NEL PERICOLO DELLA PATRIA ARISTIDE TORNA DALL'ESILIO
VERSIONE DI GRECO di Erodoto
TRADUZIONE

Mentre gli strateghi erano riuniti, giunse da Egina Aristide figlio di Lisimaco, Ateniese, che era stato ostracizzato dal popolo, l'uomo che, dopo indagini sulla sua natura, ritengo sia stato il più nobile e giusto di Atene. Si fermò davanti alla sala del consiglio e fece chiamare fuori Temistocle, che non gli era amico, anzi, nemico in tutto e per tutto; ma, data la gravità del momento, dimenticando l'inimicizia, fece chiamare fuori Temistocle, intenzionato a parlargli. In precedenza aveva sentito dire che i Peloponnesiaci premevano per condurre le navi di fronte all'Istmo. Uscito che fu Temistocle, Aristide gli disse: "Se l'abbiamo fatto in altre circostanze, a maggior ragione in questa dobbiamo competere per vedere chi di noi due beneficherà maggiormente la patria. Ti comunico che per i Peloponnesiaci è assolutamente lo stesso discutere tanto o poco sulla ritirata da qui. E te lo comunico perché ho visto coi miei occhi che adesso, neppure se lo vogliono, i Corinzi ed Euribiade saranno in grado di uscire di qui con le loro navi; siamo accerchiati dai nemici. Rientra pure a dirglielo". Ed ecco come gli rispose Temistocle: "Consiglio assai utile e magnifiche notizie: sei arrivato qui dopo aver visto coi tuoi occhi quanto io pregavo che accadesse. Ti informo infatti che la manovra dei Medi è dovuta a me. Giacché i Greci non intendevano scatenare volontariamente la battaglia, era necessario costringerli loro malgrado. Ma, visto che sei arrivato con una buona notizia, riferiscila tu di persona ai Greci. Se la comunico io, sembrerà che me la inventi e non li convincerò che i barbari ci accerchiano davvero; va' da loro e spiegagliela tu la situazione. Se gliela spieghi e ci credono, bene così; se invece non si fidano, per noi sarà lo stesso; tanto, non scapperanno più, se davvero siamo completamente circondati come affermi". E questo disse Aristide una volta entrato, dichiarando di essere giunto da Egina e di essere passato eludendo la sorveglianza dei nemici che attuavano il blocco, perché la flotta greca era tutta circondata dalle navi di Serse; e suggeriva di tenersi pronti a sostenere un attacco. Detto questo, si allontanò; fra gli altri scoppiò di nuovo una violenta discussione; la maggioranza degli strateghi non credeva alla notizia. E ancora non ci credevano quando sopraggiunse una trireme di disertori Teni, al comando di Panezio figlio di Sosimene; essi riferirono come stavano davvero le cose. Per questo fatto il nome dei Teni fu poi inciso a Delfi sul tripode fra quelli dei Greci che avevano trionfato sul barbaro. Con l'arrivo a Salamina di questa nave di disertori e con quella di Lemno che aveva già disertato all'Artemisio la flotta greca raggiunse la cifra tonda di 380 navi; due, infatti, gliene mancavano allora per completare il numero.