Aquila in nemore catulos ex vulpis cubili rapuerat et in nidum suum, in celsa rupe positum, portaverat ut eorum carne pullos suos aleret. Vulpes, cum ad rupem advenisset, aquilam flebili voce supplicabat ne catuli sui esca pullorum essent sed matri redderentur. Aquila tamen nullo modo precibus commota est et tuta, ab alto despiciens miseram matrem, eius dolorem contempsit. Tum vulpes, ad desperationem adducta, cum ardentem facem ex ara templi rapuisset, arbusta quae rupem circumdabant et nidum tegebant incendere coepit. Initio aquila, nullum periculum timens quia in alto sedebat, vulpem deridere perseveravit; cum vero flammas proximas nido vidit, ridere desiit et catulos reddidit, ne pulli sui atroci nece perirent.
Un’aquila in una foresta aveva portato via i cuccioli dalla tana di una volpe e li aveva portati nel suo nido, posto su un’alta rupe, per nutrire i suoi aquilotti con la loro carne. La volpe, arrivata alla rupe, supplicava con flebile voce l’aquila perché i suoi cuccioli non fossero cibo per gli aquilotti, ma fossero restituiti alla madre. Tuttavia l’aquila per nulla commossa e stando al sicuro, osservando dall’alto la povera madre, sfidò il suo dolore. Allora la volpe spinta dalla disperazione, avendo sottratto una fiaccola fiammeggiante dall’altare di un tempio, cominciò a incendiare gli arbusti che circondavano la rupe e nascondevano il nido. Dapprima l’aquila non temendo alcun pericolo perché si trovava in alto continuò a deridere la volpe; quando vide le fiamme realmente vicinissime al nido, smise di ridere e restituì i cuccioli per non far perire i suoi piccoli di una morte atroce.