con un arco di Licia, tutto d'oro; aveva un elmo d'oro, e un nodo d'oro fulvo gli chiudeva la clamide di lino giallo, frusciante di pieghe sulla tunica ricamata e sugli alti barbarici schinieri. la fanciulla va in caccia ciecamente del fulgido sacerdote, lo insegue attraverso la folla dei combattenti, vuole lui solo in mezzo a tanti; o per portarne le armi in offerta agli Dei o forse per ornarsi di tanto oro. Bruciava di femminile voglia per quella bella preda e non pensava ad altro, incauta. Ed ecco, Arunte cogliendo l'occasione avventa a tradimento l'asta e invoca i Celesti: "Apollo, protettore del santo Soratte; grande Dio che onoriamo più di chiunque: tu cui sale la vampa del rogo di pini sul quale noi montiamo adorandoti, certi della tua compassione, calcando i nostri passi attraverso le fiamme sull'alta brace: Padre onnipotente, fa' che l'arma mia cancelli quest'obbrobrio! Non chiedo le spoglie né il trofeo della vergine uccisa né alcuna preda: altre saranno le gesta che mi daranno gloria! Mi basta ritornare in patria senza lodi, purché questo flagello muoia per la mia mano. " Febo l'udì e permise che una parte del voto andasse a compimento, ma l'altra la disperse, la scompigliò nel cielo: acconsentì a che Arunte uccidesse Camilla di sorpresa, proibì che la sua patria illustre lo vedesse tornare. Quest'ultima preghiera la rubarono i venti. Il giavellotto di Arunte ronzò attraverso l'aria: i Volsci trepidarono e rivolsero gli occhi alla regina. Lei non s'accorse di nulla, né dell'aria percossa né del fischio dell'asta che scendeva dall'alto, finché velocissima s'infisse sotto il seno scoperto e penetrando profondamente bevve quel sangue verginale. Accorrono tremando le compagne e sorreggono la loro signora che cade. Esterrefatto per la gioia e il terrore Arunte fugge via e non osa affidarsi di nuovo alla sua lancia affrontando Camilla. Come un lupo che - ucciso un pastore od un grosso giovenco - ben sapendo d'averla fatta grossa scappa alla disperata prima che i giavellotti lo inseguano, smarrito, senza riposo, in cerca d'un rifugio sui monti, e nasconde la coda tra le gambe e s'interna nei boschi: così Arunte si sottrasse sconvolto agli occhi dei nemici confondendosi in mezzo agli armati, felice d'essersi posto in salvo. Camilla muore: tenta di strapparsi dal petto la lancia, ma la punta di ferro è piantata profondamente in mezzo alle costole. Esangue vacilla, i suoi occhi si spengono nel gelo della morte, il suo volto rosato impallidisce. Spirando si rivolge ad Acca, la più cara delle compagne, la sola confidente di tutti i segreti, e le dice in un sussurro: "O Acca, sorella mia, non posso... più... Mi finisce l'aspra ferita... Tutto, intorno, affonda nelle tenebre... Corri da Turno, portagli quest'ultimo messaggio: venga a sostituirmi, allontani i Troiani dalla città in pericolo... E adesso addio. " Ciò detto abbandonò le redini, scivolò dalla sella, si accasciò sul terreno, diventò poco a poco sempre più fredda. Infine reclina il collo languido e la testa già invasa dalla morte, lasciando cadere al suolo le armi. Con un acuto gemito la sua vita sdegnosa cala giù tra le Ombre.
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Ipse urbem repeto et cingor fulgentibus armis.
stat casus renovare omnis omnemque reverti
per Troiam et rursus caput obiectare periclis.
principio muros obscuraque limina portae,
qua gressum extuleram, repeto et vestigia retro
observata sequor per noctem et lumine lustro:
horror ubique animo, simul ipsa silentia terrent.
inde domum, si forte pedem, si forte tulisset,
me refero: inruerant Danai et tectum omne tenebant.
ilicet ignis edax summa ad fastigia vento
volvitur; exsuperant flammae, furit aestus ad auras.
procedo et Priami sedes arcemque reviso:
et iam porticibus vacuis Iunonis asylo
custodes lecti Phoenix et dirus Ulixes
praedam adservabant. huc undique Troia gaza
incensis erepta adytis, mensaeque deorum
crateresque auro solidi, captivaque vestis
congeritur. pueri et pavidae longo ordine matres
stant circum.
Io ritorno in città e sono cinto di splendenti armi.
E' deciso di rinnovare ogni vicenda e ritornare per tutta
Troia ed offrire di nuovo la vita ai pericoli.
Al principio ripercorro le mura e le oscure soglie della porta
donde avevo preso il cammino e seguo a ritroso le orme
percorse nella notte e scruto con la luce (della notte):
ovunque spavento pel cuore, insieme gli stessi silenzi atterriscono.
Poi mi riporto a casa, se mai vi avesse rivolto, se mai,
il passo: v'eran penetrati i Danai e tenevano tutta la casa.
D'improvviso il fuoco vorace col vento si avvolge
ai tetti, le fiamme stravincono, la vampa infuria per l'aria.
Avanzo e rivedo il palazzo e la rocca di Priamo:
ed ormai nei vasti porticati nell'asilo di Giunone
guardie scelte Fenice ed il crudele Ulisse
curavano il bottino. Qui da ogni parte si ammucchiano
i tesori troiani saccheggiati, bruciati i penetrali,
mense degli dei, vasi massicci d'oro e vestiario
catturato. Bambini e madri impaurite stanno attorno
in lunga fila.
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Atque equidem, extremo ni iam sub fine laborum vela traham et terris festinem advertere proram, forsitan et, pingues hortos quae cura colendi ornaret, canerem, biferique rosaria Paesti, quoque modo potis gauderent intiba rivis et virides apio ripae, tortusque per herbam cresceret in ventrem cucumis; nec sera comantem narcissum aut flexi tacuissem vimen acanthi pallentesque hederas et amantes litora myrtos. Namque sub Oebaliae memini me turribus arcis, qua niger umectat flaventia culta Galaesus, Corycium vidisse senem, cui pauca relicti iugera ruris erant, nec fertilis illa iuvencis nec pecori opportuna seges nec commoda Baccho. Hic rarum tamen in dumis olus albaque circum lilia verbenasque premens vescumque papaver regum aequabat opes animis seraque revertens nocte domum dapibus mensas onerabat inemptis. Primus vere rosam atque autumno carpere poma, et cum tristis hiems etiamnum frigore saxa rumperet et glacie cursus frenaret aquarum, ille comam mollis iam tondebat hyacinthi aestatem increpitans seram Zephyrosque morantes. Ergo apibus fetis idem atque examine multo primus abundare et spumantia cogere pressis mella favis; illi tiliae atque uberrima pinus, quotque in flore novo pomis se fertilis arbos induerat, totidem autumno matura tenebat. Ille etiam seras in versum distulit ulmos eduramque pirum et spinos iam pruna ferentes iamque ministrantem platanum potantibus umbras. Verum haec ipse equidem spatiis exclusus iniquis praetereo atque aliis post me memoranda relinquo.
E certo, se ormai al termine della mia fatica non dovessi ammainare le vele e dritta puntare la prua verso terra, orse canterei l'arte di rendere fertili e di ornare i giardini, rosai di Paestum due volte all'anno in fiore; come l'indivia si anima bevendo ai ruscelli e l'apio verdeggia sugli argini, o come attorcigliato in mezzo all'erba resce gonfiandosi il cocomero; senza dimenticare il narciso d'autunno, lo stelo flessibile dell'acanto, l'edera pallida il mirto innamorato delle spiagge. Ricordo, sotto le torri della rocca di Taranto, dove il Galeso scuro bagna la bionda campagna, vidi un vecchio di Còrico che aveva pochi iugeri di campo abbandonato, terra infeconda al lavoro dei buoi, inadatta alle greggi, sfavorevole alle viti. Eppure, piantando qualche legume fra gli sterpi e intorno gigli candidi, verbena e gracili papaveri, in cuor suo si sentiva ricco come un re e, rincasando a tarda notte, guarniva la mensa di cibi non comprati. primo fra tutti nel cogliere la rosa a primavera e la frutta in autunno, quando l'inverno tetro spezzava ancora i sassi per il freddo e frenava col ghiaccio i corsi d'acqua, egli già recideva il fiore delicato del giacinto, beffandosi dell'estate tardiva degli zefiri a venire. Così prima di tutti aveva in quantità pupe di api, quindi uno sciarne numeroso, e spremendo i favi raccoglieva spuma di miele; aveva tigli, pini rigogliosi e i suoi alberi maturavano in autunno tutti i frutti di cui in fiore s'erano rivestiti a primavera. E in filari aveva trapiantato olmi già vecchi, peri durissimi, pruni che davano susine e un platano che offriva ombra ai bevitori. Ma io, impedito dall'incalzare del tempo, devo abbandonare questi ricordi e lasciare ad altri dopo di me che li tramandino.