Aeque dis inmortalibus acceptus Simonides, cuius salus ab inminenti officio defensa ruinae quoque subtracta est: cenanti enim apud Scopam Crannone, quod est in Thessalia oppidum, nuntiatum est duos iuvenes ad ianuam venisse magnopere rogantes ut ad eos continuo prodiret. ad quos egressus neminem repperit ibi. Ceterum eo momento temporis triclinium, in quo Scopas epulabatur, conlapsum et ipsum et omnes convivas oppressit. Quid hac felicitate locupletius, quam nec mare nec terra saeviens extinguere valuit! Non invitus huic subnecto Daphniten, ne quis ignoret quantum interfuerit cecinisse deorum laudes et numen obtrectasse. Hic, cum eius studii esset, cuius professores sophistae vocatur, ineptae et mordacis opinationis, Apollinem Delphis inridendi causa consuluit an equum invenire posset, cum omnino nullum habuisset. Cuius ex oraculo reddita vox est, inventurum equum, sed ut eo proturbatus pereret. Inde cum iocabundus quasi delusa sacrarum sortium fide revertereturm incidit in regem Attalum saepenumero a se contumeliosis dictis absentem lacessitum, eiusque iussu saxo, cui nomen erat Equi, praecipitatus ad deos usque cavillandos dementis animi iusta supplicia pependit.

Giustamente Simonide, la cui salute, difesa da una morte incombente, è stata anche sottratta dalla rovina, fu gradito agli dei immortali: infatti, mentre egli cenava presso Scopa a Cranone, che è una città della Tessaglia, fu annunciato che erano giunti alla porta due giovani che gli chiedevano insistentemente di mostrarsi subito a loro. Ma egli uscito per loro, non trovò più nessuno. tuttavia in quell'arco di tempo il triclinio, in cui Scopa stava mangiando, crollò e schiacciò egli stesso e ogni convitato. che cosa ci potrebbe essere di più bello di questa buona sorte, la quale né il mare né al terra inferocita hanno potuto estinguere? Non aggiungo contro voglia a ciò di Daphniten, affinché nessuno ignori quanto sia stato differente cantare le lodi degli dei dal denigrare le divinità. Daphniten, che apparteneva a quella disciplina i cui maestri sono detti sofisti, di una presunzione sconveniente e mordace, per deridere Apollo consultò il suo oracolo a Delfi per sapere se avrebbe mai potuto trovare un cavallo, dato che non ne aveva mai avuto uno. E dall'oracolo gli fu detto che avrebbe trovato un cavallo, ma per morirne disarcionato. Quindi, mentre tornava giocoso come se si prendesse gioco della profezia della divinità, si imbattè nel re Attalo che spesso era stato da lui detto ingiurioso e provocato in sua assenza, e Daphniten, fatto precipitare per ordine del re in un dirupo detto " del cavallo", scontò la giusta condanna per aver avuto una animo tanto folle da schernire gli dei.