Mihi autem videtur acerba semper et immatura mors eorum, qui immortale aliquid parant. Nam qui voluptatibus dediti quasi in diem vivunt, vivendi causas cotidie finiunt; qui vero posteros cogitant, et memoriam sui operibus extendunt, his nulla mors non repentina est, ut quae semper incohatum aliquid abrumpat. Gaius quidem Fannius, quod accidit, multo ante praesensit. Visus est sibi per nocturnam quietem iacere in lectulo suo compositus in habitum studentis, habere ante se scrinium - ita solebat -; mox imaginatus est venisse Neronem, in toro resedisse, prompsisse primum librum quem de sceleribus eius ediderat, cumque ad extremum revolvisse; idem in secundo ac tertio fecisse, tunc abisse. Expavit et sic interpretatus est, tamquam idem sibi futurus esset scribendi finis, qui fuisset illi legendi: et fuit idem.

Mi sembra acerba e precoce la morte di coloro che preparano qualcosa destinato a non morire. Giacché coloro che sono dediti ai piaceri vivono quasi alla giornata, esaurendosi ogni giorno le ragioni del vivere; ma coloro che pensano ai posteri prolungano con le opere il ricordo di sé; e per costoro la morte arriva sempre improvvisa, giacché sempre interrompe qualcosa che è stato iniziato. Del resto Gaio Fannio presentiva da molto ciò che accadde. Aveva sognato, una notte, di essere disteso sul letto, nell'attitudine di uno che studia, avendo davanti a sé, come era solito, la cassetta delle carte; poi gli parve entrasse Nerone, si sedesse sul letto e cavato fuori il primo libro, nel quale Fannio aveva raccontato i delitti di costui, lo leggesse fino alla fine e così facesse per il secondo e il terzo, andandosene poi. Ne fu spaventato e interpretò quel sogno come se egli dovesse terminar di scrivere, là dove quello aveva finito di leggere; e così fu.