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Alexander igitur, cui Mamaea mater fuit - nam et ita dicitur aplerisque - a prima pueritia artibus bonis inbutus tam civilibus quam militaribus ne unum quidem diem sponte sua transire passus est, quose non et ad litteras et ad militam exerceret. Nam in prima pueritia litteratores habuit Valerium Cordum et Titum Veturium et Aurelium Philippum libertum patris, qui vitam eius postea litteras misit, grammaticum in patria Graecum Nehonem, rhetorem Serapionem, filosophum Stilionem, Romae grammaticos Scaurinum Scaurini filium, doctorem celeberrimum, rhetores Iulium Frontinum et Baebium Macrianum et Iulium Granianum, cuuis hodieque declamatae feruntur. Sed in Latinis non multum profecit, ut ex eiusdem orationibus apparet, quas senatu habuit, vel contionibus, quas apud milites vel apud populum.
Ebbene, Alessando figlio di Mamea e come tale chiamato dai più ricevette, fin dalla prima fanciullezza, un'ottima educazione intellettuale e militare, e (non) permise, di sua iniziativa, di trascorre neanche un solo giorno senza esercitarsi nell'arte letteraria e in quella militare. E infatti, nella sua prima adolescenza, ebbe come maestri Valerio Cordo, Tito Veturio e Aurelio Filippo - liberto del padre, il quale in seguito gli dedicò una biografia - come maestro di grammatica il greco Neone, di retorica Serapione, di filosofia Stilione e - a Roma - come maestri di grammatica Scaurino, figlio di Scaurino - intellettuale celeberrimo - i retori Giulio Frontino, Bebio Macriano e Giulio Graniano, le cui declamazioni si leggono a tutt'oggi. Eppure, non fu una cima nella lingua latina, come si evince dalle sue stesse orazioni, che tenne in Senato, o dai discorsi che tenne davanti all'esercito o al popolo
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Aegyptum imperio populi Romani adieci. Armeniam maiorem interfecto rege eius Artaxe cum possem facere provinciam malui maiorum nostrorum exemplo regnum id Tigrani regis Artavasdis filio, nepoti autem Tigranis regis, per Ti. Neronem tradere, qui tum mihi privignus erat. Et eandem gentem postea desciscentem et rebellantem domitam per Gaium filium meum regi Ariobarzani regis Medorum Artabazi filio regendam tradidi, et post eius mortem filio eius Artavasdi; quo interfecto Tigranem qui erat ex regio genere Armeniorum oriundus in id regnum misi. Provincias omnis quae trans Hadrianum mare vergunt ad orientem Cyrenasque, iam ex parte magna regibus ea possidentibus, et antea Siciliam et Sardiniam occupatas bello servili reciperavi. Colonias in Africa, Sicilia, Macedonia, utraque Hispania, Achaia, Asia, Syria, Gallia Narbonensi, Pisidia militum deduxi Italia autem XXVIII colonias quae vivo me celeberrimae et frequentissimae fuerunt mea auctoritate deductas habet. Signa militaria complura per alios duces amissa devictis hostibus recepi ex Hispania et Gallia et a Dalmateis. Parthos trium exercitum Romanorum spolia et signa reddere mihi supplicesque amicitiam populi Romani petere coegi. Ea autem signa in penetrali quod est in templo Martis Ultoris reposui.
Aggiunsi al dominio del popolo romano l’Egitto. Quando fu ucciso il re Artaxe, potendo fare dell’Armenia maggiore una provincia, preferii secondo l’esempio degli antenati consegnare il regno a Tigrane figlio del re Artavasde e nipote del re Tigrane, per mezzo di Tiberio Nerone, che allora era mio figliastro. E quello stesso popolo, infedele e ribelle, soggiogato da mio figlio Gaio consegnai in reggenza al re Ariobarzane figlio del re dei medi Artabaze, e dopo la sua morte a suo figlio Artavasde. Quando quest’ultimo fu ucciso, mandai in quel regno Tigrane, che apparteneva alla famiglia reale degli Armeni. Riconquistai tutte le province che si estendono a oriente oltre il mare Adriatico, e Cirene, possedute allora in gran parte da re, e prima la Sicilia e la Sardegna occupate durante la guerra servile. Fondai colonie militari in Africa, Sicilia, Macedonia, in entrambe le Spagne, in Acaia, Asia, Siria, Gallia Narbonese, Pisidia. L’Italia per parte sua possiede per mia volontà ventotto colonie, che durante la mia vita furono molto popolate e prosperose.
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Annos undeviginti natus, exercitum privato consilio et privata impensa comparavi et rem publicam, a dominatione factionis oppressam, in libertatem vindicavi. Milia civium Romanorum sub sacramento meo fuerunt circiter quingenta. Deduxi in colonias, aut remisi in municipia sua, milia aliquanto plura quam trecenta et iis omnibus agros adsignavi aut pecuniam pro praemiis militiae dedi. Naves cepi sescenta. Bis ovans triumphavi et tres egi curules triumphos et appellatus sum semel et viciens imperator. Ob meas res terra marique prospere gestas quinquagiens et quinquiens decrevit senatus dis immortalibus supplicationes. Supplicaverunt autem ex senatus consulto per dies DCCCLXXXX. In triumphis meis fuerunt ante currum meum reges et regum liberi novem. Consul fueram terdeciens cum scribebam haec; princeps senatus fui per annos quadraginta.
Diciannovenne, istituì l'esercito con un consiglio privato e a mie spese rivendicai in libertà la repubblica, schiacciata dalla sovranità dell'oligarchia. Quasi 500mila cittadini romani furono sotto il mio giuramento. Li condussi verso le colonie o li rimandai nelle proprie città, alquanto più di 1000 e 300 e assegnai a tutti questi i campi o diedi all'esercito denaro come ricompensa. Presi 600 navi. Per due volte celebrai trionfando il rito dell'ovazione e condussi tre trionfi sul cocchio trionfale. Il senato decretò a causa delle mie imprese compiute felicemente per terre e per mari 55 cerimonie per gli dei immortali. Poi avendo celebrato supplicazioni dal senato consulto per 890 giorni. Nelle mie vittorie ci furono 9 re e i figli dei re davanti al mio carro. Ero stato console per 13 volte quando scrivevo queste pagine; fui il primo del senato per 40 anni.
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Augustus, magnus Romanorum imperator, maria terrasque pacavit, mercaturas adiuvit, modesta vectigalia imposuit. Colonias militum in Africa, Sicialia, Macedonia, Hispania, Asia, Gallia condidit. Romam ex India reges legationes saepe miserunt Augustiqie amicitiam per legatos petiverunt. Apud Augustum confugerunt etiam reges: Tiridates, Parthorum rex, et postea Phraate. Pannoniam populi Romani imperio subiecit et ad Danuvii ripam Illyricam provinciam propagavit.
Augusto, un grande imperatore dei Romani, riappacificò (sott. tra loro) terre e mari, aiutò agli scambi commerciali, impose tasse modeste. Fondò le colonie militari in Africa, in Sicilia, in Macedona, in Spagna in Asia, e in Gallia. i sovrani inviarono spesso dall'India a Roma delle delegazioni e chiesero per mezzo di legati l'amicizia di Augusto. Da Augusto si rifugiarono anche dei re: Titridate, re dei Parti, e poi Fraate. (Augusto) sottomise all'impero del popolo romano la Pannonia ed allargò la provincia Illirica fino alla riva del Danubio
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Ter munus gladiatorium dedi meo nomine et quinquiens filiorum meorum aut nepotum nomine, quibus muneribus depugnaverunt hominum circiter decem millia. Bis athletarum undique accitorum spectaculum propulo praebui meo nomine et tertium nepotis mei nomine. Venationes bestiarum Africanarum meo nomine aut filiorum meorum et nepotum in circo aut in foro aut in amphitheatris populo dedi sexiens et viciens, quibus confecta sunt bestiarum circiter tria millia et quingentae. Navalis proeli spectaclum populo dedi trans Tiberim in quo loco nunc nemus est Caesarum, cavato solo in longitudinem mille et octingentos pedes, in latitudinem mille et ducenti, in quo triginta rostratae naves triremes aut biremes, plures autem minores inter se confilxerunt; quibus in classibus pugnaverunt praeter remiges millia hominum tria circiter.
Tre volte ho fornito spettacoli di gladiatori sotto il mio nome (in pratica, quando ero imperatore) e cinque volte sotto il nome dei miei figli e nipoti; in questi spettacoli circa 10mila uomini combattevano. Due volte ho allestito sotto al mio nome spettacoli di atleti radunati da ogni luogo, e tre volte sotto il nome di mio nipote. Ventisei volte, sotto al mio nome o (sotto il nome) dei miei figli e nipoti, ho dato al popolo delle battute di caccia di bestie Africane nel Circo, all'aperto, o nell'anfiteatro, nelle quali furono uccise circa 3500 bestie. Ho dato al popolo uno spettacolo di battaglia navale, nella zona al di là del Tevere dove è ora il boschetto (o anche "frutteto") dei Cesari, con il terreno scavato in lunghezza per 1800 piedi e in larghezza per 1200 (piedi), nel quale 30 navi munite di rostro, biremi e triremi, ma anche molte (navi) più piccole, si combatterono l'un l'altra; in queste navi circa 3000 uomini combatterono oltre ai rematori.