Seditionum omnium causas tribunicia potestas excitavit, quae specie quidem plebis tuendae, cuius in auxilium comparata est, re autem dominationem sibi adquirens, studium populi ac favorem agrariis, frumentariis, iudiciariis legibus aucupabatur. Inerat omnibus species aequitatis. Quid tam iustum enim quam recipere plebem sua a patribus, ne populus gentium victor orbisque possessor extorris aris ac focis ageret? Quid tam aecum quam inopem populum vivere ex aerario suo? Quid ad ius libertatis aequandae magis efficax quam ut senatu regentem provincias ordinis equestris auctoritas saltem iudiciorum regno niteretur? Sed haec ipsa in perniciem redibant, et misera res publica in exitium sui merces erat. Nam et a senatu in equidem translata iudiciorum potestas vectigalia, id est imperii patrimonium, supprimebat, et emptio frumenti ipsos rei publicae nervos exhauriebat, aerarium.
La miccia che fece esplodere la sedizione generale fu la potestà tribunizia, la quale sotto il pretesto di difendere la plebe, a vantaggio della quale essa fu istituita – mirava, nella realtà dei fatti, ad accaparrarsi il dominio assoluto, cercando di blandire la simpatia e il favore del popolo con leggi riguardanti la distribuzione del terreno pubblico, l'approvvigionamento del grano e l'ambito giuridico. In tutte (riferito a leggi) vigeva un’apparenza di giustizia. Difatti, che cosa c’è di tanto giusto quanto restituire alla plebe beni e prerogative dai patrizi, ed impedire che il popolo vincitore delle genti e padrone del mondo vivesse esule, cacciato dai templi e dalla casa? E che cosa c’è di tanto equo quanto il fatto che il popolo indigente tragga sostentamento dall’erario? E che cosa è più efficace per garantire indipendenza che affidare al senato il governo delle province e al ceto equestre l’assoluta autorità giudiziaria. Ma queste stesse (riforme) erano destinate a nefaste conseguenze e lo Stato, malridotto, pagava il caro fio della propria rovina. Infatti, da una parte, il potere giudiziario, passato dal Senato all’ordine dei cavalieri, sopprimeva le imposte, ovvero il patrimonio dell’impero, dall’altra l'acquisto di grano prosciugava la risorsa vitale dello Stato, (ossia) l’erario.