LA MORTE DI CLEOMENE E BRASIDA
VERSIONE DI GRECO di Tucidide
TRADUZIONE dal libro Hellenikon Phronema
ἐπειδὴ δὲ καὶ ἡ ἐν Ἀμφιπόλει ἧσσα τοῖς Ἀθηναίοις ἐγεγένητο καὶ ἐτεθνήκει Κλέων τε καὶ Βρασίδας, οἵπερ ἀμφοτέρωθεν μάλιστα ἠναντιοῦντο τῆι εἰρήνηι, ὁ μὲν διὰ τὸ εὐτυχεῖν τε καὶ τιμᾶσθαι ἐκ τοῦ πολεμεῖν, ὁ δὲ γενομένης ἡσυχίας καταφανέστερος νομίζων ἂν εἶναι κακουργῶν καὶ ἀπιστότερος διαβάλλων, τότε δὴ ἑκατέραι τῆι πόλει σπεύδοντες τὰ μάλιστα τὴν ἡγεμονίαν Πλειστοάναξ τε ὁ Παυσανίου βασιλεὺς Λακεδαιμονίων καὶ Νικίας ὁ Νικηράτου, πλεῖστα τῶν τότε εὖ φερόμενος ἐν στρατηγίαις, πολλῶι δὴ μᾶλλον προυθυμοῦντο, Νικίας μὲν βουλόμενος, ἐν ὧι ἀπαθὴς ἦν καὶ ἠξιοῦτο, διασώσασθαι τὴν εὐτυχίαν, καὶ ἔς τε τὸ αὐτίκα πόνων πεπαῦσθαι καὶ αὐτὸς καὶ τοὺς πολίτας παῦσαι καὶ τῶι μέλλοντι χρόνωι καταλιπεῖν ὄνομα ὡς οὐδὲν σφήλας τὴν πόλιν διεγένετο, νομίζων ἐκ τοῦ ἀκινδύνου τοῦτο ξυμβαίνειν καὶ ὅστις ἐλάχιστα τύχηι αὑτὸν παραδίδωσι, τὸ δὲ ἀκίνδυνον τὴν εἰρήνην παρέχειν, Πλειστοάναξ δὲ ὑπὸ τῶν ἐχθρῶν διαβαλλόμενος περὶ τῆς καθόδου, καὶ ἐς ἐνθυμίαν τοῖς Λακεδαιμονίοις αἰεὶ προβαλλόμενος ὑπ' αὐτῶν, ὁπότε τι πταίσειαν, ὡς διὰ τὴν ἐκείνου κάθοδον παρανομηθεῖσαν ταῦτα ξυμβαίνοι. τὴν γὰρ πρόμαντιν τὴν ἐν Δελφοῖς ἐπηιτιῶντο αὐτὸν πεῖσαι μετ' Ἀριστοκλέους τοῦ ἀδελφοῦ ὥστε χρῆσαι Λακεδαιμονίοις ἐπὶ πολὺ τάδε θεωροῖς ἀφικνουμένοις, Διὸς υἱοῦ ἡμιθέου τὸ σπέρμα ἐκ τῆς ἀλλοτρίας ἐς τὴν ἑαυτῶν ἀναφέρειν, εἰ δὲ μή, ἀργυρέαι εὐλάκαι εὐλαξεῖν· χρόνωι δὲ προτρέψαι τοὺς Λακεδαιμονίους φεύγοντα αὐτὸν ἐς Λύκαιον διὰ τὴν ἐκ τῆς Ἀττικῆς ποτὲ μετὰ δώρων δοκήσεως ἀναχώρησιν, καὶ ἥμισυ τῆς οἰκίας τοῦ ἱεροῦ τότε τοῦ Διὸς οἰκοῦντα φόβωι τῶι Λακεδαιμονίων, ἔτει ἑνὸς δέοντι εἰκοστῶι τοῖς ὁμοίοις χοροῖς καὶ θυσίαις καταγαγεῖν ὥσπερ ὅτε τὸ πρῶτον Λακεδαίμονα κτίζοντες τοὺς βασιλέας καθίσταντο.
TRADUZIONE
Poi calò su Atene il disastro di Anfipoli, in cui giacquero morti Cleone e Brasida. Costoro, in campo opposti, erano le voci più fiere contro la pace. All'uno la guerra aveva tributato splendori e fortuna. Con la pace incombeva sull'altro - lo presentiva nettamente - lo spettro di una verifica più meticolosa e limpida della sua politica: le sue pratiche losche sarebbero svelate, il suo torrente abituale di calunnie scemerebbe di credulità. A quell'epoca, nelle rispettive capitali, si prodigavano per affermarsi al vertice della direzione pubblica due figure di statisti: Plistoanatte, figlio di Pausania, re degli Spartani, e Nicia figlio di Nicerato, lo stratego di massimo spicco per felice genio militare, a quel tempo. Erano gli artefici più fervidi di una politica di pace. In quanto a Nicia aspirava a serbarsi integro il frutto dei suoi successi prosperi, mentre la sconfitta non lo aveva ancora toccato e un prestigio immenso aleggiava intorno a lui: per riporre lui stesso in avvenire le armi e troncare le angosce dei concittadini. Le generazioni venture riceverebbero in riverente eredità il suo nome: una vita profusa al servizio dello Stato, tersa di errori. Riteneva più probabile l'avverarsi di questa aspirazione sotto l'impero della sicurezza, per chi è meno incline a consegnarsi agli arbitri del caso: e la pace soltanto rende sicura la vita. Su Plistoanatte grandinavano le sfuriate dei suoi avversari di parte, di cui era fonte il suo rientro dall'esilio: e quell'argomento, l'illegalità del suo rimpatrio, di cui si avvalevano come rimprovero e monito per gli Spartani, era ogni volta il primo a spuntare quando un infortunio lacerava la città. S'aggiungeva un'accusa precisa: di aver indotto con il fratello Aristocle la profetessa di Delfi a fornire più volte questo responso agli interroganti che la visitavano da Sparta: "dalla straniera terra ricondurre alla patria la prole del semidio, figlio di Zeus: se no, con aratro d'argento dovranno arare". Gli rinfacciavano quindi che la profetessa aveva spronato gli Spartani a richiamarlo. Viveva esule, sospetto di aver ritirato le truppe dall'Attica per sete d'oro in un rifugio sul monte Liceo, una casa disposta per metà sul terreno sacrato a Zeus: un accorgimento dettato dalla paura che gli Spartani gli incutevano. Il suo richiamo fu celebrato dopo diciannove anni di esilio con cori e sacrifici non meno solenni di quelli che accompagnarono, all'atto della fondazione di Sparta, l'insediamento dei primi.