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Due schiavi devoti salvano i loro padroni
Autore: Seneca
Scriptoris Animus n. 100 p. 135
Vettius, praetor Marsorum, ducebatur ad Romanum imperatorem; servus eius gladium militi illi ipsi, a quo trahebatur, eduxit et primum dominum occidit, deinde: "Tempus est-inquit-me mihi consulere!iam dominum manu misi atque ita traiecit se uno ictu. Da mihi quemquam, qui magnificentius dominum servaverit. Corfinium Caesar obsidebat, tenebatur inclusus Domitius: imperavit medico eidemque servo suo, ut sibi venenum daret. Cum tergiversantem vidit: "Quid cunctaris-inquit-tamquam in tua potestate totum istud sit?mortem rogo armatus".
Tum ille promisit et medicamentum innoxium bibendum ille dedit; quo cum sopitus esset, accessit ad filium eius et: "Iube - inquit - me adservari(mettere sotto sorveglianza), dum (finchè) ex eventu intellegis, an(se) venenum patri tuo dederim". Vixit Domitius et servatus a Caesare est; prior tamen illum servus servaverat.
Il pretore dei Marsi, Vettio, era portato davanti all'imperatore romano; il suo servo estrasse la spada da quello stesso soldato, dal quale era scortato, e uccise per primo il padrone, poi disse: "E' ora che io provveda a me (stesso)! Già liberato il padrone” e così si trafisse con un sol colpo. Dammi qualcuno, che abbia servito più dignitosamente il padrone. Cesare assediava Corfinio, Domizio era bloccato: comandò al servo e per di più suo medico di dargli del veleno. Vedendolo esitante, disse: "Perché indugi come se tutto fosse in tuo potere? Chiedo la morte armato. ” Allora egli promise e gli diede da bere un innocuo medicamento; quando si addormentò a causa di quella medicina, si avvicinò a suo figlio e disse: "Comanda di mettermi sotto sorveglianza finché capirai dall'esito se abbia dato il veleno a tuo padre. ” Domizio visse e fu graziato da Cesare: tuttavia per primo il servo lo aveva salvato.
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Cato et stricto gladio quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat, 'nihil' inquit 'egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia ut liber, sed ut inter liberos, viverem: nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum. ' Impressit deinde mortiferum corpori vulnus; quo obligato a medicis cum minus sanguinis haberet, minus virium, animi idem, iam non tantum Caesari sed sibi iratus nudas in vulnus manus egit et generosum illum contemptoremque omnis potentiae spiritum non emisit sed eiecit. Non in hoc exempla nunc congero ut ingenium exerceam, sed ut te adversus id quod maxime terribile videtur exhorter; facilius autem exhortabor, si ostendero non fortes tantum viros hoc momentum efflandae animae contempsisse sed quosdam ad alia ignavos in hac re aequasse animum fortissimorum, sicut illum Cn. Pompei socerum Scipionem, qui contrario in Africam vento relatus cum teneri navem suam vidisset ab hostibus, ferro se transverberavit et quaerentibus ubi imperator esset, 'imperator' inquit 'se bene habet'
Traduzione n. 1
Catone, sguainata la spada, che fino a quel giorno aveva tenuto lontano da ogni azione militare, disse: 'Sorte, non hai ottenuto nulla contrastando tutti i miei sforzi. Ho combattuto non per la mia, ma per la libertà della patria, ne' ho condotto battaglie con un'ostinazione tanto grande per vivere libero, ma tra liberi: ora, giacché sono state piante come perdute le faccende del genere umano, Catone sia condotto al sicuro'. In seguito trafisse il suo corpo con un colpo mortale. Ora, non metto insieme questi esempi per esercitare il mio ingegno, ma per esortarti a ciò che pare oltremodo terribile; d'altro canto t'esorterò più facilmente, se dimostrerò che non tanto gli uomini valorosi disdegnarono questo valore, ma che alcuni, ignari ad altro, in ciò eguagliarono l'animo dei più valorosi: Scipione, suocero di Gneo Pompeo, spinto in Africa da un vento sfavorevole, notato che la sua nave veniva catturata dai nemici, si trafisse con la spada, ed a quelli, che domandavano dove fosse il comandante, rispose: 'Il comandante sta bene'.
traduzione n. 2
Catone afferrata la spada che fino a quel giorno non aveva mai macchiato di sangue, disse: "Fortuna, non hai ottenuto nulla contrastando i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà, ma per quella della patria e non agivo con tanta determinazione per vivere libero, ma per vivere tra uomini liberi: ora, poiché la condizione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi al sicuro. " Poi si inferse la ferita mortale; quando i medici gliela suturarono, benché avesse perso sangue e forza, ma non coraggio, irato non tanto con Cesare quanto con se stesso, cacciò le mani nude nella ferita e non spirò ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza. Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male ritenuto il peggiore; e riuscirò più facilmente nel mio proposito mostrandoti che non solo uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, in questa occasione hanno emulato il coraggio dei più forti; per esempio il famoso Scipione, suocero di G. Pompeo; egli, spinto sulle coste africane da venti contrari, vedendo che la sua nave era caduta in mano nemica, si trafisse con la spada, e a chi chiedeva dove fosse il comandante rispose "il comandante sta bene".
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E' meglio vivere secondo natura
Autore: Seneca
Instrumenta n. 44 pag. 109
'Si ad naturam vives, numquam eris pauper; si ad opiniones, numquam eris dives'. Exiguum natura desiderat, opinio immensum. Congeratur in te quidquid multi locupletes possederant; ultra privatum pecuniae modum fortuna te provehat, auro tegat, purpura vestiat, eo deliciarum opumque perducat ut terram marmoribus abscondas; non tantum habere tibi liceat sed calcare divitias; accedant statuae et picturae et quidquid ars ulla luxuriae elaboravit: maiora cupere ab his disces. Naturalia desideria finita sunt: ex falsa opinione nascentia ubi desinant non habent; nullus enim terminus falso est. Via eunti aliquid extremum est: error immensus est. Retrahe ergo te a vanis, et cum voles scire quod petes, utrum naturalem habeat an caecam cupiditatem, considera num possit alicubi consistere: si longe progresso semper aliquid longius restat, scito id naturale non esse. Vale.
Se vivrai secondo natura, non sarai mai povero; se vivrai secondo le opinioni non sarai mai ricco". La natura ha poche esigenze, le opinioni moltissime. Si concentrino pure nelle tue mani le ricchezze di molti; la sorte ti dia più denaro di quanto ne possiede normalmente un privato, ti ricopra d'oro, ti vesta di porpora, ti conceda tanto lusso e magnificenza da poter ricoprire di marmo la terra e ti sia possibile non solo avere ricchezze, ma calpestarle; si aggiungano statue, dipinti e tutto ciò che le varie arti hanno creato per la soddisfazione della lussuria; da questi beni imparerai solo a desiderare sempre di più. I desideri naturali hanno limiti ben definiti, quelli nati da una falsa opinione non ne hanno: il falso non ha confini. Chi percorre una strada ha una mèta: l'andare errando, invece, non ha mai fine. Allontanati, dunque, dalle vanità e quando vuoi sapere se ciò cui aspiri corrisponde a un desiderio cieco o naturale, considera se ha un termine; se dopo un lungo cammino rimane sempre una mèta più avanzata, sappi che non è un desiderio naturale. Stammi bene.
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Effetti dell'ubriachezza
Autore: Seneca
Refer Alexandri Macedonis exemplum, qui Clitum carissimum sibi ac fidelissimum inter epulas transfodit et intellecto facinore mori voluit, certe debuit. Omne vitium ebrietas et incendit et detegit, obstantem malis conatibus verecundiam removet; plures enim pudore peccandi quam bona voluntate prohibitis abstinent. Ubi possedit animum nimia vis vini, quidquid mali latebat emergit. Non facit ebrietas vitia sed protrahit: tunc libidinosus ne cubiculum quidem expectat, sed cupiditatibus suis quantum petierunt sine dilatione permittit; tunc inpudicus morbum profitetur ac publicat; tunc petulans non linguam, non manum continet. Crescit insolenti superbia, crudelitas saevo, malignitas livido; omne vitium laxatur et prodit. Adice illam ignorationem sui, dubia et parum explanata verba, incertos oculos, gradum errantem, vertiginem capitis, tecta ipsa mobilia velut aliquo turbine circumagente totam domum, stomachi tormenta cum effervescit merum ac viscera ipsa distendit.
Fai l'esempio di Alessandro Magno: durante un banchetto trafisse Clito, il suo più caro e fedele amico; quando si rese conto del suo delitto, voleva morire e certo avrebbe dovuto farlo. L'ubriachezza esaspera e mette a nudo tutti i vizi, cancella il pudore che fa da freno ai cattivi impulsi; è la vergogna di fare il male più che la buona volontà a distogliere la maggior parte degli uomini da azioni illecite. Quando l'animo è in preda all'effetto violento del vino, tutta la malvagità nascosta emerge. L'ubriachezza non origina i vizi, ma li mette in luce: è allora che l'uomo libidinoso non aspetta nemmeno di entrare in camera da letto, ma soddisfa subito le sue voglie; che l'impudico rivela apertamente i suoi istinti morbosi; che l'insolente non tiene più a freno la lingua e le mani. Cresce la superbia dell'arrogante, la crudeltà del violento, la malevolenza dell'invidioso; ogni vizio viene fuori ingigantito. C'è, inoltre, uno stato di incoscienza, un modo di esprimersi incerto e confuso, lo sguardo velato, il passo incerto, i giramenti di testa, l'ondeggiare del tetto come se un vortice facesse girare tutta la casa, il mal di stomaco, quando il vino fermenta e gonfia le viscere.
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Elogio del figlio di Marcia
Autore: Seneca
Quid? tu, Marcia, cum videres senilem in iuuene prudentiam, uictorem omnium uoluptatium animum, emendatum, carentem uitio, diuitias sine auaritia, honores sine ambitione, uoluptates sine luxuria adpetentem, diu tibi putabas illum sospitem posse contingere? Quicquid ad summum peruenit, ab exitu prope est. Eripit se aufertque ex oculis perfecta uirtus, nec ultimum tempus expectant quae in primo maturuerunt. 4. Ignis quo clarior fulsit, citius extinguitur; uiuacior est, qui cum lenta ac difficili materia commissus fumoque demersus ex sordido lucet; eadem enim detinet causa, quae maligne alit. Sic ingenia quo inlustriora, breuiora sunt; nam ubi incremento locus non est, uicinus occasus est. 5. Fabianus ait, id quod nostri quoque parentes uidere, puerum Romae fuisse statura ingentis uiri; sed hic cito decessit, et moriturum breui nemo prudens non ante dixit; non poterat enim ad illam aetatem peruenire, quam praeceperat. Ita est: indicium imminentis exitii nimia maturitas est;
E che? Tu, o Marcia, vedendo una saggezza senile in un giovane, un animo vittorioso di ogni piacere, purificato, esente da vizi, che aspira a ricchezze senza avarizia, ad onori senza ostentazione, a piaceri senza lussuria, pensavi che egli potesse esserti conservato a lungo sano e salvo? Tutto ciò che giunge a somme altezze, è vicino alla fine. Una virtù perfetta si allontana e si sottrae alla vista, e non attende l’estremo momento ciò che è giunto a maturazione precocemente. 4. Quanto più fulgido risplende il fuoco, tanto più rapidamente si spegne; dura di più quello che, appiccato con materiale resistente e avvolto dal fumo sporco, brilla attraverso la sporcizia; infatti lo vivifica la stessa causa che lo alimenta con difficoltà. Così gli spiriti sono di durata tanto più breve quanto più sono eccelsi; infatti laddove non c’è margine di crescita, il tramonto è prossimo. 5. Fabiano dice, e anche i nostri genitori lo hanno visto, che c’era a Roma un fanciullo di statura come quella di un adulto; ma morì presto, e ogni persona assennata previde che sarebbe morto entro breve tempo; infatti non poteva arrivare a quella età che aveva pregustato in anticipo. Così è: una maturazione precoce è indizio di fine imminente.