Βασιλεας δε και αρχοντας ου τους τα σκηπτρα εχοντας, εφη, ειναι ουδε τους υπο των τυχοντων... οπως εκεινοις πειθομενοι τα δεοντα τραττωσιν.
Diceva che re e comandanti non sono coloro che hanno gli scettri, né quelli che sono eletti da quelli che capitano, né quelli che ottengono ( λαγχάνω) il comando per sorte, né coloro che usano la forza ( βιάω) o coloro che ingannano ( ἐξαπατάω), ma coloro che sono in grado ( ἐπίσταμαι ) di governare. Quando uno infatti ammettesse che è proprio di chi comanda ordinare ciò che bisogna fare, e di chi è comandato obbedire, egli dimostrava che su una nave colui che è esperto è il comandante, mentre il proprietario della nave e tutti gli altri nella nave sono coloro obbediscono a colui che è esperto, anche nell'agricoltura [fanno questo] i proprietari dei campi, e nella malattia gli ammalati, e [anche] nella ginnastica coloro che esercitano il corpo e tutti gli altri che possiedono qualche cosa che abbisogna di cure: se pensano di saperlo fare, se ne occupano, se no, non solo obbediscono agli esperti, se ve ne sono, ma, quando non ce ne siano, lì mandano anche a cercare per poter fare ciò che si deve, obbedendo a loro