Longum est enumerare merita Caesaris, nec dacile eius clementiam pro merito laudare possum. Hoc tamen liceat exemplum proferire, quo dille edidit cum iam omnes adversarios bellovicerat et omni re pubblica potitus erat. Tum poterat cludeliter animadvertere in eos qui ei bello civili obstiterant, sed utilius et laudabilius putavit veniam erroris concedere omnibus adversariis memoriamque discordiarum civilium oblivione perenni delere. Quare non solum exsulibus reditum in patriam concessit, sed pristinam dignitatem restituit, neque voluti obtrectatores castigare. Quid enim honestius quam veniam adversariis victis dare? Caesaris exemplum utinam secutus esset Antonius, qui post eum re publica potius est! Nunc enim nullas haberemus proscriotorum tabulas; Cicero non necatus esset, res pubblica tranquilla pace frueretur.
Altra versione con questo stesso titolo da altro libro
Longum est omnia enumerare proelia. Quare hoc unum satis erit dictum, ex quo intellegi possit, quantus ille fuerit: quamdiu in Italia fuit, nemo ei in acie restitit, nemo adversus eum post Cannensem pugnam in campo castra posuit. Hinc invictus patriam defensum revocatus bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius, quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugarat. Cum hoc exhaustis iam patriae facultatibus cupivit impraesentiarum bellum componere, quo valentior postea congrederetur. In colloquium convenit; condiciones non convenerunt. Post id factum paucis diebus apud Zamam cum eodem conflixit: pulsus - incredibile dictu - biduo et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest ab Zama circiter milia passuum trecenta. In hac fuga Numidae, qui simul cum eo ex acie excesserant, insidiati sunt ei; quos non solum effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit; novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.
Sarebbe lungo enumerare tutti i meriti di Cesare, ne posso lodare facilmente la sua clemenza adeguatamente al merito. Tuttavia ammettiamo pure che sia lecito esporre questo esempio, che quello produsse quando aveva già vinto tutti gli avversari con la guerra e quando si era impossessato di tutto lo stato. Allora avrebbe potuto castigare crudelmente quelli che si opponevano a quello con una guerra civile ma ritenne più utile e più lodevole concedere il perdono degli errori a tutti gli avversari e cancellare il ricordo delle discordie civili con l'oblio perenne. Per questa cosa non solo concesse agli esuli il ritorno in patria, ma restituì anche l'antica dignità, e non volle castigare i calunniatori. Che cosa infatti avrebbe dovuto dare di più onorevole se non il perdono agli avversari vinti? Magari Antonio avesse seguito l'esempio di Cesare, che si impadronì dello stato dopo di quello! Ora, infatti, non avremmo nessuna tavola dei proscritti; Cicerone non sarebbe stato ucciso, lo stato godrebbe di una pace tranquilla
Altra versione con questo stesso titolo:
È lungo enumerare tutte le battaglie. Perciò sarè detto solo questo, da cui si potrà capire, quanto egli sia stato grande: fin che fu in Italia, nessuno gli resistette sul campo, nessuno dopo la battaglia di Canne pose gli accampamenti contro di lui in campo aperto. Di qui, invitto, richiamato per difendere la patria fece la guerra contro Publio Scipione, figlio di quello, che lui stesso aveva messo in fuga prima presso il Rodano, poi presso il Po, la terza volta presso la Trebbia. Con costui, esaurite ormai le forze della patria, desiderò per allora chiudere la guerra, per scontrarsi in seguito più potente. Venne al colloquio; non s’accordarono sulle condizioni. Dopo tale fatto entro pochi giorni si scontrò con lo stesso presso Zama: sconfitto – incredibile a dirsi – in due giorni e tre notti giunse ad Agrumeto, che dista da Zama circa trecento migliaia di passi. In questa fuga i Numidi che insieme con lui erano scampati dallo scontro, gli tesero un agguato; e non solo li sfuggì, ma addirittura li annientò.